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La casa dell'ultimo boia di Parma, Giuseppe Pantoni

La casa dell'ultimo boia di Parma, Giuseppe Pantoni

22 Luglio 2024, 03:01

Se ad un datato «pramzàn dal sas», che conosce bene Parma, chiedete dove si trovi l’oratorio di San Giobbe, molto probabilmente, cadrebbe dalla nuvole e non saprebbe, salvo rarissimi casi, dirvi dove si trova. Ma se invece gli chiedete dove sia la «ca' ädla bojén'na» la risposta non si farebbe attendere e vi risponderebbe che si tratta di una casa posta all’angolo tra borgo San Giuseppe e borgo Grassani attigua all’oratorio di San Giobbe. L’ Oratorio in questione fu eretto ad ovest della Chiesa di San Giuseppe nel 1624 e fu costruito dalla Congregazione della Corona della Santissima Vergine, fondata nel 1613 nell’Oratorio delle Grazie «giù del Ponte», in borgo delle Grazie, dal sacerdote reggiano don Alberto Caroli e, in seguito, trasferitasi nell’ oratorio di San Giobbe portando con sé un'aura di devozione e preghiera. Una caratteristica di notevole caratura artistica della chiesa oltretorrentina fu una bellissima pala nell'altare maggiore di Giulio Cesare Amidano raffigurante San Giobbe. Quest'opera d'arte fu poi spostata nella vicina chiesa di San Giuseppe mentre, attualmente, si trova nel Seminario Maggiore della Diocesi.

L’oratorio che, venne chiuso nel 1913, ma, soprattutto, l’attigua casa, battezzata dai parmigiani la «ca' ädla bojén'na», si possono fregiare di un'altra singolare storia non certo spirituale nè degna di note artistico- architettoniche in quanto, nell’800, fu l’abitazione dell’ultimo boia di Parma Giuseppe Pantoni.

Si dice che Pantoni e la sua famiglia assistessero ai riti religiosi nell’oratorio «tacaca'» (attiguo alla casa) in quanto i parrocchiani della vicina chiesa di San Giuseppe non volevano mescolarsi con il boia ed i suoi familiari.

Questa figura era talmente malvista dal popolo al punto che i bottegai non volevano avere nulla a che fare con il boia, tanto da costringere le autorità ad emanare un’ordinanza cittadina perché, al Pantoni, gli si vendesse del cibo.

I fornai, invece, gli davano il pane rovesciato in segno di disprezzo e, quando le autorità minacciarono di perseguire questa usanza, crearono una forma di pane particolare, chiamato dalla gente «pane del boia».

Il boia Giuseppe Pantoni, di origini piemontesi, altre fonti asseriscono reggiane o ferraresi (riteniamo, comunque, che nessuna città o regione interessate alla disputa possano andare orgogliose della «professione» di questo loro figlio) che eseguiva le sue esecuzioni nel Baluardo San Francesco, nei pressi della chiesa di San Francesco del Prato, secondo studi e ricerche condotte da numerosi storici, all’epoca, era uno degli uomini più ricchi e privilegiati della città, aveva un listino prezzi che andava dalle 15 lire per un impiccagione, alle 36 lire per uno squartamento e, quando camminava per strada, doveva avere un abbigliamento che lo rendesse riconoscibile.

I Pantoni furono una famiglia di boia: il fratello di Giuseppe, Pietro, fu il più famoso nonché l’ultimo carnefice di Torino mentre il padre Antonio era stato esecutore per lo Stato Pontificio. Nel 1831, Pietro Pantoni, ricevette da Urbano Rattazzi la patente di Ministro di Giustizia torinese.

Rimase in attività per più di trent’anni, giustiziando 127 persone, fino al 13 aprile 1864, anno in cui si tolse il celebre e sinistro mantello rosso, infatti la forca, da lì in poi, lasciò il passo alla fucilazione. Giuseppe Pantoni, detto il «Boia del Ducato», (siamo nell’Ottocento) si diceva possedesse anche un diploma o autorizzazione ducale ad esercitare l’arte di preparare impiastri, pomate ed unguenti.

Il figlio Benedetto e la nipote Angiolina (una sorta di «medgón’na» soprannominata «bojén’na») continuarono tale arte che la tradizione riteneva plurisecolare.

Pietro Pantoni, fu un carnefice che non ebbe molta fortuna perché non riuscì ad avviare alla professione di famiglia il nipote Luigi, che aveva fatto venire da Parma, risultandone incapace nonché oggetto di derisione a causa della moglie Matilde considerata donna di liberi costumi, al punto di costringere il marito a trascinarla in tribunale facendola dichiarare «donna pubblica». Nella sua carriera Pietro Pantoni giustiziò 127 persone, nello steso periodo il famoso boia di Roma «Mastro Titta», ne giustiziò 232.

Pietro e Giuseppe Pantoni operarono anche in Garfagnana, infatti, per mano loro, furono giustiziati anche alcuni organizzatori delle sommosse risorgimentali a Pieve Fosciana del 1831, tra i quali Ciro Menotti. I fratelli Pantoni divennero con il tempo famosi in tutta Italia, i loro servigi erano richiesti un po' dappertutto e divennero talmente noti che il loro nome era entrato nel lessico comune, specialmente quando qualcuno commetteva qualche azione malevola: «questa- borbottava il popolino - è roba per Pantoni!».

Era un'«arte» ben pagata, quella del boia a metà Ottocento, infatti guadagnava quasi duemila lire l'anno, uno stipendio doppio di quello di un professore universitario, figuriamoci, quindi, i lauti guadagni di Giuseppe Pantoni.

La sua fu una carriera lunghissima e, nel momento di fare i conti con la sua coscienza, così scriveva: «ora sono a riposo, la mia ultima esecuzione risale al 1864 ed in tutto il regno d'Italia si parla ormai di abolire la pena di morte, tutto sommato una gran cosa, ma agli occhi di tutti io ormai son segnato come portatore di sventura e morte, boia e carnefice, ma io sono solo Ministro di Giustizia. In nome di Dio e del Re!».

Renatino Giuffredi, indimenticata icona della parmigianità più schietta ricordava che i suoi vecchi con i loro amici «cuand i gnävon fóra da l’ostarja 'dla Campanära in bórogh Paja in-t-il siri äd fumära» giunti davanti alla «ca' 'dla bojén’na» avvertivano strani e sinistri «armor» ( rumori). «Forsi - ironizzava Renatino - j' ävon carghè un pò trop! ». Quando la famiglia Pantoni si estinse, così oralmente si narra, svanì pure «La ràsa dal Boja, ‘dla Bojèssa, ‘dla Bojàssa, dal fiól dal Boja, ‘dla Bojètta e ‘dla Bojén’na». (L.Gambara - Novelle parmigiane dell’Ottocento - Off.Graf.Fresching).

Lorenzo Sartorio

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