Tutta Parma
Nel centenario della morte di Padre Lino, in prossimità del Natale, con la speranza di fare cosa gradita ai lettori, ai parmigiani e ai tanti fedeli del «Frate dei Poveri», proponiamo una sintesi delle testimonianze, tratte da una raccolta, poi trasformata in un disco a 33 giri, dei racconti dei sopravvissuti che lo conobbero, scrupolosamente selezionate, anni fa, dall’indimenticato Padre Pietro Rossi, per tanto tempo parroco e «anima» dell’Annunziata. Il Natale, anche se ai tempi di Padre Lino, andava male, era pur sempre Natale. Non era la festa di oggi basata solo ed esclusivamente sui regali, su cibi e sulle leccornie, tuttavia, una certa animazione era presente anche in quell’arcipelago di case e borghi «dedlà da l’acua».
Se durante l’anno Padre Lino aveva il suo bel da fare, in occasione delle festività natalizie, il lavoro aumentava a dismisura ed il povero frate doveva avere il dono dell’ubiquità se voleva essere presente dappertutto. C’erano i bambini della parrocchia, i suoi vecchietti, i suoi poveri, i carcerati, i giovani del Riformatorio Lambruschini, i suoi ammalati ricoverati nell’Ospedale di Strada D’Azeglio, i suoi confratelli, i bambini di famiglie poverissime ospitati in vari collegi e, quindi, da andare a prelevare e consentire loro di fare Natale a casa, la sua chiesa e le sue preghiere alle quali non rinunciava mai. I viaggi, con il suo carrettino dalla Barilla, non li contava. Dal canto loro, Virginia e Riccardo Barilla, non contavano la merce che davano al frate (specie per Natale) e, se poi la stagione faceva le bizze, Padre Lino, doveva sobbarcarsi tanta strada a piedi squarciando la neve come un rompighiaccio polare. Eppure, quella era la sua vita, quello era il suo mondo e quello era il suo apostolato al quale non avrebbe mai e poi mai rinunciato. All’Annunziata l’aria di Natale si cominciava a respirare una ventina di giorni prima, infatti, i frati preparavano il coro dei bambini, venivano riesumate dal solaio e riportate in chiesa le statuette e si cominciava ad abbozzare, a grandi linee, il presepe con tanto di ponticelli di legno, montagne di carta pesta, casette di sughero, prati di muschio, grotte di marogna in sintonia con la più rigorosa tradizione francescana. Un clima diverso e straziante, Padre Lino, lo viveva tra i carcerati di San Francesco i quali, proprio durante queste feste, rinchiusi nelle varie celle, avvertivano ancor più il peso delle loro disgrazie e delle loro sventure. Padre Lino, dal canto suo, capiva queste situazioni e, con quella dolcezza e quella bontà che lo caratterizzavano, intensificava le sue visite in carcere perché i detenuti non si sentissero soli. Arrivava nelle Carceri di San Francesco carico come un asino da soma, aveva addosso di tutto: da generi alimentari, coperte, lettere e tutto quello che i familiari gli consegnavano per i loro cari in cella i quali non potevano trascorrere la Viglia con la loro famiglia. Poi c’erano i ragazzi del Lambruschini ai quali il frate, specie per queste feste, cercava di non far mancare nulla e cioè l’affetto e la comprensione. E, come non ricordarsi anche di quei vecchietti che, accovacciati nei loro nidi, tra tegole e abbaini, avrebbero festeggiato un Natale di solitudine e malinconia, oltre che di miseria nera?
Ecco allora che Padre Lino, dopo avere rispolverato la generosità di qualche commerciante, andava a trovare i suoi vecchietti con le tasche strapiene di roba ma, soprattutto, col cuore colmo di bontà. Poi c’erano i poveri, quelli che, almeno per Natale, speravano di riempire quello stomaco che, molte volte, urlava per la fame. I borghi dell’Oltretorrente, per Natale, sembravano più allegri, alla sera le luci si intravedevano dalle finestrelle delle case coi vetri appannati e rimanevano accese più del solito. Nelle strette viuzze regnava un’insolita calma che neve e freddo provvedevano a mantenere ovattata. Immagini, queste, rese alla perfezione dall’indimenticato fra Giangabriele Chierici, «pramzàn dal sas», nel suo stupendo presepe che allestì anni fa all’Annunziata ambientando una Natività nel cortile del convento con uno squarcio di borgo Giambattista Fornovo (bórgh ädi Äzon) e di Strada D’Azeglio nelle notte della Vigilia di Natale. Il Natale del 1920, per Padre Lino, fu un Natale speciale. Una giovane donna, moglie di un carcerato rinchiuso in San Francesco per il furto di alcune cassette di mele nel magazzino di un ortolano, pochi giorni prima, aveva messo al mondo un bambino che, come aprì gli occhi, vide le tegole dall’abbaino della soffitta di borgo Catena dove abitava la povera famiglia.
Padre Lino, dopo avere portato alla neo mamma biancheria e cibo, non si capacitava che la notte di Natale un uomo, che era diventato padre da pochi giorni, non potesse ammirare il proprio figlio. Ed anche se quell’uomo, per fame, aveva compiuto un furto e pagasse una pena, non era giusto fargliene scontare una ben più grave. Il frate, anche se era la Vigilia di Natale e tutti fermavano le loro attività, partì, meta le carceri, perché quel «Bambin Gesù oltretorrentino» avesse vicino, almeno quella sera, anche il papà. Arrivò in carcere, bussò alla porta dell’abitazione del direttore che, poveretto, anche lui stava festeggiando la Vigilia con la famiglia e gli prospettò il caso. Padre Lino era convincente e suadente inoltre, sotto quel saio c'era carattere. Come d’altra parte dimostrò di avere quando i rivoltosi tentarono di incendiare l’Annunziata e nel processo di Lucca contro gli operai. Anche questa volta il francescano riuscì a fare breccia nel cuore del direttore del Carcere di San Francesco. Due guardie, poco dopo, consegnarono a Padre Lino un uomo che sprizzava gioia da tutte le parti. Padre Lino lo prese sottobraccio e, in un breve volgere di tempo, fu a casa. Pochi, anzi, pochissimi minuti per il carcerato per abbracciare la moglie e il figlio. Bisognava fare tutto molto rapidamente anche perché, giù in strada, le guardie attendevano l’uomo per riportarlo in carcere. Intanto Padre Lino si beava nell’ammirare quel singolare presepe dove non mancava proprio niente e poi, quel Gesù Bambino in quella soffitta, illuminata da una lanterna, assomigliava a quello del presepe dell’Annunziata. Il frate ringraziò le guardie che lo avevano accompagnato ed abbracciò quel povero disgraziato che doveva ritornare in gabbia. Si frugò in tasca, estrasse un pezzo di pane secco e lo mangiò con gusto. La cena di magro con i confratelli era saltata come molte volte avveniva ma, per Padre Lino, quella, era stata la Vigilia di Natale adatta a lui. Tanto, i rimbrotti del Superiore del Convento, per frate Lino, erano divenuti un noto ritornello e non intimorivano più di tanto questo «ribelle con il saio».
Lorenzo Sartorio
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