EDITORIALE
L'inizio di Trump è andato secondo le previsioni, con il tono della vittoria. 0ggi è il giorno della liberazione, e - come nel suo slogan - «America will be great again». Ha ribadito le promesse della campagna elettorale, fresco della tregua a Gaza, per la quale si è attribuito il merito.
Esattamente come al tempo dell’elezione di Reagan, a discapito di Jimmy Carter, con la liberazione degli ostaggi da parte dei Pasdaran iraniani.
Nelle prossime ore, il neo Presidente firmerà 100 nuovi ordini esecutivi, prevalentemente riferenti ai diritti civili (restrizione del genere ai due sessi) e dichiarazioni formali (tipo ribattezzare il Golfo del Messico, come Golfo dell’America), senza entrare nel merito dei nuovi dazi, il punto chiave della sua futura presidenza. Non è mancata, in stile kennediano, la promessa di andare su Marte. Nulla di impossibile: «Ci aspetta una nuova età dell’oro».
Nonostante le sue forti affermazioni, anche per Trump, la distanza tra il tempo delle promesse e quella della loro realizzazione -come sempre in politica - può essere molto lunga, anche per ragioni semplicemente organizzative. La deportazione degli immigranti illegali, l’innalzamento dei dazi, la gestione delle spese militari in ambito Nato, richiedono non settimane, a volte nemmeno mesi, forse anni. Perché richiedono trattative prolungate, e non bastano i decreti presidenziali, che possono costituire solo la base di partenza.
In ogni caso, Trump si troverà ad affrontare alcuni problemi strutturali, dove ad un’azione (da parte di Trump) corrisponderà una reazione, che innescherà un meccanismo a catena, che finirà poi con una soluzione intermedia, all’inizio della discussione imprevedibile.
Pensiamo alle nuove tariffe, la parola magica per Trump. L’effetto sarà la diminuzione delle importazioni in America (con una tendenza al riequilibrio - voluto - della bilancia commerciale americana). Ma con due problemi conseguenti. Il primo è che il prezzo dei beni importati negli Stati Uniti aumenta, provocando un aumento dell’inflazione (senza dimenticare che da fine '19 ad oggi l’inflazione cumulata è pari al 24%). Questo - veniamo al secondo punto - comporterà un aumento dei tassi d’interesse negli Stati Uniti, il quale indurrà un aumento di afflusso di investimenti finanziari negli Usa, con conseguente aumento di domanda di dollari, che porterà ad una ulteriore rivalutazione del dollaro, squilibrando il sistema delle esportazioni americane. Cioè, aggravando, anziché migliorare, i problemi dell’industria americana (che perderà esportazioni), controbilanciando in negativo la bilancia commerciale americana, in una prima fase migliorata per effetto delle nuove tariffe. Cioè, nel medio termine il risultato finale è l’opposto di quello voluto nella prima fase.
Si tenga conto che oggi il dollaro è sopravvalutato (il reddito pro-capite in dollari dello stato del Mississippi risulta più elevato di quello inglese), del 22% in più rispetto alle valute del G10 del 2002 (del 15% in più rispetto all’euro); un valore nella stessa misura (ponderando gli scambi commerciali con le quote odierne) in cui era nel 1985, dopo i 3 anni di politica monetaria restrittiva di Volker, che ebbe come svolta gli Accordi del Plaza Hotel, per pianificare una svalutazione ordinata del dollaro. Oggi - come allora - una ulteriore rivalutazione del dollaro porterebbe al fallimento di tanti paesi emergenti, che si sono finanziati in dollari.
Non solo, ma un dollaro rivalutato non farebbe che accelerare il processo di riduzione della quota di dollari come moneta di riserva (oggi al 60%), già avviato, seppure a piccoli passi, da parte dei Brics, e in genere dai paesi del Sud del mondo.
Questo non significa che la Cina sia innocente: la Cina produce un terzo della produzione mondiale, ma la sua domanda è pari solo ad un decimo. La Cina produce e non consuma, e l’aritmetica del «sistema-mondo» non quadra. I cinesi consumano il 37% del Pil, negli altri paesi il consumo nazionale è pari al 60%. Il costo del lavoro manufatturiero in Usa è di 53 dollari l’ora, di 10 in Cina.
Quindi i dazi possono essere una base di trattativa di partenza per la richiesta di un cambio di politica economica da parte della Cina, ma non possono essere la soluzione, perché ciò condurrebbe ad un risultato esattamente opposto.
Un secondo problema principale per Trump è la spesa del governo federale, al 23% del Pil, rispetto ad entrate pari al 17-18%. Con una differenza: la quota delle entrate è stabile da 30 anni, le uscite invece sono rimbalzate dal 19%, dall’inizio degli anni 2000, al 26% medio, dell’ultimo triennio '21-'24.
Oggi il deficit pubblico americano è del 6%, ponderato per il tasso di disoccupazione, quindi è pari a 5 volte il deficit del secondo Dopoguerra. Il debito è cresciuto a velocità doppia (come quota sul Pil) rispetto agli altri paesi avanzati e gli interessi sul debito sono aumentati di 3 volte. Oggi il 20% della nuova occupazione ha origine pubblica (rispetto all’1% del primo decennio dal 2000). I sussidi pubblici sostengono il 50% del reddito, addirittura in più del 50% delle contee americane. Trump, se vuole sostenere la crescita al 3% come quella attuale, sarà compresso tra l’aumento della spesa pubblica e l’abbassamento dei tassi d’interessi, convergendo entrambi verso una maggiore inflazione. Nessuna recessione in vista, ma una discesa della crescita al 2% è molto probabile.
Il simbolo dell’eccezionalismo americano è Tesla, la fabbrica di auto elettriche, asse portante della ricchezza di Elon Musk, il principale consigliere del nuovo Presidente. Tesla «vale» (capitalizza) mille e 200 miliardi di dollari, con un rapporto «capitalizzazione di borsa-utili» pari a 120. Le vendite di Tesla sono uguali a quelle della cinese Byd (anche questa produce auto elettriche), che a sua volta capitalizza 100 miliardi, un ritorno azionario simile a quello di Tesla, ma con un p/e pari a 15 (anziché 1209). Ma la crescita della quota di Byd nei mercati mondiali è doppia rispetto a Tesla.
Pensare quattro anni fa che Trump si sarebbe ripresentato candidato e avrebbe vinto di nuovo, nessuno lo avrebbe immaginato. That’s America!
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