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Editoriale

Quelle idee irrealizzabili di Trump per Gaza

Quelle idee irrealizzabili di Trump per Gaza

31 Gennaio 2025, 13:00

Adesso che il (fragile) cessate il fuoco è stato raggiunto, cosa fare di Gaza? Le idee non mancano. Quella di Hamas, ovviamente, è di ricominciare tutto da capo e di andare avanti come se nulla fosse. Ce lo dicono le trionfali sceneggiate che stanno accompagnando il rilascio con il contagocce degli ultimi superstiti della orripilante carneficina del 7 ottobre. Uno show insieme surreale e sadico, con quelle povere soldatesse costrette a esibirsi tutte sorridenti e riconoscenti di fronte alle telecamere dopo oltre 480 giorni trascorsi alla totale mercé dei propri aguzzini capaci anche di congedarsi da loro con un grazioso ninnolo-ricordo di quell’inferno. Sul versante opposto, metà governo Netanyahu preme perché la Striscia torni a essere, di fatto, una colonia dello Stato ebraico. Esattamente come lo era prima del ritiro nel 2005 dei militari e dei coloni israeliani e del breve periodo in cui è rimasta sotto il controllo della Autorità Nazionale Palestinese, scacciata poi con la forza da Hamas nel 2007. Fra questi due opposti, si situa l’idea di Donald Trump di “ripulire” (testuale) l’intera scena ricollocando altrove i circa 2 milioni di abitanti di Gaza. E ciò per permettere di ricostruire integralmente quel corridoio lungo 40 chilometri e largo al massimo 12 ridotto, ormai, a una distesa infinita di rovine.
Al momento, non è chiaro se nei piani di Trump l’evacuazione della popolazione palestinese dovrebbe essere definitiva, oppure solo temporanea. In ogni caso, si tratta di una idea semplicemente irrealizzabile e su cui la trumpiana promessa di «porre fine alle guerre» è destinata a fallire miseramente. Il perché è presto detto. Nessuno, infatti, è o sarà disposto a prendersi, neppure entro un termine comunque impossibile da stabilire, quella massa enorme di disperati. Inclusi - altro dettaglio che dettaglio non è! - i miliziani di Hamas e delle altre formazioni terroristiche palestinesi che già stanno riorganizzandosi. Non è e non sarà così folle dal farlo la Giordania di re Abdullah II, il quale ha già escluso qualsiasi disponibilità in tal senso. Idem, l’Egitto del presidente Al Sisi. Entrambi i Paesi verrebbero inevitabilmente destabilizzati da un esodo di dimensioni bibliche che, oltre a comportare un gigantesco problema di tipo umanitario e sociale, li esporrebbe al rischio di un “contagio” ideologico potenzialmente ancora più letale. Lo stesso da cui giordani ed egiziani hanno messo decenni a liberarsi, per altro solo in parte e ricorrendo a ogni tipo di mezzo. Compresa la repressione più spietata e dura. I consiglieri di Trump farebbero bene a ricordare al proprio «commander in chief» che nel settembre 1970 (meglio noto come “Settembre nero”) fu re Hussein, il padre di Abdullah, a fare strage di palestinesi e a farli sloggiare in massa dalla Giordania, insieme al loro leader di allora Arafat. Ed ancora che, stavolta appena 12 anni fa, l’Egitto è stato a un soffio dal cadere definitivamente nelle mani del fondamentalismo islamico sotto la presidenza del leader dei Fratelli Musulmani, Mohammed Morsi, poi deposto da un golpe militare guidato dal suo attuale successore Al Sisi. Il quale, mai e poi mai accetterebbe di aprire le porte a una banda di terroristi fanatici, per di più eteroguidati dall’Iran. Dovendosi escludere in partenza anche il Libano in crisi permanente (e già pieno di campi profughi palestinesi in realtà mal sopportati da sempre) e la Siria sul cui futuro qualunque previsione risulterebbe azzardata, quali altre “zone di smistamento” resterebbero nella regione? Mappe alla mano, neppure una! Se ci aggiungiamo che finora nessuno si è preso la briga di interpellare i più diretti interessati - vale a dire gli stessi abitanti di Gaza! - il quadro può dirsi completato. E non è certo un quadro che induca granché all’ottimismo. Tanto più che nessuno sembra intenzionato a fare i conti con un’altra e per certi versi ancora più ardua e decisiva “ricostruzione”: quella delle menti e dei cuori. Ma anche su questo versante, i segnali sono tutt’altro che incoraggianti. Basti pensare alla annunciata intenzione dell’Onu di affidare il compito di aiutare gli sfollati palestinesi di Gaza a rifarsi una vita e una casa nuovamente all’Unrwa: l’Agenzia, come documentato non dai servizi israeliani ma dal New York Times e da altre testate internazionali, pesantemente coinvolta nei crimini di Hamas dal 7 ottobre in avanti. Gli stessi vertici dell’Unrwa sono stati costretti ad ammettere che nove propri funzionari «potrebbero avere avuto un ruolo» nell’eccidio che ha dato origine all’ultimo spaventoso conflitto e che un comandante di Hamas ucciso da un missile israeliano in Libano era addirittura il preside di una scuola gestita sempre dall’Unwra. Ora chi, come chi scrive, ha letto i testi scolastici distribuiti dalla medesima Agenzia a Gaza e in Cisgiordania sa che quelle pagine non sono altro che un concentrato di odio e di antisemitismo allo stato puro. Da antologia dell’orrore una poesia i cui versi recitano che «morire da martiri uccidendo israeliani è un hobby». Uno scandalo confermato di nuovo indirettamente dagli ineffabili responsabili dell’Unwra che, una volta messi nel sacco, si sono affrettati a dichiarare che certi contenuti erano stati «pubblicati per sbaglio». Per poi fare rimuovere dalla piattaforma online della organizzazione dedicata alle scuole e a chi studia da casa i contenuti più apertamente inneggianti alla violenza e alla Jihad. Dato che di ricostruzione di Gaza (e non solo di quella) sarà giocoforza continuare a parlare ancora per un pezzo, ecco un nuovo fronte a cui sarebbe di vitale importanza destinare capitali economici e umani adeguati. Ma non buttati lì alla rinfusa e in modo improvvisato, col risultato certo di fare l’ennesimo buco nell’acqua. Bensì, da sottoporre al controllo e alla gestione di un nuovo organismo internazionale veramente indipendente e affidabile. E chi, se non l’Europa e in prima fila l’Italia, potrebbe farsi carico di dare il là a una nuova crociata in Terra Santa da combattere con le armi - queste sì decisive e strategiche - della istruzione e di una cultura fatta finalmente di pace, tolleranza e reciproca comprensione? In ogni caso, parlando di utopie, sempre meglio questa piuttosto che quella di chi sembra avere scambiato Gaza per una striscia di sabbia su cui costruire un immenso resort con vista mare. Magari, da affidare al primo Briatore di passaggio.

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