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Editoriale

Ucraina, la chiave è nel Donbass e negli Usa

Ucraina, la chiave è nel donbass e negli Usa

04 Febbraio 2025, 13:00

Ci sono numerosi fronti caldi, in Ucraina, ma ciò che potrebbe modificare definitivamente i destini della guerra è quanto sta avvenendo a Pokrovsk, nell’area più occidentale del Donbass. E’ qui che infuria la battaglia ed è qui che, probabilmente, si decideranno le sorti del conflitto. I russi, provenendo per lo più da sud-est, hanno ormai quasi accerchiato la città, che prima della guerra contava 60 mila abitanti e oggi ne vede rimasti non più di duemila. L’obiettivo di Mosca è arrivare all’altro lato di Pokrovsk, quello più a ovest, ancora controllato dagli ucraini, da dove parte la grande direttrice stradale per Pavlohrad prima e successivamente per Dnipro, una delle principali metropoli del Paese. Lo hanno ammesso, più o meno ufficialmente, anche le autorità di Kiev: se Pokrovsk dovesse cadere, non ci sarebbero più altri avamposti di difesa per fermare l’incursione nemica, che a quel punto potrebbe spingersi ben oltre il Donbass e trovare strada spianata fino al grande fiume che taglia in due l’Ucraina.
Nella seconda città ucraina i frammenti di un drone hanno ucciso una donna mentre nella perla del Mar Nero, oltre a numerosi feriti, si registrano innumerevoli danni a siti storici posti sotto la tutela dell’Unesco.

Nella regione di Sumy, invece, tre poliziotti che pattugliavano le strade hanno perso la vita a causa del fuoco russo. L’altro aspetto saliente è l’invio, in questi giorni, di una novantina di Patriot a Kiev. E a fare notizia è sia la quantità di questi sofisticati sistemi per intercettare i missili nemici, sia, naturalmente, la tempistica, che coincide con l’avvento di Trump alla Casa Bianca. Potrebbe essere il frutto di uno degli ultimi atti di Biden, materializzatosi in ritardo; ma il neo-presidente avrebbe potuto opporsi e sospendere la spedizione, e non lo ha fatto. Le armi sono giunte in Ucraina via Polonia da Israele: gli americani le avevano concesse a suo tempo a Tel Aviv che però ormai ha sviluppato un proprio scudo di difesa aereo e non ne ha più bisogno. Da lì, la decisione di inviarle a Kiev, che visti gli ultimi bombardamenti sulle principali città ne ha sicuramente più bisogno. E’ un caso che sia avvenuto proprio ora? Difficile rispondere, ma se Trump da una parte continua ad auspicare un rapido incontro con Putin (e secondo fonti bene informate il dialogo fra i rispettivi staff potrebbe già essere iniziato), dall’altra, almeno per ora, non sembra mollare l’Ucraina.
Un’ipotesi che per ora rimane teorica, perché il centro della cittadina è ancora “salvo” e perché i soldati di “casa” hanno dimostrato anche stavolta di sapersi battere con coraggio ma i russi hanno più uomini e minuzioni, e come accaduto a Bakhmut o in altre zone della regione, alla lunga potrebbero prevalere. L’importanza di Pokrovsk, in ogni caso, è dovuta anche a un altro fattore: pochi giorni fa la Metinvest ha annunciato la chiusura della miniera cittadina, la più importante del Paese per la produzione di coke, un carbone fondamentale per creare acciaio, utilissimo non solo a fini bellici ma anche per i grandi quantitativi che l’Ucraina riesce a esportare. I minerali e le terre rare presenti in Donbass non rappresentano certo il motivo scatenante del conflitto ma la ricchezza del sottosuolo è un elemento non secondario in questa disputa che ormai prosegue da oltre dieci anni. Gli ultimi giorni, comunque, sono stati caratterizzati da altri due fatti particolarmente rilevanti. Il primo è la ripresa degli attacchi congiunti e quasi simultanei su diverse città del Paese, che nella prima parte del week-end hanno provocato complessivamente una quindicina di morti e decine di feriti. Ad essere prese di mira sono state Poltava e Kharkiv, a est, Sumy a nord e Odessa a sud. Nella prima delle località, un missile ha distrutto un condominio causando undici vittime e almeno diciassette persone ricoverate negli ospedali della zona.
Zelensky, in difficoltà, non può che ringraziare. Nelle ultime ore, infine, si è fatto sentire anche Keith Kellogg, l’inviato speciale per l’Ucraina e la Russia della nuova amministrazione americana. Secondo il funzionario nominato dal neo-presidente, Kiev dovrà programmare le proprie elezioni politiche entro il 2025, se naturalmente il negoziato con Mosca andrà a buon fine. Il mandato di Zelensky è scaduto a maggio scorso ma il procrastinarsi della legge marziale e della guerra hanno impedito di ritornare al voto. Le elezioni presidenziali e parlamentari sospese a causa del conflitto, ha sostenuto Kellogg, «devono essere fatte».

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