Editoriale
Il presidente Trump lo aveva promesso e lo ha mantenuto. Il primo provvedimento di impatto internazionale sarebbe stato l’introduzione di dazi sulle importazioni americane, e così è partito con il Canada, il Messico e la Cina. Ed ha assicurato che li introdurrà presto anche verso l’Europa. (Trump non usa mai la parola Unione europea).
Come previsto l’iniziativa di Trump ha avuto degli effetti immediati: il Messico ha ottenuto un rinvio di un mese con la promessa di un controllo intensificato sui confini; il Canada ha promesso una propria reazione ai dazi americani, ma il primo ministro dell’Alberta, il principale produttore di petrolio canadese (che si ritrova un dazio soltanto al 10%, a differenza degli altri prodotti), ha chiesto una sospensiva perché le conseguenze occupazionali dei dazi sarebbero devastanti (anche negli Stati Uniti dove si procede alla raffinazione del petrolio pesante canadese). Nel frattempo, Panama, minacciata d’invasione, si è dimessa dalla Via della Seta, il ben noto canale di colonizzazione (mascherata) della Cina. I dazi, come strumento per aprire una discussione con ciascuno dei paesi coinvolti, cominciano a funzionare.
Adesso tocca all’Europa e la prima risposta l’ha data la Von der Leyen: «Se gli Stati Uniti metteranno dazi sulle nostre esportazioni, reagiremo di conseguenza». Generico quel tanto da sollecitare l’apertura di una discussione.
In realtà l’Unione europea (che in questo caso include anche la Gran Bretagna) è divisa (d’altronde siamo in 27 e le divisioni ci stanno!). Ci sono almeno tre orientamenti. Quello francese, di tradizione gaullista (la Francia è fuori dalla Nato dal 1966), che punta sull’autonomia europea, per un esercito europeo, soprattutto con armi europee.
Quello atlantista, la Polonia in primis, che punta ad un accordo con gli Usa, contrapponendo ai dazi eventuali, acquisti di gas liquefatto americano ed un congruo numero di F35. Infine, c’è l’Europa putiniana, Ungheria e Slovacchia, che puntano ad un nuovo accordo con Putin, sacrificando l’Ucraina, in cambio di gas e petrolio.
Per ora restano fuori dal posizionamento la Germania (in attesa delle elezioni di fine febbraio) e l’Italia, la cui premier vanta un rapporto speciale con il presidente Trump (vedremo fino a che punto).
La strategia di Trump è chiara, «divide et impera», che potrebbe significare - ad esempio - dazi sullo champagne, ma non sul prosecco. Trump nel 1990 aveva scritto un libro, «L’arte del negoziare», di grande successo, che lo aveva reso famoso. Un’arte che viene ripresa nel suo comportamento di oggi: prima si minaccia, poi si prende atto della reazione ed infine si tratta per una soluzione di mediazione. L’importante è partire a muso duro. Può essere che funzioni.
Ma c’è una domanda, che sta sullo sfondo, alla quale non si è data risposta: perché Trump ha deciso di procedere con questa modalità di grande aggressività, anziché - ad esempio - non procedere con un approccio più graduale? Uno stile moderato, con lo stesso obiettivo di perseguire un riequilibrio degli scambi commerciali (e soprattutto delle catene della produzione globale), ma senza il rischio di immettere fattori di estrema variabilità (in primis l’aumento dell’inflazione), che finirebbero per danneggiare la stessa economia americana.
Possiamo immaginare due risposte.
La prima è ovvia: Trump è stato eletto con questo programma aggressivo: dazi e contenimento (anzi deportazione) dell’immigrazione illegale. Ha vinto e queste sono le conseguenze.
La seconda è più profonda, ispirata dalla visione a lungo termine dell’élite conservatrice americana.
L’America non si è certo indebolita in questi anni (in termini di crescita dell’occupazione e delle spese militari), ma non è più la sola potenza al comando. Altri Paesi si sono rafforzati (in termini economici e militari); si pensi ai Brics che stanno crescendo di numero. Soprattutto è esplosa la potenza della Cina, che con Xi Jinping ha cambiato strategia nell’ultimo decennio. Non più in crescita con l’obiettivo di integrarsi nell’economia mondiale (secondo le premesse per il suo accesso nel Wto del 2003), ma con quello di competere per la leadership mondiale. E questo l’America non può permetterselo, ma così è.
Anzitutto dal punto di vista militare. Oggi la Cina ha più navi da guerra della Marina americana, più aerei da combattimento dell’Air Force. Non solo, ma la qualità degli aerei stealth, navi da guerra, sottomarini e portaerei è di poco inferiore a quella americana. Anzi in alcune aree, come i missili ipersonici, la Cina è avanti gli Stati Uniti. Che non sono più la prima potenza dell’area indo-pacifica. Nel 2027 se la Cina attaccasse Taiwan (come preannunciato), gli Usa non sarebbero in grado di resistere. Nei War Games simulati questo è ampiamente dimostrato.
Lo stesso vale nell’intelligenza artificiale (ovvero la frontiera militare del futuro). Le società americane sembravano avanti anni luce (pardòn, informatici!) rispetto alla Cina, salvo poi scoprire -nei giorni scorsi - che un ingegnere cinese sconosciuto, con il suo DeepSeek, li ha raggiunti, tra l’altro spendendo un decimo degli investimenti americani.
Questo non implica necessariamente in futuro una guerra convenzionale tra Usa e Cina, che nessuno vuole, perché tutto poi si ridurrà ad un confronto in termini di deterrenza. Comanda chi dimostrerà al computer che è in grado di vincere.
Questa prospettiva di America (relativamente) debole rispetto alla Cina, può aver indotto Trump a intraprendere la guerra sui dazi. Ma questo è un obiettivo apparente: gli serve per rinsaldare (o eventualmente a scomporre) le alleanze storiche esistenti. A partire da quelle europee, perché quelle asiatiche (Giappone, Australia e Corea del Sud) sono già state consolidate.
Trump, per conto dell’America, chiede (in verità non troppo sommessamente) agli alleati europei: «Ma voi da che parte state?».
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