Tutta Parma
Erano tra le principali «stazioni» di arrivo e partenza degli «specialini» (servizi pubblici) che arrivavano e partivano per la montagna: il Bar Commercio di Via Farini (angolo via Nazario Sauro), la trattoria Giardinetto di Borgo Santa Chiara, la trattoria Bella Villana, in seguito Tribunale di Vicolo Politi ed un’altra osteria, che alcuni anziani montanari dicono si chiamasse Contini, dalle parti di via Farini, famosa per la «mnéstra äd Contèn con al bròd ròss».
Nell’immediato dopoguerra, fino al termine degli anni Sessanta, i montanari della Val Parma, Val d’Enza e Val Cedra, che nei giorni di mercato (mercoledì e sabato) giungevano a Parma utilizzavano le azzurre corrierone della Sorit, oppure, sino a fine anni '50, i monumentali «specialini», solitamente Fiat Millequattro, che potevano contenere otto persone, oltre ai bambini sulle ginocchia, e avevano portapacchi e bauli pieni zeppi. Viaggi non comodi e non brevi ma quasi sempre all'insegna di allegre chiacchierate. Per consumare uno spuntino in modo sbrigativo c’era chi optava per un panino e relativo bicchiere al Bar Commercio di via Farini approfittando della vicinanza del negozio di Bruno Pattera per acquistare stoviglie, padelle, piatti e, nel periodo natalizio, i giocattoli per i bambini. Il Bar Commercio, battezzato simpaticamente dai parmigiani «al bar di montanär», era meta dei valligiani della Val Parma, Val Cedra, Val Toccana, Val Bardea e Val d’Enza che si davano appuntamento nei giorni di mercato nel bar cittadino che si trasformava in una sorta di «borsa di affari montanari».
Infatti, i primi cestini di funghi apparivano sui tavolini del bar di via Farini per poi essere recapitati in qualche banco della Ghiaia, così valeva per le castagne, i formaggi, le ricotte mentre i raccoglitori di lavanda, che giungevano con il treno dalla Val di Vara e dalla Val di Magra, approdavano anch’essi al Bar Commercio con i loro sacchettini e le essenze del profumatissimo fiore dell’appennino ligure- tosco-emiliano. Chi invece, specie in inverno, desiderava fare un pasto caldo, si recava nelle trattorie Contini o Giardinetto in borgo Santa Chiara (con annesso campo di bocce).
Fedele frequentatore del Giardinetto era un autentico personaggio, bello come il sole, che portava un largo cappello alla cow-boy: si trattava del simpaticissimo Giuseppe Chiari, classe 1903, l'ultimo «casonér äd Pärma» il quale non mancava mai di fraternizzare con i montanari che pranzavano lì e che, nell’attesa di ripartire per le loro montagne, bevevano un «bicér» con «Ciäri» gustandosi, in estate, una partita di bocce nell’attiguo campo ubicato a fianco del ristorante. L’altro punto di ristoro dei nostri montanari era la trattoria «Tribunale» (già «Bersagliere» e «La Bella Villana») in Volta Politi. Invece, quei montanari che, oltre mangiare un boccone, volevano provare pure qualche «distrazione», si recavano in alcuni bar-trattorie all’ombra del campanile del Duomo tra quella fitta ragnatela di borghi della Parma antica.
Manco farlo apposta questi locali erano proprio quelli che potevano disporre, nella stagione giusta, dei primi funghi porcini, marroni, oppure di pecorini debitamente stagionati, in quanto i montanari più trasgressivi usavano portare le primizie alla bella titolare del ristorante o all’avvenente cameriera le quali, a loro volta, le servivano ai clienti guadagnando qualche soldo. Invece chi risiedeva nella bassa, facilmente, poteva raggiungere la città a bordo della bici. Ed, allora, la «stazione» cittadina per le due ruote a pedali era il negozio di bici di Otello Corradi di Strada D’Azeglio. L’indimenticato Giorgio Corradi, storico meccanico di bici «pramzàn dal sas», ricordava che quando era un ragazzino, la bottega, non chiudeva neppure alla domenica e nei festivi perché faceva deposito. Comunque, i giorni di punta erano il mercoledì ed il sabato per tutti quegli agricoltori, provenienti dal primo contado, che si recavano in piazza Garibaldi al mercato.
«Si ammucchiavano tante bici - ricordava Corradi - e con qualche cliente si era stabilita anche una buona amicizia tant’è che, nel periodo estivo, qualcuno ci portava un cesto di frutta».
Per offrire un maggior comfort ai clienti, i Corradi, nel loro negozio, disponevano di una toilette dotata anche di specchio e lavabo dove la gente poteva riassettarsi dopo un’ estenuante pedalata per raggiungere la città. Ma ritorniamo a quelle grosse auto che, un tempo, furono familiarmente battezzate con il vezzeggiativo di «specialini».
Erano i servizi pubblici che traghettavano cose e persone dalle nostre montagne in città e viceversa. Si trattava di auto di notevoli dimensioni in grado di trasportare, più e meno comodamente, sette o otto passeggeri (a volte anche 10 se erano magri).
Arrancando per quelle mulattiere asfaltate disseminate di tornanti, gli «specialini», giungevano in città dopo un paio d’ore di viaggio (se tutto andava bene) portando a destinazione i viaggiatori.
L’autista del servizio pubblico conosceva perfettamente la strada, persino le buche - piccole e grosse - che ne insidiavano il percorso, come pure conosceva bene i suoi utenti alcuni dei quali, specie i giovani, più di una volta dovevano far fermare il «convoglio» per tirare un sospiro di sollievo, prendere una boccata d’aria e cercare di far passare la nausea causata dal quel rosario di curve e controcurve, dossi e cunette. Il trasporto pubblico di una volta era un vera propria avventura se pensiamo agli «specialini» che da Palanzano o Monchio dovevano recarsi ad Aulla attraversando il passo del Lagastrello e a quelli di Berceto o Corniglio, alla volta di Pontremoli , che dovevano superare la Cisa o il Cirone. Ma anche scendere a Parma non era un’impresa facile, in quanto, più di una volta, le frane costringevano a circumnavigare la provinciale allungando di parecchi chilometri il tragitto. Come pure le nevicate, che un tempo facevano sul serio, rappresentavano un’ insidia per quei macchinoni che, montando robuste catene, assomigliavano a possenti carrarmati montanari.
I più noti autisti degli «specialini» della Val Cedra furono gli indimenticabili Otello e Celso di Palanzano e il mitico Mansanti di Monchio, popolari personaggi che facevano la spola dalle terre alte a Parma. Otello e Celso caricavano i loro passeggeri nella piazza del paese e qualcuno nelle varie frazioni come il mitico «conoscitore atmosferico» della Gazzetta Amelio Zambrelli da Reno di Tizzano. Otello, Celso e Mansanti, dopo avere fatto colazione con un panino seguito dall’immancabile bianchino, attendevano di rientrare alla base non prima di avere accompagnato qualche compaesano all’ospedale che andava a far visita ad amici o parenti ricoverati.
Nel pomeriggio, in inverno, prima che calassero le tenebre, gli «specialini» rientravano alla base con il loro carico umano che ritornava al natio borgo selvaggio mentre gli studenti, in attesa del fatidico sabato, alloggiavano in qualche pensione o nei vari collegi cittadini: San Benedetto per i maschi e San Paolo per le femmine.
Le mitiche spedizioni degli «specialini» montanari sono sempre state avvolte da un che di leggendario. Nel periodo in cui i «macchinoni dalla montagna» giungevano a Parma si era sparsa una spassosa barzelletta che non si sa se, francamente, avesse avuto qualche fondamento di verità.
Un montanaro giunto in città con lo «specialino» di Otello entrò nella panetteria «Gradellini» di Strada Farini per acquistare il pane. Alla domanda della commessa che rivolta al valligiano gli chiese: «comune?» (ovviamente riferendosi alla qualità delle micche), il palanzanese molto candidamente rispose: «äd Palansàn»!
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