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EDITORIALE

Messaggi dalla Germania per l'Europa (e per noi)

Messaggi dalla Germania per l'Europa (e per noi)

26 Febbraio 2025, 13:00

Attenzione a non liquidare troppo in fretta il voto tedesco di domenica scorsa! Sarebbe anche il caso di aggiungere di non buttarla subito nella solita caciara, come puntualmente è accaduto e sta accadendo fra chi non vedeva l’ora di togliersi qualche sassolino (o meglio qualche robusto sasso) dalla scarpa nei confronti della ormai quasi ex «locomotiva d’Europa» e chi invece era e resta dell’avviso che, senza di essa, non possa esserci futuro per noi europei (nessuno escluso, ovviamente).

Cominciamo, dunque, a rimettere in fila con calma i messaggi che ci vengono da quella che, a tutti gli effetti, è stata la consultazione più importante degli ultimi decenni in Germania. Intanto, ha vinto (anzi stravinto) la vecchia, cara democrazia: votanti 84%! Roba da fare strabuzzare gli occhi se confrontata con le sempre più misere percentuali a cui siamo abituati qui in Italia, dove a votare ci va ormai meno di un cittadino su due. Altro elemento per nulla secondario ma sfuggito a parecchi è che, nemmeno due ore dopo la chiusura dei seggi, i leader di tutti - ripeto tutti! - i partiti tedeschi erano lì a farsi intervistare insieme per commentare «in diretta», vincitori e vinti, gli esiti del voto. Una dimostrazione in più di come possa e debba funzionare la democrazia  anche dal punto di vista mediatico, quando da noi una cosa del genere sarebbe semplicemente impossibile (chissà poi perché).

Ma veniamo al dato riguardante i futuri assetti di governo a Berlino che (salvo un per il momento del tutto irrealistico ritorno al voto) sarà un governo a due fra i Cristiano democratici della Cdu (primo partito insieme ai “cugini” bavaresi della Csu con il 28,5%) del cancelliere in pectore Friedrich Merz e i Socialdemocratici della Spd (terzo partito con il 16,4% e grande sconfitto insieme al cancelliere dimissionario Olaf Scholz di queste consultazioni in cui ha registrato il peggiore risultato di sempre con oltre un terzo dei consensi in meno rispetto a quelli del 2021).

Dunque, come avvenuto già per tre volte nella Germania del Secondo dopoguerra, sarà di nuovo «Grosse Koalition» (da noi la chiamerebbero «governo delle larghe intese») che lo stesso Merz ha annunciato di essere fermamente determinato a formare entro Pasqua. I numeri per una alleanza sufficientemente chiara e stabile, ci sono. Ma non abbastanza da garantire al Bundestag (il Parlamento tedesco) la maggioranza qualificata dei due terzi indispensabile per modificare le leggi costituzionali. Tipo quella che dal 2009 ha posto un rigido freno alla possibilità per lo Stato tedesco di indebitarsi e che dunque impedirebbe a Merz di aumentare, come lui si è impegnato a fare, le spese per la Difesa in risposta alle minacce russe e allo sganciamento dell’America dalla Europa più e più volte ventilato da Trump.

L’altra grande novità (si fa per dire visto che i sondaggi della vigilia lasciavano ben poco spazio alla fantasia) di queste elezioni è il secondo posto assoluto di Alternative für Deutschland (AfD) che, con il 20,8 per cento dei voti (più che raddoppiati rispetto a quelli delle precedenti elezioni federali di quattro anni fa) ha ottenuto il miglior risultato di un partito di estrema destra in Germania dalla caduta del nazismo.

Detto che a dichiararsi apertamente simpatizzanti se non nostalgici del Terzo Reich sono molti degli stessi esponenti della formazione guidata dalla signora Alice Weidel (46 anni, un nonno nominato personalmente da Hitler giudice capo dello staff che si occupava delle condanne degli oppositori del regime, laureata in Economia con una tesi sul sistema pensionistico cinese, sposata con una produttrice cinematografica immigrata dallo Sri Lanka con la quale vive in Svizzera insieme ai due figli avuti da due padri diversi), la spiegazione di un simile exploit è scritta a chiare lettere nella sua composizione geografica, sociale e demografica. AfD, infatti, è stato il partito più votato in tutte le regioni della ex Germania Est. La nuova mappa elettorale tedesca offre una visione impressionante, quasi che una mano invisibile avesse tracciato nuovamente lo stesso confine con quella dell’Ovest rimasto in piedi fino alla Caduta del Muro di Berlino. Passando a una lettura in chiave più «sociale», emerge che AfD ha fatto bottino anche nel Nord industriale del Paese (tradizionale roccaforte socialdemocratica), strappando delle percentuali apprezzabili pure in alcuni distretti dell’Ovest (tipo la Ruhr) particolarmente toccati dalla crisi.

C’è poi il dato dei giovani che, spesso tradendo la sinistra e il fronte ambientalista oppure recandosi alle urne per la prima volta, hanno risposto in massa – ben il 47% in tutto il Paese - al richiamo di «Alice für Deutschland». Un gioco di parole che echeggia anche foneticamente l’«Alles für Deutschland» delle SA hitleriane vietato per legge in Germania, ma che nonostante ciò non ha impedito a un milione circa di elettori della Cdu e addirittura a quasi due della Spd di spostarsi sulla destra estrema. A contribuire maggiormente al boom dei votanti in Germania, è stata sempre l’AfD. Vale a dire, il partito più «antisistema» e più «anti Europa» fra tutti i partiti tedeschi. Il che non fa che riproporre il problema del rapporto delle forze politiche dichiaratamente «europeiste» con le rispettive opinioni pubbliche. Un rapporto che, su temi cruciali quali l’immigrazione e l’Ucraina, non ha fatto che deteriorarsi in maniera sempre più vistosa in tutto il Continente.

Non senza contraddizioni, certo (tanto per dire, i sondaggi in Gran Bretagna danno in ascesa il leader «antisistema» Nigel Farage contemporaneamente al numero dei sudditi di Sua Maestà che mai e poi mai voterebbero più per la «Brexit» di cui lo stesso Farage è il «padre» riconosciuto). E tuttavia, questa è e resterà la questione decisiva con cui fare i conti per tutti coloro che non intendono rinunciare a essere e a sentirsi dei «patrioti europei», oltre che tedeschi, italiani, francesi, spagnoli, polacchi, finlandesi o polacchi. I primi a dover sapere che, da un clima permanente di rissa e di reciproche demonizzazioni, di sospetti e di rivalità sempre più prive di senso (era meglio l’Europa a guida franco-tedesca con l’Italia in seconda o terza fila, o viceversa?), si esce in un modo solo: con la fine dell’Europa.

Una fine auspicata e cercata da molti e con i mezzi più disparati (l’ultima campagna elettorale tedesca è stata un autentico festival dei siti di disinformazione filorussi). Ma alla lunga nociva per tutti, giacché portatrice - checché ne dicano gli pseudo pacifisti e i teorici della resa a Putin - solo di altri guai. Nuove e ancora più rovinose guerre comprese.

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