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Editoriale

Le miserie di Trump e Putin, il coraggio di Von Der Leyen

Le miserie di Trump e Putin, il coraggio di Von Der Leyen

12 Marzo 2025, 13:00

Credo che gran parte degli italiani sia ormai consapevole che i tavoli su cui si trattano le vicende internazionali sono tanti, troppi, e che le discussioni che vi si svolgono sono sempre più caotiche. Caotiche per il disordine che domina la parte americana, ma non tutte le altre addestrate alle difficoltà delle tattiche, delle strategie e dei vari scenari ipotizzabili, tanto da risultare, in genere, accuratamente preparate ad affrontare le novità di queste settimane. Benché alcune novità siano del tutto impreviste come per esempio la gratuita, autolesionistica «dazione» alla Russia da parte americana dei territori già conquistati in Ucraina, la restituzione di quelli presi dalle truppe ucraine, la denegazione a Kiev dell’ingresso nella Nato e, infine, il rifiuto di una garanzia americana del rispetto delle clausole di pace che prima o dopo Zelenskji o chi per lui sarà costretto a firmare sotto la minaccia delle armi.
Per varie ragioni, la più grave delle quali è costituita dal sostanziale disinteresse della politica italiana alle vicende dell’Oriente europeo (talché l’aiuto prestato dal nostro Paese all’Ucraina sembra più una offerta alla solidarietà europea, ben testimoniata dai fondi del Pnrr, che una vera a propria condivisione degli ideali di libertà e democrazia che la disperata, eroica difesa dell’Ucraina da parte dei suoi cittadini ha testimoniato), gli italiani non si sono appassionati alle vicende dell’aggressione a Kiev e hanno continuato a porre ai primi punti all’ordine del giorno argomenti sostanzialmente elusivi del grave problema che colpendo l’Ucraina colpiva le democrazie europee. Tutte le parole d’ordine emanate da Elly Schlein appartengono a questa categoria concettuale di questioni, mentre per il resto, per il problema dei problemi, la giovane e impreparata segretaria del Pd appariva non lontana dalle posizioni di intelligenza con il nemico manifestate dalla combriccola che fa capo a Giuseppe Conte (oltre che, pervicacemente da Matteo Salvini dimentico forse di essere parte non secondaria della maggioranza di governo).

La carta che più gravemente manca sul tavolo apertosi a Gedda (Arabia Saudita) è quella che contiene i punti essenziali di un negoziato triangolare diviso peraltro in due tavoli, uno Usa-Russia l’altro Usa-Ucraina. Un formato che contiene l’accettazione di un crimine, il consolidamento cioè della legittimazione dell’invasione dell’Ucraina iniziata il 26 febbraio 2023 con il rifiuto di considerarla un soggetto statuale con pari diritti degli altri stati del pianeta. L’accettazione di un crimine doverosamente attribuibile oggi a Donald Trump, un uomo visibilmente confuso, incapace di distinguere le questioni di Stato dai suoi affari personali e le tragedie della storia in modo diverso da manifestazioni di forza, nelle quali lui, non da presidente, ma da vecchio imprenditore border line, deve schierarsi con il più forte, il più spietato, il più corrotto dei contendenti. En passant sottolineo come gli Usa abbiano cessato di fornire il supporto della propria intelligence ai combattenti ucraini rendendoli ciechi ed esposti ai russi e altresì ridimensionando fortemente le capacità della contraerea di abbattere missili e droni di Mosca. Aggiungiamo la fine delle forniture militari legalmente stabilite dal predecessore di Trump e che si sarebbero dovute realizzare per ancora sei mesi (un tempo idoneo al maturare di un armistizio).

Generosamente, una generosità non solo personale, ma capace di catturare e di rappresentare una parte degli europei, Ursula von der Leyen (che sta rivelando un sempre maggiore spessore politico oltre che etico) insieme a Keir Starmer (che non si discosta dalla tempra morale dei maggiori premier britannici della storia, riproponendo scelte e decisioni in stile Winston Churchill e Margareth Thatcher) fanno sapere che l’Europa intenderebbe assumersi l’onore di garantire la libertà e l’indipendenza di ciò che resterà dell’Ucraina successivamente al duplice «arraffo» di Trump e di Putin. Già: era saltato il diktat americano a Zelenskji di ieri mattina. Prima di andare avanti nel tuo annientamento dacci le concessioni minerali che, forse, determineranno gli Usa a fare qualche resistenza alla Russia.
Ora, sappiamo bene tutti cosa significa la garanzia europea: mobilitare una forza militare che difficilmente supererà i 40.000 uomini e, di fatto, darla in consegna a Putin che deciderà in un batter d’occhio quando annientarla con un’altra operazione speciale. Il che comporta, in soldoni, costringere Francia, Regno Unito e Germania ad affrontare una guerra in condizioni di evidente inferiorità o di subire pretese politiche e territoriali del despota del Cremlino. Alcuni ben pensanti sostengono che Putin non avrà altre pretese dopo l’Ucraina. Si sbagliano, la natura criminale del dispotismo che domina la Russia rende consustanziale l’accrescimento territoriale e nuovi conflitti, elementi ai quali il dispotismo per perpetuarsi non può rinunciare.

Il nostro caro, gentile patetico (in senso buono) ministro degli Esteri invoca alternativamente la Nato e l’Onu. Dimentica purtroppo che la Nato è allo stato terminale, visto che abdicando al proprio ruolo in essa gli Usa l’archiviano e che l’Onu, causa il diritto di veto russo e americano, mai potrà consentire all’invio sul confine dell’Est di un suo contingente, magari con regole d’ingaggio castranti come nel caso di Unifil-Libano.

Per queste ragioni non c’è dubbio che l’unica speranza di sopravvivenza di uno stato ucraino libero e democratico risiede nell’Europa. Le difficoltà, almeno per ora, non impediscono di lavorare per mettere insieme le forze occorrenti, quelle che un giorno, a regime, consentirebbero all’Unione di fronteggiare la Russia esprimendo altresì una efficace dissuasione. E non si capisce ragionevolmente perché qualcuno (Italia in specie) si oppone all’ostensione della Force de frappe nucleare francese proprio come elemento di dissuasione dei disegni criminali di Mosca.

Questa non breve ma sintetica enunciazione di problemi ne trascura altri non meno importanti, dal Medio Oriente, alla follia dei dazi e delle incertezze, alle politiche economiche casuali e ondivaghe dell’amministrazione Trump.

E dall’opzione «pesce in barile» scelta da Giorgia Meloni e che, naturalmente, non potrà durare a lungo, comportando il rischio immanente di rendersi (come già segnalato) «a Dio spiacente e a li nimici sui» si dovrà inevitabilmente passare a una scelta. Sperabilmente europea.
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