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Condannato

Simulò una rapina: «Meglio in carcere che al freddo»

Simulò una rapina: «Meglio in carcere che al freddo»

19 Aprile 2025, 03:01

Meglio al fresco di via Burla che al gelo delle libere strade di Parma. E così verso l'ora di cena di capodanno un ventiseienne di origini nigeriane s'impegnò per farsi arrestare. Riuscì nel proprio intento, anche se a fatica: oltre a gridare e a dar di matto, dovette brandire un coltello, per essere davvero preso sul serio. Come voleva, alla fine venne «ricoverato» dietro le sbarre: vitto e alloggio (riscaldato) assicurati. Ora, trascorso l'inverno in carcere, è finito anche davanti al Gup, per essere processato con rito abbreviato per tentata rapina e porto ingiustificato di oggetti atti a offendere. Ne avrebbe volentieri fatto a meno, ma la messinscena servita per entrare in cella gli è costata anche un'uscita dal tribunale con una condanna a un anno e 9 mesi e a una multa di 390 euro: venti giorni di più e dieci euro di meno di quanto chiesto dal Pm. Elisabetta Panozzo, la sua avvocata, invece, aveva chiesto l'assoluzione, sottolineando come i soldi dell'incasso - ossia quanto avrebbe potuto rappresentare il bottino della «rapina» - il suo assistito non li abbia mai toccati.

A metterli sul bancone svuotando la cassa era stata la stessa titolare del bar Farnese di via Pisacane, dopo i primi istanti nei quali le era stato impossibile capire che cosa volesse lo sconosciuto. Il giovane, aiuto cuoco in un hotel, era appena stato licenziato: in un colpo aveva perso lavoro e alloggio (allontanato, pare, senza alcuna liquidazione). L'idea di ritrovarsi a dormire per strada in pieno inverno lo aveva terrorizzato. Da qui, l'idea di farsi arrestare: entrando nel locale, si sarebbe annunciato con un «chiama la polizia, voglio essere arrestato», frase a dir poco inusuale per un vero aspirante rapinatore. Infatti, la barista lì per lì rimase interdetta.

L'altro allora ruppe un salvadanaio, scaraventò un cestino dei rifiuti contro la porta ed estrasse un coltello da cucina dallo zaino con il quale si era ritrovato in giro con le sue poche cose, come per un trasloco senza meta. Lo agitò senza davvero puntarlo contro nessuno, ma per essere preso sul serio, senza mostrare alcun interesse per il denaro che nel frattempo era stato esposto sul bancone. I primi a intervenire furono i militari di una pattuglia dell'Esercito che dall'esterno si erano accorti del trambusto; subito dopo nel bar entrarono anche gli agenti della Polizia locale. Il giovane non aspettava altro: si stese subito a terra, mentre un agente in borghese della Polizia penitenziaria allontanava il coltello con un calcio. Poco dopo, il finto rapinatore fu preso in consegna da una pattuglia della Squadra volante. Finì in carcere dopo una breve tappa in questura. Missione compiuta.

Il giorno stesso della condanna, il 26enne è stato scarcerato (la pena non era tale da farlo tornare dietro le sbarre): se non altro, è finito l'inverno, nonostante la bella stagione sia tutt'altro che cominciata. Però, convinto com'è di non aver fatto nulla di male, lui sperava in un'assoluzione. E questo era l'obiettivo anche della sua avvocata, che ha più volte ribadito come non ci fosse alcun dolo nelle azioni del suo assistito e ha già depositato il ricorso in appello. Di ben altro avviso il giudice. In fondo, anche andare in cella a sbafo può rappresentare un ingiusto profitto, come il bottino di una rapina. E poi «questa casa (circondariale) non è un albergo».

Roberto Longoni

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