La storia
Ogni volta che un uomo uccide o tenta di uccidere una donna, rivivo quei momenti terribili: la tragedia non si cancella e sei costretta a rivedere la tua storia. È dura e penso a quei poveri figli».
Sì, ai due bambini sopravvissuti alla violenza, che si è consumata nella casa di San Secondo. Piccoli, ma talmente adulti da correre per chiedere aiuto ai vicini, perché «la mamma stava male».
Così, come è capitato a lei, bambina di tanti anni fa. In quel giorno d'estate, in un altro paese della nostra provincia. «Era l'ora di pranzo - racconta Paola, chiamiamola così, oggi 50 anni e impegnata nel volontariato -. Ho chiamato mio padre e dalla finestra l'ho guardato negli occhi: ho capito subito che era successo qualcosa di grave. Sono subito andata a chiamare una signora amica, per avvertire i carabinieri, ma ormai era tardi: mia madre era morta, soffocata dalle mani di mio padre».
Una bambina di 10 anni, che anche a distanza di tempo ha bisogno di lunghi respiri per trovare le parole. Quelle poche parole, perché il dramma di perdere la mamma in quel modo non si può raccontare: «Una mamma che ha sempre sacrificato se stessa per i figli, sopportando la violenza di un marito, nostro padre, che aveva il vizio di bere - continua -. Ma mia mamma non ha mai trovato la forza di lasciarlo: un po' perché erano altri tempi, con una cultura diversa, e un po' perché lasciandolo aveva paura di perdere i figli».
Nelle dinamiche famigliari condotte dall'uomo violento, il femminicidio è «solo» l'atto finale. Come per la mamma di Paola, una donna che nella sua breve vita ha dovuto sopportare ben più di una violenza: «Verbale e fisica - sottolinea Paola -. È capitato spesso a casa nostra. E noi bambini non capivamo: ci rifugiavamo nel pensiero che forse anche nelle altre famiglie poteva succedere che il papà picchiasse la mamma. E nessuno di noi ne ha mai parlato con nessuno, sublimando il problema con una favola inesistente, per far apparire la nostra famiglia la più bella di tutte».
Oggi Paola è una donna di successo, sposata e orgogliosa dei propri figli: ma dove ha trovato il carattere di andare avanti? «Ho sempre cercato di pensare al domani - confessa -. Continuavo a parlare con mia mamma, come se fosse viva: ne avevo bisogno. Per me e per i miei fratelli è stato molto importante rimanere uniti, perché è l'unico pezzo di famiglia che rimane in vita. I figli non possono essere divisi, perché sono momenti in cui tutti i punti di riferimento spariscono in un attimo, persino la tua casa viene chiusa. Inoltre, per me è stato fondamentale avere una figura, il cui ruolo potesse affiancare quello della mamma: non dico per sostituirla, ma per ricordarla. Noi l'abbiamo avuta e ha sempre rappresentato una relazione essenziale ed educativa: ha evitato che noi ci perdessimo per strada».
L'appello di Paola è per i piccoli e gli adolescenti che rimangono a sopportare il peso del dolore. Come i bambini della famiglia di San Secondo e le due sorelle maggiori: «Nessuno pensa a chi sopravvive, nessuno pensa alla tragedia che vivono i figli e che si porteranno dentro per sempre. Il dolore e la rabbia, per non aver potuto fare niente in aiuto alla mamma».
Un fiume di pensieri, che si riavvolgono dietro a una certezza: «Nulla è cambiato in questi anni - afferma Paola -, nonostante tutto quello che si fa contro la violenza sulle donne, d'altronde gli uomini che partecipano alle iniziative di prevenzione sono sempre quelli che mai userebbero violenza. Oggi più che mai bisogna intercettare quella fascia maschile che invece è considerata a rischio, per motivi culturali o religiosi, ma anche per motivi legati a una dipendenza, che può essere alcol o droga, perché come i fatti di cronaca lo dimostrano le violenze domestiche non appartengono a una sola classe sociale: un problema trasversale che può colpire tutte le famiglie. È necessario portare avanti progetti ben strutturati con le ultime generazioni: ragazzi e ragazze, perché il tema non è solo quello del sentimento del possesso sulla donna, ma anche quello del rispetto degli altri, verso se stesse e dell'autostima. Una violenza che può scatenarsi in forme diverse: la violenza fisica e la violenza verbale, che nasce da una perversa manipolazione dell'uomo, che vuole far sentire in colpa la donna per una reazione che invece è stata determinata dall'uomo stesso. La violenza parte infatti da un atteggiamento e dalle parole che vengono usate, per sminuire il valore della donna. Una violenza che diventa una forma di controllo sull'altro. E questi messaggi per i giovani sono fondamentali, a maggior ragione nel mondo in cui viviamo, dove i social sono riferimenti sempre più dannosi, in quanto sdrammatizzano ogni comportamento e permettono qualsiasi cosa, senza più confini. Per questi e per altri motivi è necessario partire con una forte azione educativa nelle scuole e a largo raggio».
Ragazzi e ragazze, cittadini e cittadine del domani, protagonisti di una società che deve diventare del rispetto: a loro il compito di cambiare le cose, a loro il coraggio di dire «mai più», perché ancora una volta non sia troppo tardi: «Quanti figli sono costretti a vivere situazioni malsane, dove i padri offendono quotidianamente le madri? - conclude Paola - Questi figli hanno il futuro segnato dall'esperienza di coppia dei genitori, perché si cresce con modelli sbagliati e convinzioni non corrette. Finché accade la tragedia, così come è accaduto nella mia famiglia e in tante altre famiglie: un dolore che rimane profondo per sempre e ogni volta che una donna viene uccisa - ripete - le immagini ritornano, come se non fosse passato nemmeno un giorno da allora. Il tempo dovrebbe lenire e invece aumenta il senso di impotenza. Non smetterò di dirlo: le donne che subiscono violenza fisica o verbale devono rivolgersi ai centri specializzati, che in anonimato riescono ad aiutarle per uscire da certe situazioni; gli uomini che usano violenza una prima volta devono smettere di pensare che non accadrà una seconda, perché nel momento in cui si infrange questo tabù ogni gesto o linguaggio possono essere pericolosi, per cui è necessario rivolgersi ad esperti e trovare la cura migliore per chi è incapace di amare».
Mara Varoli
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