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COLPI DI TESTA

Verdi e Genova, un lunghissimo amore

Verdi e Genova, un lunghissimo amore

08 Maggio 2025, 03:01

Giuseppe Verdi è passato alla storia come «il musicista più eseguito al mondo» e come filantropo inesausto: la Casa di riposo per artisti, a Milano, dov’è tra l’altro sepolto insieme a Giuseppina Strepponi; l’ospedale di Villanova d’Arda: le generose elargizioni per i poveri delle Roncole e di Busseto. Ma c’è un aspetto particolare nelle sue ultime volontà: un connotato che riconferma il carattere di uomo serio ed eccentrico, di bassaiolo terragno che non dimentica le offese ricevute e che si vendica, con memoria di elefante... Una prova? Come definire, se non un privilegio, quello toccato a Genova, eletta a città preferita?

Il 14 maggio 1900

Scrive Verdi il 14 maggio 1900: «Questo è il mio testamento… 1- Lascio agli Asili Centrali della città di Genova la somma di lire ventimila. 2- Lascio allo Stabilimento dei Rachitici della città di Genova la somma di lire diecimila. 3 - Lascio allo Stabilimento dei Sordo Muti della città di Genova la somma di lire diecimila. 4 - Lascio all’Istituto dei Ciechi di Genova la somma di lire diecimila…». Sette mesi prima della morte, Giuseppe Verdi consegna il testamento olografo. I primi quattro lasciti, i più corposi in danaro, sono tutti a favore di istituzioni caritatevoli di Genova. Ben 50mila lire complessive del 1900 che oggi corrisponderebbero a 252.174.72 euri (20mila lire di allora, oggi 100.869.89 euri; e 10mila lire, oggi 50.434.54 euri).

Pesce e pasticcerie

Per cinquant’anni, il grande Roncolese svernò nella capitale ligure; città dallo spirito verdianissimo nonché scenario del «Simon Boccanegra». Città amata da poeti e scrittori, popolata da abitanti parsimoniosi e discreti. Ottimo pesce, buoni ristoranti ed eccellenti pasticcerie, nonché lunghe passeggiate nei caruggi del centro storico e tra gli splendidi palazzi costruiti dalla ricchezza di banchieri e navigatori commercianti ai tempi della Superba.

Una puntata d’obbligo era quella al mercato ittico... A tal proposito, una mattina Verdi comprato del pesce, viene riconosciuto dal giovane venditore, cantante lirico in erba, che gli dice: «Maestro, domani sera sarò in teatro, recito nella sua “Aida” la parte del Re». E Verdi: «Scommetto però che guadagnate di più qui, con il banco del mercato che con la particina in palcoscenico».

Goloso, il Maestro comprava i canditi da Romanengo, i fiaschi di vino da Giavotto e frequentava la pasticceria dei Fratelli Klainguti, famosa per la torta Zena e per le deliziose brioche farcite con crema di nocciola che i Klainguti, svizzeri ingenovesati, gli avevano dedicato battezzandole, in suo onore, «Falstaff». Da quel giorno, incorniciata e appesa a una parete della pasticceria campeggiava una foto con dedica: «Cari Klainguti, grazie dei Falstaff. Buonissimi… molto migliori del mio!».

Era un panorama mozzafiato, un colpo d’occhio da restare ammaliati, quello che i Verdi potevano godere dall’appartamento di Villa Sauli Pallavicino, affittato per 3mila lire l’anno nel 1866 (circa 19mila euro d’oggi) grazie ad Angelo Mariani, direttore musicale del Teatro genovese Carlo Felice, per molti anni amico intimo di Verdi: legame sfilacciatosi a causa del drizzone wagneriano preso dal Mariani che diresse Wagner a Bologna, in una “première” nazionale. Offesa che sommata al fatto che il Mariani era fidanzato con il soprano boemo, quella Stolz che, suscitando la disperazione della Strepponi, ammaliò, ricambiata, Giuseppe Verdi e gli fu vicina persino nel momento del trapasso, il 27 gennaio 1901 a Milano. Rotta l’amicizia con Mariani, dieci anni dopo i Verdi traslocheranno nel piano nobile, nell’appartamento “regale” di Palazzo Doria.

«Io non amo il mare»

Non che il Maestro amasse molto il mare, anzi lo riteneva un elemento panoramico da cartolina, da tenere a debita distanza: «Voi mi chiedete», scriveva Verdi all’amico Opprandino Arrivabene, «perché io abbia preferito Genova anziché Milano, a mia dimora abituale? Non è stato certo l’amore del mare e il desiderio di vederlo dalle mie finestre; lo sapete, io non amo il mare, e per questa mia istintiva avversione non sono mai stato in America e ricusai anche di andare al Cairo ad assistere alla messa in scena dell’Aida. Se ho scelto Genova a mio domicilio l’ho fatto per tenermi un po’ lontano dal mondo musicale e da tutta quella gente che, appartenendo a quel mondo, si crede in dovere di farvi un po’ troppo da padrone e non lasciare in pace coloro che, a dritto o a torto, sono di quel mondo gli individui più in vista. A Genova mi sento un po’ più padrone in casa mia di quanto non potrei esserlo a Milano».

Verdi passava spesso da Genova per andare a Roma, Napoli e Parigi per assistere alla rappresentazione delle sue opere; durante la sosta genovese prendeva alloggio all’hotel Croce di Malta, nella zona di Caricamento. Il desiderio di abitare a Genova fu, appunto, esaudito dal grande direttore d’orchestra ravennate Angelo Mariani. Infatti, grazie all’amicizia con la marchesa Sauli Pallavicino, il direttore andò ad abitare nell’ammezzato di quella villa: e fece prendere in affitto il piano nobile dai coniugi Verdi. Nel 1866 il Maestro va dunque ad abitare in via San Giacomo di Carignano. In una lettera indirizzata al conte Opprandino Arrivabene, datata 16 marzo 1867, scrive: «Ricevo ora la tua lettera e ti ringrazio. Parto per S. Agata, ma ritornerò qui per allestire un appartamento che ho non comprato ma affittato in Carignano, Palazzo Sauli Pallavicino. L’appartamento è magnifico e la vista stupenda e conto passarvi una cinquantina d’inverni».

Palazzo Doria

Da una lettera del 26 novembre 1874 diretta al conte Opprandino Arrivabene si apprende che il Maestro aveva già lasciato l’appartamento in Carignano: «Non so se tu sappia, che io non sto più in Carignano, ma nel Palazzo del Principe Doria». Verdi tenne qui in affitto l’appartamento fino a poco prima della sua morte. Il grande affetto che unì il Maestro a Genova traspare anche nelle sue disposizioni testamentarie.

Non Parma né Busseto

Non Parma né Piacenza e tantomeno Busseto, accapigliantesi tutt’ora per averne la patria potestà. Ma è la discreta, elegante Genova ad essere la città italiana prediletta da Verdi. Genova significava per lui inverni assai più miti di quelli nebbiosi e ghiacciati della Bassa e di Busseto, che il compositore aveva abbandonato, per via della crisi di rigetto dei bussetani nei confronti della Strepponi, donna già madre di tre figli “clandestini”: arrivata con uno scenografico sfarzoso ingresso in carrozza dalla porta di Mezzogiorno, il 14 settembre del 1849, e installatasi “more uxorio” nel più bel palazzo di via Roma, acquistato dal Verdi nel 1846, da poco pervenuto alla ricchezza dopo un’infanzia e una gioventù salvate dalla miseria grazie a Antonio Barezzi. L’acquisto di Palazzo Orlandi era visto da molti uno schiaffo alla memoria di Margherita Barezzi, la prima moglie di Verdi, figlia di Antonio, il mecenate del musicista, morta giovanissima, insieme ai due piccoli figli, dieci anni prima. Ne seguirono occhiatacce e insulti alla diva di fama mondiale, imputata di vita scandalosa ed evitata da tutti o quasi La coppia si trasferì a Sant’Agata, dove il maestro aveva acquistato una «possessione» di 350 biolche, con una casa di campagna che poi diventerà Villa Verdi. Terra, questa, fin dal 1600 culla di generazioni della schiatta dei Verdi, gestori di osterie e del porto fluviale dell’Ongina, il torrente che, bagnata la Villa di Sant’Agata, dove Verdi confinerà la Strepponi, sola e disperata per lunghi periodi, confluisce le sue acque melmose nel Po.

Vittorio Testa

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