PATTEGGIAMENTO
«Se vuoi la guerra, l'avrai». Così le sibilava, eppure era lui che seminava il terrore in quella casa. Violento con Lucia (la chiameremo così), la ragazza che aveva conosciuto dopo essere arrivato dal Senegal. Ma lei aveva combattuto per quella storia: ci credeva, tanto da aver desiderato le due figlie, nate nel giro di pochi anni. Ma proprio davanti alle due bambine spesso lui aveva alzato le mani minacciandola di morte. Una volta, in particolare, l'aveva colpita con un ceffone così violento che Lucia era caduta a terra mentre teneva in braccio la figlia più piccola, e il giorno dopo la bambina si era svegliata con un livido sotto un occhio. Più di un anno di paura, tra febbraio 2022 e aprile 2023, e allo stesso tempo con la speranza che tutto potesse tornare come ai primi tempi, quando i gesti erano dolci e si facevano progetti. Ma il copione non è mai cambiato, finché lui, 28 anni, se ne è andato. Accusato di maltrattamenti aggravati, nei giorni scorsi ha patteggiato 1 anno e 4 mesi davanti al gup Gabriella Orsi: il giudice ha poi sostituito la pena con lavori di pubblica utilità, per la stessa durata della condanna, in un'associazione di volontariato. Non meno di sei ore e non più di quindici a settimana e con un limite massimo di otto ore al giorno: questo l'impegno (gratis) che il 28enne dovrà garantire.
Lui che urlava. Minacciava. Picchiava. Eppure, Lucia si sentiva dire: «Devi farti curare tu, non io, hai dei problemi mentali seri».
Proibito, poi, chiedergli aiuto per accudire le bambine: spesso aveva altro da fare, o più semplicemente non ne aveva voglia. Ma quando Lucia «osava» fargli presente che avrebbe dovuto darle una mano, le reazioni erano spesso di una violenza inaudita: nel febbraio del 2022, prima aveva distrutto con un pugno la porta del bagno, poi aveva fatto cadere la compagna mentre teneva in braccio la bambina più piccola. Pieno di rabbia e risentimento, aveva anche preso a calci Lucia.
Qualche mese dopo l'aveva aggredita sferrandole un forte colpo alla testa e, quando lei aveva chiamato i carabinieri, aveva cominciato a lanciare piatti, tavoli, sedie e spaccare oggetti vari insultandola. Nemmeno all'arrivo della pattuglia si era placato.
Erano tornati ancora, i militari, all'inizio di febbraio del 2023: anche quella volta l'aveva gettata a terra mentre aveva tra le braccia una delle figlie. E nei giorni successivi l'aveva terrorizzata dicendole che in fin dei conti l'aveva «graziata» perché avrebbe potuta spingerla con ancora più violenza facendole sbattere la testa contro il termosifone lì accanto. «Saresti morta o finita in ospedale», aveva anche aggiunto.
Mai un aiuto per le figlie. Eppure, anche loro erano di sua unica proprietà. «Ti uccido, se provi a togliermele», le aveva urlato.
Quelle bambine paralizzate dalla paura. Smarrite. Che avevano cominciato a rifiutare coccole e cibo.
Georgia Azzali
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