dramma di torrechiara
Caldo soffocante, volti tesi, occhi lucidi. Fuori dall'aula, al terzo piano del tribunale, sezione penale, l'avvocato Giovanni Battista Isi indica la mamma di Martina Karakach: «Il vero coraggio è il suo, perché è merito suo se in quel punto della Massese, adesso, c'è una rotatoria». Ilaria Alfieri annuisce, ma non sorride: è ancora troppo forte il dolore per la perdita della sua Martina, figlia unica, uccisa a soli 17 anni nello schianto avvenuto il 15 gennaio 2022 a Torrechiara, lungo la Massese. In quell'incidente persero la vita altri due giovanissimi che erano in auto con lei: Joseph Venturini, 18 anni compiuti un mese prima dello scontro, e Renat Tonu, il 20enne alla guida della Mercedes distrutta da una Ford Focus lanciata a tutta velocità.
La donna che era alla guida della Ford, e che all'epoca aveva 56 anni, era accusata di omicidio stradale aggravato ed è stata condannata dal giudice Giuseppe Saponiero a tre anni di reclusione - come richiesto dal pm Ignazio Vallario durante la sua appassionata requisitoria - al pagamento delle spese processuali e alla sospensione della patente per tre anni. Il risarcimento per le numerose parti civili sarà stabilito in sede civile.
Ilaria e Andrea, i genitori di Martina, gli unici genitori presenti ieri in aula al momento della lettura della sentenza, ascoltano in silenzio. La richiesta del pm, accolta in toto dal giudice, forse li soddisfa. Ma i loro sguardi restano velati dal dolore più grande per un genitore: piangere la morte di un figlio. «Non abbiamo più lacrime. Martina per noi era tutto, era solare, piena di vita. Al di là di come andrà a finire questo processo, noi stiamo già scontando la pena più grande. È una sensazione di vuoto che fa male», confessa Andrea, il papà della ragazza, pochi minuti prima del rientro del giudice in aula per la lettura della sentenza. Rosanna Beifiori, difensore della donna, aveva chiesto l'assoluzione.
Il nodo della velocità
La Ford guidata dalla donna andava troppo forte per quel tratto di strada. Forse perché quel percorso lo conosceva bene, dato che abita a Langhirano. Lo ricostruisce con precisione il pm Vallario, ricordando che l'auto viaggiava a 120 chilometri orari, da Parma verso Langhirano, in un tratto in cui il limite sarebbe di 90. Lo scontro è avvenuto al centro della Massese, all'altezza di strada della Badia, da dove proveniva la Mercedes con a bordo i tre ragazzi.
L'impatto è stato devastante, perché la velocità della Ford era esorbitante, ripete per ben due volte il pm, ricordando inoltre che 800 metri prima dell'incrocio c'era un cartello con il limite dei 70: un indicazione che avrebbe dovuto suggerire maggiore prudenza.
Case lungo la strada
Giovanni Battista Isi, difensore di parte civile della mamma e dei nonni materni di Martina, lo ripete con ostinazione: «Il quel tratto non andavano fatti né i 70 né i 90, perché la presenza di edifici, anche se su un solo lato della strada, configura il contesto come centro abitato. Lì, quindi, andavano fatto i 50. Se fossero stati fatti i 70 - afferma - non staremmo comunque a parlare di tre ragazzi morti». I 120 chilometri orari della Ford, è stato ripetuto più volte in aula, sono stati definiti una velocità da autostrada.
Lamiere e dolore
Come in un fermo immagine, il pm ricostruisce l'esatto istante dello scontro: la parte anteriore della Ford che si distrugge contro il fianco sinistro della Mercedes, colpendo la ruota sinistra e la portiera. Al volante c'era Renat, di fianco c'era Joseph, mentre Martina era sul sedile posteriore, lato guidatore. Sull'asfalto non erano stati rilevati segni di frenata. La Ford si era fermata 30 metri più avanti, lungo la strada, mentre la Mercedes era stata sbalzata a 40 metri di distanza, finendo nel campo. Lo schianto era stato fatale per Joseph, il primo ad essere estratto dalle lamiere, ma deceduto pochi minuti dopo, mentre i cuori di Martina e Renat avevano cessato di battere il pomeriggio successivo. Per liberarli dalla Mercedes erano dovuti intervenire i vigili del fuoco. Oltre ai soccorritori, i primi ad arrivare a Torrechiara erano stati i carabinieri.
Battaglia in aula
Con elevata probabilità, la Mercedes non si sarebbe fermata allo stop di strada della Badia, procedendo a velocità molto bassa, 20 chilometri orari, accennando una svolta a sinistra, cioè verso Parma, una volta sulla Massese. Ed è su questo punto che si è concentrata la difesa e l'avvocato Massimo Coliva (responsabile civile), legale dell'assicurazione della donna. «Lo stop è stato bucato», afferma, sostenendo che la violazione più grave sarebbe stata commessa proprio dal guidatore della Mercedes, che non si sarebbe fermato allo stop. La mamma di Martina sospira, si agita sulla sedia, poi di scatto afferra la borraccia ed esce dall'aula. Pochi istanti dopo la segue anche il papà della ragazza.
Clima teso
Dopo il dramma, la battaglia non è andata avanti solo nell'aula del tribunale. «L'imputata non si è mai vista in aula, non ha mai esternato dispiacere o porto le scuse», stigmatizza Isi, che poi parla di «clima avvelenato» a Langhirano, dopo alcuni pettegolezzi che hanno costretto la mamma di Martina a sporgere querela per diffamazione. Ma la tenacia di questa donna è andata oltre il dolore e le chiacchiere: ha fatto donazioni al reparto di Neonatologia e all'Associazione per le vittime della strada. «Se oggi c'è una rotatoria nel punto dell'incidente - ricorda Isi prima di venire abbracciato da Ilaria - lo si deve al coraggio di una mamma, affinché la morte di Martina, Joseph e Renat non sia avvenuta invano».
Pierluigi Dallapina
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