Basket
Il sacro fuoco della passione per la pallacanestro in lei non si era mai spento. Aveva solo bisogno di essere alimentato. Per la parmigiana Beatrice Olajide l'elemento che ha restituito vigore alla fiamma è stata una maglia. Azzurra. Quella della Nazionale italiana 3x3 con cui l'ala classe 1998, cresciuta nelle giovanili del Basket Parma (formazione con cui ha poi debuttato in serie A1 non ancora sedicenne), ha partecipato nelle scorse settimane al Mondiale di Ulaanbaatar, in Mongolia. Di questa Nazionale, allenata da Angela Adamoli, Beatrice è diventata un punto fermo. E da qui anche la carriera nel basket “tradizionale”, il suo primo amore, ha conosciuto uno snodo. Cruciale e per certi versi inaspettato. «Nella pallacanestro femminile non esistono ingaggi che possano garantire una certa stabilità per il futuro. Non c'è nulla di nuovo in questa constatazione» premette Olajide, che dopo Parma e La Spezia nella massima serie, ha giocato a lungo in serie A2, tra Forlì, Umbertide, Vicenza, Carugate e Brescia, prima di approdare al Perugia, in B. «Una scelta, quella di scendere di categoria, dettata proprio dal desiderio a un certo punto di privilegiare il lavoro, senza per questo allontanarmi troppo dal basket. Ora, però, è arrivato il momento di rientrare...».
Le sue parole lasciano presagire una bella novità all'orizzonte.
«Infatti. Nella prossima stagione giocherò a Giussano, in A2».
Un ritorno dalla porta principale, insomma.
«Sì, una chiamata che mi ha reso felice: un'opportunità che ho voluto cogliere al volo. Ho 27 anni, sono ancora giovane è vero, ma nella nostra disciplina non sai effettivamente per quanto tempo potrai riuscire ad essere competitiva a certi livelli. Ho voluto rimettermi in gioco».
Quanto ritiene sia stato importante, in questa opportunità che le si è palesata, il fatto di essere nel giro della Nazionale?
«Molto importante. Far parte della Nazionale, oltre ad essere il sogno di ogni atleta e naturalmente un privilegio, accresce anche la visibilità. Non pensavo di poter tornare ad indossare la maglia azzurra: averlo fatto mi ha dato la speranza di sognare ancora».
Quanto “pesa” la maglia azzurra?
«Abbastanza, perché quando arrivi ad indossarla il primo pensiero è che ci sono migliaia di giocatrici che sognano di vivere quel momento. Come dicevo, è un onore. E, in senso positivo, una bella responsabilità».
A lei era già capitato.
«Nel basket a cinque, a livello giovanile, disputando anche un Europeo. E ad un'altra rassegna continentale, in Bielorussia, avevo partecipato anche nel 3x3: era il 2015 e questa disciplina ancora agli albori. Di quel gruppo ero la più piccola».
Rispetto al basket tradizionale, il 3x3 presenta un bel po' di differenze sul piano del gioco.
«Negli anni il 3x3 è cambiato. Oggi è molto più fisico: richiede applicazione, intelligenza e soprattutto tanto atletismo».
Com'è stato partecipare al Mondiale?
«Un'autentica esplosione di emozioni, amplificata anche dalla presenza in squadra di una giocatrice del calibro di Rae Lin D'Alie, un talento incredibile. Lei è una veterana: faceva parte del gruppo azzurro che qualche anno fa vinse il titolo iridato e da lei c'è tanto da imparare. Anche con coach Adamoli ho instaurato un bel rapporto: è una allenatrice giustamente esigente, di grande temperamento, ma che riesce a creare una certa empatia con le giocatrici. Lei stessa ha giocato ad alti livelli: sa bene cosa passa nella testa di noi ragazze, comprendere i momenti e relazionarsi nella maniera giusta».
I risultati non vi hanno premiate.
«Bisogna andare oltre e non fermarsi alla superficie delle cose rappresentata dalla prematura eliminazione. Il discorso è più complesso. Negli altri paesi si sta investendo molto sul 3x3: si gioca anche durante l'inverno. In Italia, invece, l'attività si svolge praticamente solo d'estate, anche perché durante l'anno si deve tener conto degli impegni delle atlete con i rispettivi club. Ci vorrebbe un progetto che desse modo alle giocatrici di poter abbracciare unicamente questa disciplina».
Se le facessero una proposta di questo tipo, dedicarsi cioè solo al 3x3?
«Accetterei subito. Senza alcun tentennamento».
Beatrice, come ha iniziato a giocare a pallacanestro?
«Per caso. Avevo circa dieci anni e praticavo ginnastica artistica, ma ero già troppo alta. Così l'allenatrice mi disse che forse avrei dovuto provare una disciplina diversa, tipo pallavolo o basket. Optai per quest'ultima dopo un incontro a scuola, particolarmente coinvolgente, con Maria Chiara Franchini, allora colonna del Basket Parma. Nella mia famiglia nessuno aveva mai giocato a pallacanestro. Me ne innamorai subito».
E proprio al Basket Parma ha fatto tutta la trafila nel settore giovanile, arrivando ad assaporare la A1.
«Sarò sempre grata a quella società per avermi fatto vivere un'esperienza incredibile, anche dal punto di vista personale ed umano. Eravamo proprio un bel gruppo di giovani: insieme a me c'erano tra le altre Chiara Bacchini, Matilde Galli, Arianna Meschi, Martina Minari, Alessia Fatadey. Ci allenavamo con la prima squadra: anche solo il fatto di andare in panchina con le grandi non ci sembrava vero. Figurarsi addirittura giocare qualche scampolo di partita in A1, come è capitato a me».
C'è un allenatore cui deve dire grazie?
«Due in particolare: Filippo Casella e Pierangelo Rossi, che hanno accompagnato la mia crescita a Parma. Ma ho un bellissimo ricordo pure di Mauro Procaccini: un allenatore di serie A attento ai dettagli e alla cura dei fondamentali anche di noi piccole. Mi ha insegnato a tirare i liberi, dove facevo davvero una gran fatica: la palla praticamente la lanciavo. Un giorno Procaccini, dopo avermi osservata, rimase con me una ventina di minuti, spiegandomi come fare per migliorare l'esecuzione ai liberi. Un metodo sul quale ho continuato a lavorare, fino a diventare ora una specialista. Quando il Basket Parma cessò l'attività fu un colpo duro da assorbire, agli occhi di noi ragazze un fulmine a ciel sereno arrivato appena dopo aver raggiunto le finali nazionali. Andai a La Spezia, dove ha giocato anche mia sorella Isabella, pivot ora in B a Puianello. E da lì la mia carriera è proseguita lontano da Parma. Ma con questa città, dove sono nata e dove vive ancora la mia famiglia, il legame è sempre fortissimo».
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