Tribunale
Lei per lui non era «buona a nulla», tanto meno a lavorare. E come avrebbe potuto farlo, se il marito non le permetteva neppure di frequentare corsi professionali e, soprattutto, di studiare l'italiano. Violento, autoritario e aggressivo. Così nei racconti della giovane moglie viene descritto il 56enne marocchino che l'aveva sposata anni addietro. Lei, già madre di un bimbo, quando gli disse di essere in attesa del secondogenito, si sentì intimare di interrompere la gravidanza. Per sottolineare quanto facesse sul serio, lui un giorno la prese anche per il collo, spingendola contro la parete. «Abortisci» le sibilò in quei frangenti, aggiungendo che altrimenti il primo figlio sarebbe stato rispedito in Marocco e lei non l'avrebbe più rivisto.
Minaccia che poteva essere declinata anche in modo diverso. Come quando lui le assicurava che, se lei avesse denunciato le sue vessazioni, come più volte annunciato, il suo primogenito le sarebbe stato tolto. Lei alla fine accondiscese alle richieste del marito, interrompendo la gravidanza.
Mentre lui, tempo dopo, sparì di casa senza preavviso, lasciando la moglie priva di qualsiasi mezzo di sostentamento (dopo averle sottratto anche gli assegni di sostegno, unica fonte di reddito della donna). Nemmeno i messaggi della donna, preoccupata perché il bimbo aveva la febbre alta, fecero tornare il marito sui propri passi. Lui li avrebbe ignorati senza dare segno di sé. E così scattò la denuncia.
Ottenuto il riconoscimento delle attenuanti (l'uomo ha sottolineato il proprio pentimento versando una somma a un ente di beneficenza), l'imputato ha patteggiato due anni di reclusione. La sospensione della pena è subordinata alla partecipazione con cadenza almeno bisettimanale (e in modo proficuo) per un anno di un corso di recupero per maschi maltrattanti.
r.l.
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