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Il mondo piccolo delle edicole parmigiane

Il mondo piccolo delle edicole parmigiane

15 Agosto 2025, 03:01

L’edicolante o «giornalär», come dir si voglia, «l’è un po' cme al barbér». Infatti, con loro, a meno che una persona non sia sociopatica, è del tutto naturale scambiare due chiacchiere (magari dal barbiere anche più di due) in quanto è il rapporto giornaliero che può favorire una naturale empatia facendo, a volte, sbocciare un’amicizia che dura nel tempo.

Le edicole di giornali sono un mondo piccolo che contiene un mondo grande, in quanto l’interno e l’esterno di quello stanzino angusto sono tappezzati di giornali e riviste di ogni tipo appesi da tutte le parti. Purtroppo, con l’avvento dell’informatica e quindi dei giornali on line, molte edicole sono state costrette a chiudere i battenti, non solo in città ma anche in taluni paesi, aumentando quell’ormai irrefrenabile desertificazione umana, specie nelle nostre montagne.

Ma se numerose edicole hanno abbassato la saracinesca, come quella stile liberty in via Garibaldi a ridosso del Regio o la storicissima di via XXII Luglio (ex Salati Bottini in attesa di un nuovo gestore), alcune di queste hanno miracolosamente riaperto, come quelle di piazzale Barbieri all’ombra del vecchio acquedotto e quella dell’Annunziata, che un gruppo di giovani volonterosi ha riattivato con intelligenza e lungimiranza creando una sorta di salotto «en plein air». A loro vadano i complimenti più sinceri per il loro coraggio e la loro sensibilità civica.

Le altre edicole cittadine veleggiano coraggiosamente nell’oceano dei giornali, capeggiate dalla loro «ammiraglia» in via Sidoli guidata, per anni, dal mitico e indimenticabile Claudio Melloni. Eccone alcune: quella adiacente ai «Du Brassè» (ex «Carlén») gestita da una giovane e simpatica coppia di sposi; quella in piazza Garibaldi, che vive i suoi giorni ritmata dalle ore scoccate dall’orologio del Palazzo del Governatore; la storica in strada Mazzini; quella di viale Toschi all’ombra della Pilotta; quella all’inizio del Ponte di Mezzo, sottoposta da poco a un elegante maquillage; quella di piazzale Santa Croce, il cui gestore, Nicola Orlandelli, si è più volte rivelato un prezioso consulente di parmigianità per il cronista.

Epoi altre ancora: in via Langhirano (gestita dai familiari di quello che fu il «patriarca» dei giornalai parmigiani, Lorenzo Rossi); a Barriera Repubblica; in viale Partigiani d’Italia, dinnanzi al Tardini, meta dei tifosi del Parma e di altrettanti «commissari tecnici» con i capelli bianchi, che non mancano di dissertare di calcio sulle panchine dello Stradone; quella di strada Bixio, adiacente a quella che fu un tempo la gloriosa sede dell’Assistenza pubblica; quella di via Farini-piazzale Sant'Apollonia; quella di viale Solferino; quella calata nel cuore popolare di Parma, la «Giära», già Tedeschi, e da molti anni di Ruggero e Maurizio Gallinella; e altre ancora, sia in centro che in periferia, le quali svolgono un preziosissimo servizio. Ma facciamo ora un salto indietro nel tempo in una sorta di onirico amarcord per un tour virtuale tra le edicole di ieri, partendo da quella di piazzale Sant’Ulderico, gestita per anni del mitico Terenzio Marenzoni, scomparso nel 2021 a 90 anni. L’edicola, soppressa 35 anni fa, aperta agli inizi nel Novecento, aveva una peculiarità: era stata costruita interamente in legno. Furono le sorelle Carmen e Maria Cecchi ad aprire la lignea edicola quando, in strada Farini, transitavano cavalli e carrozze. A soli 10 anni il figlio della Maria, Terenzio, dopo le elementari, iniziò a dare una mano a mamma e zia nella consegna a domicilio dei giornali, in primis la Gazzetta. Enzo amava stare all’esterno della sua postazione distribuendo al volo i giornali, sempre con uno smagliante sorriso, congedando il cliente con un beneaugurante «evviva».

Clienti fissi di Enzo molti docenti del vicino Istituto «Melloni», tanti futuri geometri e ragionieri che andavano ad acquistare i fumetti e, a volte, il «peccaminoso» «ABC», con foto di attrici semi- nude che la pudibonda censura del tempo aveva provveduto a «castigare» con rettangolini neri per coprire le parti più scabrose del corpo. Invece, all’ombra della «Céza dal Bambén», era ubicata in un angolino, quasi come fosse una bambina messa in castigo dietro l’angolo, l’edicola Magnani, gestita dall’omonima famiglia. E, tutte le mattine, a buonora, partiva, a bordo della sua bici stracarica di giornali da recapitare ai clienti, l’adorabile Maria Magnani.

In piazza della Steccata, invece, c’era l’edicola dell’Argenta e della Marcellina, che guardava su via Garibaldi ma, più che altro, sulle vetrine della famosa «Gelateria Cantarelli», un vero e proprio salotto. Meglio ancora, un... «dolcissimo» salotto che negli anni Cinquanta, nei lenti meriggi parmigiani, accoglieva le signore-bene di Parma le quali, comodamente acciambellate sulle seggiole del locale, cicalavano tra loro gustando un’inarrivabile panna montata accompagnata dalle «linguine di gatto», biscottini secchi finissimi particolarmente adatti per abbracciare quella soffice, eterea e dolce schiuma d’angelo.

Forse è la «pu pramzàna» delle edicole cittadine era quella che fu di «Carlén», sotto i Portici del Grano. In effetti, la Piazza era «Carlén» e «Carlén» era la Piazza. Carlo Donelli, per tutti «Carlén», della Piazza Grande di una volta interpretava l’humus, la deliziosa dimensione provinciale un po’ pettegola, ciarliera e un po’ curiosa, ma tanto amabile e simpatica. Di famiglia «äd giornalär», la mamma Luigia insegnò a Carlo l’abc del mestiere gestendo per anni l’edicola della Piazza. «Carlén», dopo aver lavorato per poco tempo all’allora «Ametag», contagiato dalla secolare tradizione familiare, abbandonò tuta e attrezzi da lavoro e si mise dietro il banco tra quelle pile di giornali che odoravano di tipografia e inchiostro. «Bel cme ‘l sól» conosceva tutti e tutti lo conoscevano.

Chiacchierone come pochi, di una simpatia contagiosa, «matt cme ‘n cavàl», «Carlén», «bräghi curti, istè e invèron e scosäl nìgor», dispensò giornali e riviste a tutti: giovani, vecchi, gente comune, autorità, sindaci e assessori. E, per tutti, aveva una parola adatta ma, soprattutto, la battuta sempre pronta, ovviamente, in rigoroso «djalètt pramzàn». Era uomo di sinistra, ma andava d’accordo anche coi preti, i liberali e i missini, tant’è vero che uno dei suoi abituali clienti fu il consigliere comunale del Msi Gianluigi Busi, che Donelli stimava moltissimo.

Ricordava con commozione gli «amici importanti», come l’indimenticato Baldassarre Molossi, i vari sindaci che si sono succeduti e che, prima di salire le autorevoli scale, usavano ritirare i giornali e ascoltare le battute di «Carlén», le vicende liete e tristi che sono transitate sotto i Portici del Grano e i colleghi che, con la Gazzetta ancora calda di tipografia, giravano ad orari antelucani per i borghi: i popolari Elico, Peo, Ciclope, Dalmazio, Attila e Mario.

Altra figura patriarcale di «giornalär pramzàn» fu Lorenzo Rossi. Una vita trascorsa tra quotidiani, riviste, libri, buste sorpresa per bambini, album e bustine con le figurine di calciatori della «Panini». Lorenzo, a diciassette anni, iniziò la sua avventura tra la carta stampata nella storica edicola di viale Mentana, angolo via Saffi, di proprietà di Italo Nesti. E lì, in quel buchetto all’ombra dei tigli, Rossi svolse per anni le mansioni di garzone portando i giornali a casa dei vari clienti. E siccome non erano certo tempi di abbondanza, per guadagnare qualche lira Lorenzo, alla mattina all’alba, si recava in borgo Serena nell’agenzia Crescini, dove caricava sulla bici giornali e riviste che recapitava nelle edicole sparse in città e nel primo contado.

Quando il proprietario si ritirò, Rossi, unitamente al socio Mario Fava, prese in affitto l’edicola proseguendo il suo tour quotidiano nelle strade e nei borghi del quartiere per portare la «Gazzetta» a casa dei clienti, che lo attendevano come il lattaio, anche in via Langhirano dove trasferì la sua edicola con l’aiuto della figlia Angela e della nipote Sara.

Già, Lorenzo, mitico «giornalär», memoria storica, con «Carlén», Terenzio e tanti altri colleghi, di una «Parma sparita» le cui notizie sbocciavano da quella ragnatela di borghi all’ombra dei campanili del Duomo, San Giovanni e «dla Nonsiäda» per poi perdersi nella foga della «Pärma voladora».

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