Tutta Parma
«Essere superstiziosi è da ignoranti, non esserlo, porta male». Quante volte abbiamo sentito pronunciare queste parole da chi, piuttosto di attraversare la strada dopo il passaggio di un gatto nero, ha preferito tornare indietro, come pure, non sarebbe mai passato dietro una scala. C’è anche chi teme alcuni giorni ed altrettanti numeri con la convinzione che siano portatori di sciagure come, ad esempio, il tristemente famoso «Venerdì 17». Ma chi sono i portatori di malasorte? Qui il discorso si amplia parecchio fino a spaziare su pagine, volumi, dispense e persino su tesi di laurea sull’argomento. Per i «pramzàn» lo jettatore era ed è tout court «al mén’na gràm», colui «ch’al porta ròggna». Iettatori, nella storia, pare ce ne siano stati moltissimi a seconda dei vari periodi e, fra loro, anche personaggi che ricoprirono ruoli importantissimi. La nostra città non è stata da meno, infatti, le chiacchiere ed i pettegolezzi su presunti «menagrami/e», si sono diffusi come un venticello aggrappandosi ai ducali velluti del Regio, lambendo i mattoni del Palazzo del Governatore in Piazza per poi insinuarsi in qualche club house di esclusivi circoli privati, oppure mischiandosi all’odore di tortafritta in qualche ruspante circolo dopolavoristico.
A «Pit Véc’», transitando per Piazzale della Rocchetta, mentre spingeva il suo carretto pieno di piatti, bicchieri e scodelle, in quanto faceva l’ambulante di casalinghi, gli venne, da mano ignota, scagliato contro un vecchio, ferrato e pesante scarpone da montanaro che cadde centrando in pieno le stoviglie provocando un vero disastro. Ma la cosa ancor più grave fu che, dopo il rumore provocato dall’atterraggio dello scarpone sulle stoviglie, echeggiò una sonora e ignota risata unita ad una irreverente pernacchia. «Pit Vèc», comunque, seguitò ad essere il bersaglio preferito di altre burle perché, oltre «ésor brutt cme la paùra, l’era simpàtich cme i s’ciafi al’orba e, primma äd tutt, l’era un gran mén’na gràm». In dialetto parmigiano, intatti, lo jettatore, è «al mén’na gràm, portazlìppa», la scalogna è la «scalòggna» e lo scalognato è «al scalognè o mäl nassù». In poche parole, come recita un antico proverbio, «l’ é vón ch' a gh' pióva in-t-al cul da stär sedù». Da qualche tempo è entrata, d’importazione, nel linguaggio dialettale la parola «sfighè» (sfortunato).
Questa parola- sottolinea Enrico Maletti - di uso ormai comune in tante città italiane, la troviamo nei dizionari come parola volgare, riferente all'italiano sfortunato e iellato. Nel nostro «djalètt pramzàn» è stata tradotta «sfighè» (vocabolo o modo di dire del dialetto scherzoso) che in parmigiano vorrebbe dire persona molto sfortunata perseguitata dalla malasorte o vittima innocente di uno jettatore».
Ma come fronteggiare uno jettatore e, soprattutto, cosa fare per attutire la sua carica di negatività? Subito con le mani abbozzare le corna, dopo di che, il ferro ci può venire in aiuto. Infatti, toccare ferro, sembrerebbe essere un buon antidoto alla jella come pure pronunciare la frase, quando lo si incontra, «brùza l’oliva!» (brucia l’ulivo!). L’ulivo benedetto, distribuito in chiesa la Domenica delle Palme, veniva bruciato dalle nostre nonne con la candelina della «Serjóla» (Candelora) quando si avvicinava un temporale e « al Buz 'dla Jàcma» minacciava grandine. Quindi, quando si pronunciava questo proverbio, significava che la persona che stava dinnanzi portava rogna. E ancora: toccarsi i genitali («tocäros il bali») significava invocare la potenza della fertilità, ma un'altra versione vuole che il tocco fosse una sorta di protezione in quanto il potere jettatorio poteva far rinsecchire i … «fagioli». Tanti sono gli aneddoti relativi ad alcuni jettatori parmigiani di cui si straparlava un tempo nelle osterie, ma anche nei borghi. Ad esempio, in un paese della provincia, una mattina, una squadra di cacciatori si ritrovò in piazza, fucile a tracolla, per il solito giro nei campi con la speranza di incontrare un po' di selvaggina. Alla vista di un noto iettatore, che per caso passava proprio di lì, i cacciatori si guardarono negli occhi silenti ed ognuno fece ritorno a casa. Un altro episodio riguarda un prete di campagna che, per la ricorrenza di «Sant’Antònni dal gozén», andò a benedire una stalla. Risultato: a pochi giorni dalla benedizione - affermava il contadino, noto per le sue idee anticlericali- « m’é morta 'na manza e un vitél. Le andäda bén ch'a n'é mìga bruzäda la stala». Un terzo episodio buffo, quasi fantozziano, accadde, alla fine anni cinquanta- inizio anni sessanta, ad un tifoso del Parma, noto iettatore. Gli amici, sapendo di questa sua prerogativa, alla vigilia di un’importante partita che il Parma doveva disputare al Tardini, lo chiusero in cantina con doppia mandata di chiave e, per essere ancor più sicuri che non raggiungesse lo stadio (l’episodio avvenne nel primo contado), gli sgonfiarono anche le gomme dell’auto. Anche oggi, in pieno terzo millennio, nell’era dell’informatica e della telefonia, le superstizioni, come i menagrami, stentano a tramontare a causa di quell’antico retaggio che l’uomo ancestralmente si porta appresso. Di superstizioni ce n’erano moltissime. E i nostri nonni le conoscevano alla perfezione.
Ad esempio, il rovesciare il sale era considerato una iattura ed, allora, bisognava lanciarne tre pizzichi dietro la schiena, com’ era considerata una sciagura rompere uno specchio o una bottiglia d’olio d’oliva. Quando si scopava, bisognava stare attenti a non sfiorare i piedi d’una ragazza da marito, altrimenti non si sarebbe mai più sposata, invece, se la donna era sposata, avrebbe rischiato di rimanere vedova. Si appendevano mazzetti d’aglio al soffitto o trecce alle pareti per tenere lontana la sfortuna e gli spiriti maligni, mentre mamme e nonne, infilavano al collo dei bambini collanine fatte con spicchi d’aglio che avevano il magico potere di tenere lontani i vermi. Se una donna si pungeva con un ago mentre cuciva, la ferita poteva svelare tante cose. Se si pungeva il pollice significava fortuna in amore, l’indice sfortuna, il medio fidanzamento in vista, l’anulare una lettera in arrivo, infine il mignolo matrimonio certo. Non si potevano regalare aghi né fazzoletti: gli uni portavano sangue, gli altri lacrime, quindi se si regalavano ad un persona, questa doveva pagarli anche simbolicamente con una moneta. Anche la scopa aveva il suo significato. Cambiare scopa, a meno che la vecchia si rompesse, era presagio di sventura, come traslocare in agosto. Non si doveva lasciare il cappello sul letto o l’ombrello aperto in casa e, per proteggere la casa dalle streghe e dagli streghi, bisognava lasciare fuori dalla porta una scopa con il manico all’ingiù. Il sabato Santo, quando scioglievano le campane, i contadini rotolavano a terra i bimbi più piccoli con la speranza che imparassero a camminare presto, si bagnavano il viso con l’acqua ed in certi posti, alla mattina di Pasqua, a digiuno, c’era la tradizione di bere acqua di fonte: faceva guarire e preservava da tutti i mali. Non si doveva assolutamente negare una voglia ad una donna in cinta, perchè il nascituro sarebbe potuto venire al mondo con la pelle segnata dal colore del cibo negato. Era sinonimo di fortuna toccare la tonaca di un prete mentre camminava o la gobba di una persona. La notte di Natale, come pure il 17 di Gennaio Sant’Antonio Abate, c’era la credenza che le bestie nella stalla parlassero tra di loro. Le ragazze da marito che volevano indovinare il mestiere del futuro sposo dovevano, nella notte del 25 Gennaio, mettere fuori dalla finestra una tazza colma d’acqua: la mattina seguente l’acqua, ghiacciata di notte, avrebbe presentato «segni» dai quali le ragazze avrebbero individuato il mestiere del futuro marito. La civetta era considerata un uccello malefico particolarmente caro alle streghe. Bisognava stare attenti dove la civetta volgeva lo sguardo quando cantava di notte: sicuramente in quella casa si sarebbero verificate disgrazie, però subito seguite da fortune. Recitava, infatti, un antico adagio popolare «cuànd a siga la sivètta, o ch’la n'in tóz, o ch’ la n'in mètta» (quando canta la civetta o muore qualcuno , oppure una donna rimane incita). Bisognava evitare dallo scendere al mattino dal letto dalla parte sinistra in quanto si pensava portasse male, perché la sinistra sarebbe il verso preferito dal demonio. I vecchi sostenevano che non bisognava girare il pane in quanto, poggiando la parte curva della pagnotta sulla superfice della tavola, portava sfortuna.
Per togliere il malocchio, invece, provvedevano le «medgóne» («donne dei segni» o «guaritrici») che mettevano in pratica i loro antichi saperi accompagnati da segreti rituali. E’ passato tanto tempo ma le tradizioni resistono e sono dure a morire. Esse non coprono le ceneri ma rappresentano il sacro fuoco per riscaldare il futuro. Basti pensare che, nel 2018, una laureanda presentò, all’Università Ca’ Foscari di Venezia, una tesi di laurea che ebbe per oggetto: «Segnare la malattia. Ricerca etnografica presso le guaritrici tradizionali nel parmense».
Lorenzo Sartorio
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