editoriale
Ieri, vigilia dell’odierno 24esimo anniversario dell’11 settembre, un Paese Ue e della Nato è stato attaccato da uno sciame di droni russi. Non era mai accaduto prima e sarebbe da ingenui, oppure da ipocriti - due tratti che abbondano fra i negazionisti di professione che, smessa la divisa “no vax”, hanno prontamente indossato quella filorussa - sostenere che si sia trattato di una mera coincidenza. La cura quasi maniacale per i simbolismi è una costante dell’azione di Putin. Basti pensare che la giornalista e attivista per i diritti umani, Anna Politkovskaja, fu assassinata a Mosca nel giorno del compleanno dello zar (il 7 ottobre, data su cui sarà inevitabile tornare più avanti). Naturalmente, i complottisti a senso unico per i quali l’Occidente è una fucina permanente di inganni e di tranelli di ogni genere, mentre a Mosca, Pechino e Teheran è tutto un volteggiare di candide colombe della pace, diranno - anzi, hanno già cominciato a farlo sfoderando l’artiglieria mediatica dei giorni migliori - che non c’è stato nessun attacco. Al più, un leggero quanto involontario sconfinamento (diamine, può sempre capitare no?). E poi chi ce lo dice che i droni fossero proprio russi e non ucraini? Pure la Bielorussia ha dichiarato di avere avvisato per tempo sia la Polonia che la Lituania che «alcuni droni avevano perso la loro traiettoria a causa dell’impatto con strumenti elettronici». Quanto al fatto che «l’incidente» abbia preceduto di poche ore l’anniversario dell’attentato alle Torri Gemelle, è chiaro che si può parlare tutt’al più di un innocuo scherzo del destino, niente di più e niente di meno. Chiaro, no? Chiarissimo. Se non fosse che quegli innocenti e del tutto ignari «oggetti volanti», accompagnati sempre per puro caso da un missile, sono penetrati in territorio polacco per 300 chilometri: una distanza che avrebbe consentito anche a un ragazzino di invertirne la rotta e comunque di bloccarli prima che uno di essi (ma guarda un po’ la scalogna suprema!) finisse il viaggio centrando in pieno una abitazione civile i cui abitanti sono salvi per puro miracolo. Ed ora qualche annotazione utile, forse, a tornare dal mondo della luna sul nostro. Proprio in questi giorni è iniziata la mega esercitazione congiunta fra Russia e Bielorussia (la stessa che con grande spirito di amicizia avrebbe segnalato a Varsavia l’imminente «sconfinamento» dei droni: avercene di vicini così!) denominata «Zapad 2025». La precedente edizione si era tenuta nel 2021 e aveva visto il coinvolgimento di 200mila soldati poi in larga parte impiegati per invadere l’Ucraina pochi mesi più tardi (febbraio 2022). Sarà per questo «piccolo» precedente, oppure perché la parola «Zapad» in russo significa Ovest, ma io ci andrei piano prima di prendere un’altra volta per oro colato le «profezie» di quanti - illustri geopolitici, famosi generali, autorevoli esponenti sia destra che di sinistra, più naturalmente l’onnipresente portavoce del Ministero degli esteri di Mosca, Maria Zakharova - tre anni e mezzo fa andarono avanti per settimane a escludere categoricamente che la Russia avrebbe invaso l’Ucraina, bollando tale ipotesi come una diabolica «provocazione» della Ue e della Nato finalizzata a innalzare ad arte la tensione e a mascherare le proprie smanie belliciste. Sappiamo perfettamente come andò a finire. Ragion per cui, il minimo che oggi si possa dire è che ci troviamo di fronte al tentativo di testare sia il grado di prontezza delle difese dell’Alleanza atlantica, sia l’unità interna di quest’ultima. Test, per altro e per fortuna, superato brillantemente visto che per la prima volta i caccia della Nato - polacchi e olandesi con l’assistenza di un aereo da ricognizione italiano - hanno «ingaggiato» (cioè al 99% distrutto) le minacce potenziali portate all’interno dello spazio aereo dell’Alleanza. Mentre le reazioni ufficiali dei governi (Washington compreso) sono state e sono improntate tutte alla massima unità e consapevolezza della gravità dell’accaduto. Emblematiche, da questo punto di vista, le parole pronunciate al termine della riunione con i suoi colleghi di Francia, Italia, Germania e Polonia tenutasi ieri a Londra dal ministro della Difesa britannico John Healey: «L’aggressione di Putin ha raggiunto un nuovo livello di ostilità contro l’Europa, ma non fa che rafforzare la nostra unità e rafforzare la nostra determinazione a stare al fianco dell’Ucraina». Precisato che l’articolo 4 della Nato a cui si è appellata Polonia prevede (come avvenuto) l’immediata consultazione fra Alleati ogni volta che uno di loro si ritenga minacciato è cosa diversa dal più noto articolo 5 (che invece prevede l’intervento in caso di aggressione diretta), torniamo al tema delle date e delle concomitanze temporali accennato in apertura.
Al di là di come li si voglia definire, i fatti della Polonia coincidono perfettamente anche con l’apertura di una drammatica crisi in Francia. Crisi politica (anche se tamponata da Macron con la nomina di un nuovo premier al posto di quello dimissionario sepolto sotto una umiliante sconfitta parlamentare), economica e finanziaria ma soprattutto crisi sociale riassunta dal grido di «blocchiamo tutto» che da ieri echeggia nell’intero Paese solcato da proteste e manifestazioni che promettono di superare, per intensità e durata, quelle dei «gilet gialli». Non essendo di ciò che sto scrivendo, non mi addentrerò nelle cause e nelle responsabilità di quanto sta accadendo Oltralpe. Sta di fatto, però, che i droni russi sono entrati in Polonia esattamente nelle stesse ore, a riprova ulteriore della micidiale perfezione, anche temporale, della guerra ibrida con cui l’Occidente ha a che fare a partire proprio dall’11 settembre 2001. Cui hanno fatto seguito, in successive ondate, il terrorismo islamico delle spaventose stragi anche in Europa firmate Al Qaida, quello se possibile ancora più disumano dell’Isis, il progressivo manifestarsi dell’imperialismo russo (la Georgia nel 2008, la Crimea nel 2014), fino al definitivo scoperchiamento del vaso di Pandora avvenuto prima con la invasione russa dell’Ucraina (22 febbraio 2022) e appena pochi mesi più tardi con la mostruosa carneficina di ebrei del 7 ottobre 2023 per mano di Hamas (che a Mosca era e resta di casa). Quest’ultima compiuta proprio quando lo zar, una volta miseramente fallito l’obiettivo di prendersi Kiev e il resto del Paese in un lampo, aveva un maldetto bisogno di dirottare l’attenzione internazionale altrove. Provate a ordinare con calma tutti questi tasselli e vedrete che molte cose, se non tutte, tornano quasi alla perfezione. Vedrete anche che tutto questo continuo tuonare contro la corsa al riarmo dell’Europa, come se si trattasse del ghiribizzo insano di qualche leader mosso dal desiderio di mandare i propri cittadini a combattere e a morire, altro non è che un gentile cadeau fatto ai dittatori che, come Putin ma non solo, non si fanno - loro sì! - il benché minimo scrupolo di mandare al macello centinaia di migliaia, se non milioni, di propri sudditi (che a differenza nostra tali sono, e non cittadini, visto che da quelle parti è vietato perfino citare la parola «guerra» pena finire dritti in qualche lager siberiano). Così, in questo 11 settembre anniversario dell’inizio di una lunga guerra che in realtà non abbiamo iniziato noi - altro che continuare a ripetere che «L’Occidente se l’è cercata!» - sforziamoci di tornare prima di tutto alla ragione. L’arma di gran lunga più importante, insieme all’unità, per evitare di sprofondare in un abisso di violenza incontrollata e senza più ritorno.
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