Lutto
Baffoni a manubrio, sguardo fintotruce e cuore tenero. La palla ovale, a Malos quasi scottava in mano: conquistata, subito la passava. In campo era pilone e scudo. Per i compagni si faceva stendere (magari dopo aver steso un po' degli «altri») e per loro si ributtava nella mischia. Fine. Anche Bruno Maloberti se n'è andato oltre l'ultima meta, quella alla quale non segue il calcio di trasformazione. Aveva 78 anni e dal 1972 al 1977 aveva giocato nella Rugby Parma nella massima serie. Coraggioso e generoso in campo e fuori, aveva indossato la maglia gialloblù con campioni come Marco Bollesan, Dugald MacDonald e Salvatore «Nembo Kid» Bonetti.
«Forse il miglior raccontatore di barzellette e di aneddoti della Rugby Parma - ricorda Saverio Zagnoni, fondatore dei Cuori gialloblù e suo compagno di squadra - aveva la straordinaria capacità di portare sempre l'allegria e il buon umore nell'ambiente, anche quando ci si allenava al freddo e in mezzo al fango, sui “campi” della Cittadella e di via Montanara».
Di mestiere imbianchino, nella vita artista realizzatore di statuette e poeta dialettale. Era fortissimo fisicamente, capace di scendere in apnea fino a 40 metri sott'acqua. Era anche un ottimo sciatore, amico di Deborah Compagnoni, anche se mai se ne vantava. Malos si era dato tardi al rugby, e la palla ovale non sarebbe mai più uscita dai suoi giorni: conclusa l'esperienza con il Viadana - dove aveva giocato dal 1979 all'81, portando la squadra in serie B - era tornato alla Rugby Parma da dirigente. «Il vero uomo di mischia mai polemico - racconta Paolo Tanzi, al suo fianco in innumerevoli partite -. Se avevi bisogno, c'era, altrimenti si metteva da parte e aiutava dove c'era bisogno. Pronto in partita anche ad aggiornare i punteggi manualmente: allora non c'erano i tabelloni elettronici».
Un mondo diverso. Dal sapore del fango sul campo al modo di interpretare il ruolo. «Come tanti avanti di una volta - voleva solo giocare fisicamente - prosegue Tanzi -. In una mischia aperta feci per passargli la palla, ma lui mi disse: “No, non sono capace tienila tu”». «Giocarla»: forse l'unico timore di uno sportivo dal coraggio smisurato, che la storia delle partite se la faceva scrivere addosso.
Erano i tempi in cui l'uomo a terra faceva campo (cioè, gli si poteva passare sopra). «Reduci da una trasferta tutt'altro che “simpatica” con il Viadana a Lumezzane nell'alto Bresciano, il martedì lui si spogliò per l'allenamento: aveva il corpo ricoperto di lividi e croste e segni che sembravano frustate, raspate date con i tacchetti». Gli spogliatoi erano in comune con il Viadana calcio: così, l'allenatore della squadra nella quale militava anche Boninsegna a fine carriera portò Malos nello spogliatoio dei suoi. «Ecco che cosa sono sacrificio e abnegazione» esclamò, mostrando la schiena martoriata.
Per la moglie Ivana e i figli Barbara e Massimiliano sarà durissimo non poter più contare su lui nella mischia della vita. E così per i tanti amici. Perché Malos era questo, come ha scritto in una poesia dedicata al suo sport: «Loti, sbutò, quanti volti i man pisté!?/ Col pont in testa che iman dè/ la mucca Carolina iaris ciapè/ ma par difendor un amig, em tireva mai indrè». Per poi concludere: «uno per tutti... tutti par vò».
Roberto Longoni
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