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Lectio magistralis

Recalcati: «Scrivo per allontanare la morte»

Recalcati: «Scrivo per allontanare la morte»

di Claudia Olimpia Rossi

10 Novembre 2025, 03:01

Massimo Recalcati vince il Premio «Segnali di Vita» 2025: «Rendere sensibile l’invisibile», la lectio magistralis dello psicoanalista a coronamento del festival «Il Rumore del Lutto» XIX edizione, ieri si è fatta abbraccio della consegna nella sala Pizzetti dell’Auditorium Paganini. «Grazie per essere, con la parola, il pensiero e l’umanità, un vero segnale di vita», la motivazione espressa da Maria Angela Gelati e Marco Pipitone, direttori artistici del festival.

«Ogni volta che prendo un premio - così lo psicoanalista e saggista - mi commuovo. Per me è sempre una gioia essere riconosciuto nel mio lavoro. Ho preparato per voi un percorso attraverso alcune immagini d’arte. Per sette anni ho insegnato psicoanalisi dell’arte alla facoltà di Lettere e Filosofia di Bergamo. Però vorrei partire da un ricordo personale, molto intimo. Come molti di voi sapranno, secondo Freud la scena traumatica, primaria, che lascia traccia, è quella in cui il bambino o la bambina assiste al coito dei genitori. Lo obbliga a tenere la posizione dello spettatore sconcertato. Nel mio caso ne esiste una seconda, legata all’arte e al lutto. Da piccolo vivevo in una casa molto modesta: il retro del negozio di fiori dei miei genitori».

Prima di addentrarsi tra le opere di Vincent Van Gogh, Alberto Burri, Giorgio Morandi, Claudio Parmiggiani, Anselm Kiefer, per esplorare ciò che non ha corpo ma lascia traccia, Massimo Recalcati mostra dunque se stesso bambino sbirciare, seguendo una luce affiorata nella notte, il padre, con le mani annerite dalla terra che impugnano un pennello sottile intinto in una materia d’oro, scrivere in calligrafia antica, sul nastro di una corona funebre, le ultime parole di congedo per un defunto da parte dei cari. «La mia scrittura assomiglia alla pittura paterna: scrivo, in modo compulsivo dal mio cinquantesimo compleanno, per allontanare la fine».

Lo psicoanalista lascia poi che la presenza nell’assenza affiori dall’opera di Van Gogh: «Un paio di scarpe», olio su tela del 1886, nel loro logoro, scalzato, destino, è il «ritratto dell’abbandono» dell’artista, che viveva “in una condizione perpetua di esilio ed erranza». «Noi siamo il sacco di juta di Burri»: l’opera Sacco 5P del 1953, metafora della ferita grondante sangue su un corpo lacerato, eleva uno straccio a poesia. Giorgio Morandi dipingendo il visibile convocava l’invisibile. Claudio Parmiggiani, uno dei protagonisti italiani dell’avanguardia internazionale, nelle sue Delocazioni converte la cenere in luce: Recalcati conduce fino al «trauma come straordinaria occasione» dell’artista, segnato durante l’infanzia dall’incendio distruttivo dell’amata «casa rossa». Il piombo è il materiale in cui Anselm Kiefer, testimone di morte nei paesaggi post seconda guerra, trova l’alchimia per le proprie sperimentazioni, come i Sette palazzi Celesti e lo studio museo di Barjac in Francia, «torri che sembrano rischiare il crollo».

«La bellezza nell’arte classica - così Recalcati - serviva per coprire il nostro destino mortale. La grande arte contemporanea, invece, fa della ferita la bellezza. Tutti noi siamo fatti di polvere. Il miracolo non consiste nell’operazione di trasformazione, ma nel mostrare che la cenere è luce, il piombo oro, l’acqua putrida alle Nozze di Cana vino sublime. Dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fiori».

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