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LIBRI

Giuseppe Cerasa: «In Sicilia coraggio e coerenza, non solo mafia»

Giuseppe Cerasa: «In Sicilia coraggio e coerenza, non solo mafia»

25 Novembre 2025, 03:01

Giuseppe Cerasa - veterano del giornalismo e ora direttore delle Guide di Repubblica - presenterà domani alle 18,30 a Teatro Due il suo primo libro «Sipario siciliano. Storie di donne, passioni, segreti, mafia ed eroi senza gloria» (Aragno, pag. 180, euro 20). Ospiti dell’incontro saranno il sindaco Michele Guerra, il rettore dell’Università Paolo Martelli, il direttore della Gazzetta Claudio Rinaldi e Oberdan Forlenza della Fondazione Teatro Due.

L’ingresso è libero, ma su prenotazione (biglietteria@teatrodue.org oppure 0521.230242).

Cerasa, che cosa contiene «Sipario siciliano»?

«È un libro multiforme dove la letteratura, il giornalismo e l’autobiografia incrociano l’esistenza di persone comuni - scrittori, studenti, sindacalisti, operai, donne, contadini - che hanno provato a dare della Sicilia, col loro coraggio e la loro coerenza, una versione alternativa».

Tra gli scrittori che lei ricorda c’è ovviamente anche Sciascia.

«Ebbi l’onore di intervistarlo quando dirigevo il giornale d’istituto al liceo di Corleone perché era già un glorioso testimone della lotta alla mafia».

E Camilleri?

«Quando ero a capo della cronaca di "Repubblica" a Roma collaborammo per una decina d’anni perché lui, insieme ad altri autori, scriveva racconti inediti per il giornale. È stato, in un certo senso, il mio maestro di letteratura: insieme sceglievamo i temi delle storie da pubblicare. C’è un bell’aneddoto su di lui e Sciascia».

Ce lo racconta?

«I due si conoscevano e Camilleri, da Porto Empedocle, andava spesso da lui, nella campagna di Racalmuto. Un giorno, non trovandolo a casa e dietro indicazione della moglie, Camilleri va in paese per la prima volta e inizia a cercarlo nei luoghi dove solitamente gli uomini si radunano, al circolo o dal farmacista. Tutti però gli dicono che non conoscono nessuno di nome Leonardo Sciascia. Interdetto, l’autore di Montalbano torna a casa del collega, stavolta lo trova e gli racconta quello che è successo. Sciascia sorride e riaccompagna Camilleri a Racalmuto dove fanno una passeggiata insieme lungo la via centrale. Un mese dopo Camilleri torna a Racalmuto, ma non fa in tempo a scendere dall’auto che mezza dozzina di persone lo intercetta chiedendogli se stia cercando il professor Sciascia. È quest’ultimo a spiegargli che i compaesani lo proteggono così: non sapendo all’inizio se Camilleri fosse un killer, un poliziotto o semplicemente un esattore delle tasse, avevano fatto finta di non conoscerlo. Solo quando li avevano visti camminare insieme, la preoccupazione era svanita e la gente aveva capito di potersi fidare del nuovo venuto».

Nel libro lei cita anche molte donne.

«La più importante è una maestra - vabbè, lo dico, mia moglie - che mi ha dato l’ispirazione per il capitolo iniziale. Da giovane era maestra elementare e un anno venne assegnata ad una quinta elementare in una scuola della Vucciria, uno dei quartieri più difficili di Palermo. In classe a dettare legge era Filippo, il figlio pluribocciato di un “picciotto” di Cosa Nostra. In breve la situazione si fece infernale: i bambini, sobillati da Filippo, deridevano l’insegnante, si lanciavano il suo cardigan o addirittura ne gettavano la borsa dalla finestra. Un giorno Filippo sfidò la docente allo sport più praticato in aula: il braccio di ferro. Lei capì che non poteva sottrarsi e, sorprendendo tutti, vinse. Da allora le cose cambiarono perché il sistema di potere era stato messo in discussione e Filippo, accettata la sconfitta, strinse con l’insegnante un rapporto speciale».

Com’è essere amico del presidente della Repubblica Mattarella?

«Il nostro è un legame sviluppatosi nel corso degli anni nato ai tempi dell’omicidio del fratello. Quand’ero corrispondente di "Repubblica" a Palermo ci sentivamo ogni giorno perché lui per me rappresentava l’anima più onesta e pura della Democrazia Cristiana. I nostri incontri sono continuati anche quando lui è salito al Quirinale e proprio lì gli ho consegnato di recente una copia del libro».

Tra la fine degli anni Settanta e l’inizio degli Ottanta lei scriveva su «L’Ora», il leggendario quotidiano di Palermo. Com’era una sua giornata tipo?

«Una giornata che non auguro a nessun collega: mi svegliavo alle 5,30 e alle 7 ero già in redazione. Visto che ai tempi mi occupavo di politica e dovevo accollarmi i rapporti con tutti gli esponenti di partito della città, perbene ed equivoci, alzavo il telefono e li svegliavo per cercare notizie e avere aggiornamenti. Alle 13 il giornale chiudeva e io andavo a curare un programma per il telegiornale regionale che tenevo con Leoluca Orlando. Dalle 16 alle 21.30 lavoravo infine come corrispondente per "Repubblica". Non era una vita esaltante, ma molto formativa che oggi non sarebbe più possibile».

Come vede il lavoro giornalistico odierno?

«I giornalisti di oggi spesso non si meravigliano più perché inseguono tutto ciò che viene sfornato dai social e dagli algoritimi. È terribile che la democrazia sia schiava di strumenti così facilmente manipolabili».

Quali consigli le diedero ad inizio carriera?

«Primo: racconta la verità - o quella che ti sembra essere la verità - con trasparenza senza accettare compromessi (hanno provato ben due volte ad offrirmi dei soldi, ma li ho sempre sdegnosamente rifiutati). Secondo: non svilire il ruolo del giornalista che è un mestiere glorioso, diverso da tutti gli altri. Chi scrive sulla stampa ha infatti una missione particolare, quella di migliorare la società introducendo in essa elementi di democrazia. Il giornalista, ai tempi come adesso, dev’essere un difensore civico dei lettori che vengono spesso abbandonati e oppressi dalla burocrazia e dalle inefficienze politiche».

La Palermo del 2025 è cambiata da allora?

«Ha fatto molti passi avanti, ma i vizi peggiori li ha conservati tutti».

Ci potrebbe indicare tre autori e tre autrici contemporanei che sanno davvero raccontare la Sicilia?

«Gaetano Savatteri, creatore della serie "Màkari", Camilleri quando non scriveva Montalbano e il collega Francesco Merlo. Sul fronte scrittrici direi la catanese Elvira Seminara che ha dedicato quest’anno un bel libro a Battiato, Cristina Cassar Scalia e Simonetta Agnello Hornby. Ma potrei citare tantissimi altri».

Che volto ha la mafia oggi?

«Credo che sia anche più potente di prima: certo, non si espone più con i grandi delitti perché ha capito che quella con lo Stato è una guerra perdente, ma lavora per capitalizzare - nelle grandi città italiane come in quelle europee - le immense risorse economiche che possiede. Capitalizzare significa investire il denaro sporco e saperlo riciclare bene rispettando all’apparenza le norme e facendolo pure con grande solerzia».

Emanuele Marazzini

© Riproduzione riservata

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