Tradizioni
Con l’arrivo delle prime nebbie autunnali a Corchia si è rinnovata la battitura delle castagne. Gesti e saperi antichi si ripropongono in un lavoro corale che ogni anno riunisce uomini e donne, per dare seguito ad un’attività che da sempre, e con poche differenze, accompagna questa stagione nei paesi della nostra montagna.
Anche se oggi le castagne non rappresentano più «il pane» che ha nutrito generazioni di famiglie, a Corchia restano un patrimonio prezioso, da custodire e tramandare con i suoi rituali.
Fino a pochi giorni fa i vicini castagneti e le secolari pietre di questo borgo, accudito con cura, rispetto storico e architettonico da chi lo abita, anche solo in estate, erano avvolti dall’odore inconfondibile del fumo che usciva dal «casotto», la costruzione in cui le castagne stavano essiccando. Con pazienza. Un profumo aromatico dato dal legno di castagno che ha alimentato per circa un mese il fuoco, insieme al «luc», come qui viene chiamato il residuo essiccato e conservato dallo scorso anno, delle bucce di castagna.
Dopo i giorni di raccolta era questo il primo e atteso passaggio, l’accensione e il mantenimento costante del fuoco sotto le grate del casotto. Le castagne, a quintali, giacciono ieri come oggi distese sulle grate di legno: sono tanti diversi proprietari di castagni che portano qui i sacchi con la loro raccolta, «firmandoli» con il loro nome. Le castagne vengono pesate ed i chilogrammi appuntati su un’agenda.
Quello ora in funzione, di Nando Iasoni, è l’unico metato, seccatoio o «casotto» ancora attivo ed è infatti di servizio per tutte le famiglie di Corchia e anche di altri paesi. Un tempo ogni famiglia del posto aveva il suo essiccatoio e si può solo immaginare l’atmosfera di questo borgo negli anni passati, «affumicato» e profumato di bosco, di legna: un preludio d’inverno.
A Nando è affidato tutto il lavoro di controllo dell’operazione: il fuoco va mantenuto lento, senza che la fiamma, protetta da una sorta di coperchio, lambisca le grate: è il calore a fare essiccare lentamente i frutti. Nando si è fatto carico di questo impegno dal 2004, da quando è andato in pensione. Prima era il padre a portare avanti l’attività.
«Quest’anno abbiano messo a essiccare 28 quintali di castagne che ho girato una sola volta in modo che quelle sopra ricevessero lo stesso calore degli strati sotto. Seccando, le castagne calano del 30-33% e oggi, quando le pesiamo, calcoliamo il peso dei diversi proprietari in proporzione».
Mentre Nando racconta, la macchina «trebbiatrice» non si ferma e impolvera i lavoratori come accadeva con la trebbiatura del grano sulle aie: dall’alto del casotto le castagne cadono dentro i rulli e gli uomini si danno il cambio per trasportare quelle «pillate» o spellate dentro la vasca di legno detta «bagla» dove le donne fanno la cernita per scartare i frutti anneriti. Dopo la cernita vengono quindi raccolte nella «mina», il contenitore in legno che è un’unità di misura: 21 chilogrammi. Raggiunto quel peso, le castagne vanno via via insaccate.
«Adesso usiamo la macchina, ma questo lavoro si chiama battitura perché in passato si faceva battendo il sacco di castagne su un ceppo, che c’è ancora. Dopo le castagne si passavano al “vaglio”, facendole saltare per separare il frutto dai pezzi delle bucce». Il lavoro di Nando non finisce qui: tutte le castagne accumulate nei sacchi andranno ripassate nella trebbiatrice per pelarle ulteriormente, prima di portarle al mulino perché la pellicina interna dei frutti, la «sansa» rischia di intasare parti del mulino.
«Fra qualche giorno - spiega Nando - le porteremo in uno di mulini di Pontremoli, ancora attivi. Una volta c’erano anche qui in paese ma adesso occorre andare in Lunigiana». Tutto il lavoro di questi mesi si tradurrà in farina che, sempre Nando, dividerà tra i proprietari.
Do.C.
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