Alla Galleria
«Una volta ho aperto un pacco così e dentro c’era un drone». Lo dice sorridendo una ragazza, come se stesse confidando un segreto. Il pacco era identico a tutti gli altri: chiuso, anonimo, senza un indizio. Forse è proprio questa frase, detta quasi per caso, a spiegare meglio di qualsiasi slogan perché davanti ai misteriosi scatoloni comparsi in Galleria, nel cuore di Parma, si sia radunata una piccola folla. Qui non si compra un oggetto: si compra una possibilità.
I pacchi di King Colis sono arrivati ieri e resteranno fino al 21 dicembre, portando in città un format nato a Parigi due anni fa e diventato virale in tutta Europa. L’idea è semplice e contagiosa: recuperare pacchi mai consegnati e rimetterli in circolo, trasformando l’attesa in un gioco e la curiosità in un’esperienza, proprio sotto Natale.
Il meccanismo è altrettanto essenziale: i pacchi sono tutti uguali, sigillati, senza etichette né promesse. Non si paga in base al contenuto, ma al peso. Si appoggia il pacco sulla bilancia, il prezzo è in base a quanto segna, e poi si apre. L’unica bussola è l’istinto: la forma, il rumore, la sensazione tra le mani. Il resto lo decide la fortuna. «Parma è una città nuova per noi, volevamo scoprirla», racconta Timothée Bijard, manager dell’evento. «E questo è il periodo perfetto: c’è chi cerca gli ultimi regali e chi vuole solo divertirsi. La sorpresa è il cuore di tutto. Le persone entrano subito nel gioco».
C’è chi arriva di proposito e chi si ferma per caso. Lorenzo ed Eleonora, ad esempio, stavano semplicemente passando. «Sembrava una cosa simpatica», dicono. Scartano subito i pacchi morbidi, «saranno vestiti», e puntano su qualcosa di compatto. Dentro trovano cavetti per la ricarica dell’auto e una batteria. «È utile», commenta Eleonora. «E probabilmente vale più di quello che penso». Poco più in là tre ragazzi appena usciti da scuola osservano, indecisi. Hanno 15 e 16 anni: per loro l’idea è irresistibile. «Ho visto uno che ha trovato un rasoio», dicono. «Magari esce un regalo di Natale. Se non serve, lo rivendi». La parola che riassume tutto è una sola: fortuna, pronunciata con un misto di speranza e ironia. C’è chi la vive con filosofia, come Antonio e Joseph, manutentori del centro commerciale: «Vediamo cosa ci offre Babbo Natale. Quello che capita, capita». Anche se, ammettono ridendo, un iPhone non li farebbe soffrire. Salvatore e Claudia erano usciti per trovare un regalo ai nipoti. Si fermano per curiosità: «Non puntiamo a un portatile», spiegano. «Ci piacerebbe qualcosa di divertente, magari un libro. La cosa bella è proprio la sorpresa». Le storie si mischiano, rimbalzano da una persona all’altra, alimentando l’attesa. Asma racconta di aver trovato in passato un drone, una valigia, una piastra per capelli. «Le cose che ho visto più spesso? Scarpe Nike». C’è chi giura di aver visto pacchi con smartphone o orologi. «C’è davvero di tutto».
Ed è forse questo il punto: non sapere. In un tempo in cui tutto è immediato, tracciabile, prevedibile, questi pacchi riportano tutti a un gesto antico e semplicissimo: pesare un regalo, indovinarne il contenuto, sperare, ridere anche quando va «male». E alla fine, che dentro ci sia un drone, un paio di Nike o un cavetto qualunque, ciò che resta è quel lampo di stupore che, per un istante, riaccende la curiosità. E fa tornare bambini.
Asia Rossi
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