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La Ghiaia, quando casette e bancarelle rispecchiavano l'anima del popolo

La Ghiaia, quando casette e bancarelle rispecchiavano l'anima del popolo

22 Dicembre 2025, 03:01

Era la Vigilia di Natale il momento magico della Ghiaia d’un tempo. Già ad orari antelucani si cominciava ad avvertire un brulichio in ogni angolo della piazza. Una sorta di formicaio che si muoveva ordinatamente mentre un freddo boia arrivava dalla Parma sotto forma di tramontana magari con un «cuälc scarfuj äd néva». La parte di lavoro più pesante era appannaggio degli ortolani che andavano a gara ad esporre frutta e verdura da dipinto arcimboldesco per attirare i clienti. Non da meno erano le pollerie con galletti, galline e capponi appesi davanti al negozio.

Le salumerie, invece, dato il particolare giorno di magro, esponevano, appoggiati su sgabelli di legno posti dinanzi alla vetrina, bigonci smaltati ricolmi d’acqua dove galleggiavano grossi tranci «äd marlùss» che avrebbero rappresentato il piatto forte del cenone della sera. E poi il negozio delle «Conserve» con sott'oli, sottaceti e le mostarde più ricercate che invadevano la piazza di profumi amici mentre il negozio delle frattaglie consentiva a chi aveva meno possibilità economiche di festeggiare il Natale, con appunto le frattaglie, cucinate a dovere e tali da farle assomigliare a piatti da «sjòr».

Non potevano mancare i Babbi Natale dell’Avis-Ghiaia coordinati da «mister caramella», l’indimenticabile Bruno Tagliapietra, avisino da sempre e titolare, con la moglie Ivana, del box più dolce del mercato con quei bon-bon che hanno fatto felici tante generazioni di piccoli parmigiani. Confinante con il box di Bruno, quello dell’elettricista con le magiche luminarie per l’albero ed il presepe. Già, la cara vecchia Ghiaia: cuore della parmigianità più vera, «la pjàsa dal marchè» per eccellenza amata anche oggi dalla nostra gente nonostante centri commerciali fornitissimi e avveniristici spuntino come i funghi un po' da tutte le parti. Ma, la «Giära l’é la Giära». Punto e basta. Vogliamo fare, allora, un salto indietro nel tempo ed immaginare com’era il pianeta Ghiaia dei nostri nonni? I parmigiani che si recavano in «Giära» per fare la spesa, come per magia, venivano ammaliati dal concitato vociare delle ortolane, dei pescivendoli (tra i quali al «sjòr Bològgna», il primo a fare conoscere al popolo il pesce di mare), dei ciarlatani «cme al bagolón dal lùsstor» che tentavano di affibbiare alla gente prodigiosi callifughi, lozioni per capelli o portentosi lucidi per scarpe.

Ma il mondo piccolo della Ghiaia non era tutto qui, infatti, questo microcosmo urbano che profumava di frutta, verdura e frittelle, era popolato da una fauna composta dai venditori di pane e burro, dagli imbonitori con i loro lunari («Il Piacentino» e il «Batistén»), dai cantastorie, mangiafuoco, uccellatori con le gabbie al seguito contenenti canarini gialli come il sole, merli neri e austeri come seminaristi, fringuelli e verdoni. E poi i venditori di trappole, i formaggiai che aprivano, con i panciuti coltelli, aulenti forme di «parmigiano» con la delicatezza di abili cerusici offrendo la tradizionale scheggia in assaggio alle esigenti «rezdóre» e i «salamai» che sbattevano sotto il naso certi salami verdi di muffa stagionati in buie e umide cantine. A questo microcosmo si aggiungevano i montanari, i quali, al tempo dei funghi e delle castagne, vendevano i frutti dei loro boschi che, ricoperti da foglie di castagno, custodivano gelosamente in canestri di vimini che tenevano sotto il braccio mentre si muovevano goffamente tra la gente indossando spesse «bragàsi äd vlu». Ed ancora, la Ghiaia di tutte le stagioni: quella primaverile che profumava «äd gruggn» e «äd spréli», quella estiva dolce come le angurie che venivano vendute sui banchi mentre i «ranai» della Bassa, nel periodo del raccolto, vendevano le rane infilzate in uno stecchetto di legno ed avvolte in foglie di gelso o di fico.

Seguiva la «Ghiaia autunnale» con l’uva, le rape, le castagne e i funghi che facevano la loro apparizione unitamente ai crisantemi ed, infine, la magica Ghiaia delle vigilie di Natale. E poi la Ghiaia delle donne vecchie e giovani, belle e brutte, comunque, tutte ardite negli occhi e nelle forme con le maniche rimboccate e la «stadéra» in mano come altrettante statue padane della Giustizia. Fateci caso: se è da parecchio tempo che non incontrate una persona, potete scommettere che il posto in cui la rincontrerete nuovamente è la Ghiaia. Ma la Ghiaia era pure il luogo dove si davano appuntamento alcuni personaggi caratteristici. E, questo, accadeva fino agli anni Sessanta quando, a Parma, ci si conosceva ancora tutti.

Nei giorni di mercato, ad esempio, veramente singolare era la figura di un ambulante reggiano che proponeva una lozione infallibile contro la caduta dei capelli unitamente ad una strana pozione per i calli che dava in omaggio a chi acquistava la miracolosa mistura. Il tutto ritmato da continue e piccanti battute del piazzista che, sicuramente, non aveva fatto un corso di marketing o di comunicazione, ma i suoi affari li sapeva fare molto bene, se riusciva a vendere quell’acqua colorata!! All’angolo tra via Carducci ed il borghetto che conduce nella piazza del mercato stazionava sempre il simpatico «Torén» con il suo trabiccolo dov’erano appoggiate alcune gabbie di canarini e cocorite che vendeva unitamente a lamette da barba e ai biglietti della lotteria. Poco più in là era la volta del venditore di cravatte: un signore molto distinto sempre in giacca, estate ed inverno, che non parlava mai in dialetto.

E come non ricordare le venditrici di limoni sedute una di fronte all’altra con la loro montagnola gialla accatastata su uno sbilenco tavolo di legno? E poi l’ombrellaio, le ortolane che portavano la cesta di verdura sulla testa, le zingare che leggevano le mani e, per poche lire, allungavano il pianetino della fortuna, i pazienti e solerti vigili urbani (un nome a… caso: Bruno Monferdini) tutori, custodi e molte volte pacieri di improvvise «buij» che poi svanivano nel nulla come temporali estivi, la «Rarì» con il suo banchetto di elastici «cla sbrajäva»: «sa gni avanti nisón pèrda i mudant tri tòch sént franch», il negozio di frattaglie preso d’assalto dalle «rezdóre» per accaparrarsi la «buzèca » o i «magonsén» più freschi, le drogherie che emanavano un arcano profumo di robe esotiche, il droghiere Barbazza che, nelle gelide mattinate invernali, mesceva bicchierini della «Mestùra äd Cargnàn» ai facchini dopo che essi avevano trangugiato antelucani panini con il cotechino caldo. Per non parlare dell’edicola di Maurizio e Ruggero Galinella dalla quale sventolavano le copie della Gazzetta di Parma.

Alla Ghiaia fu dedicata anche una canzone musicata da Mariangela Bazoni, per anni alla guida del coro «Cuàtor Stagión», che diventò un cd grazie a Paolo Frascogna (fonico), al maestro Corrado Medioli (fisarmonicista), Ivano Ferrari (burattinaio ed autore del testo), Maurizio Landi (attore della «Famija Pramzana» e caricaturista) e al mitico ambasciatore del dialetto parmigiano Enrico Maletti. La «Giära» fu pure «rettorato» dell’«Università dei borghi» dove alcuni anni fa, proprio grazie ai «professori» Enrico Maletti e Berto Michelotti, le verdure esposte nei banchi furono ribattezzate con il loro nome in dialetto. Provincialismo? Forse, anche se non dobbiamo dimenticare che il dialetto è l’albero della nostra lingua e, questo albero, per noi parmigiani, è nato e cresciuto in «Giära».

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