Serie A
Parma-Fiorentina tornerà a essere uno scontro salvezza a distanza di sei anni e mezzo dall'ultima volta, una delle pochissime a dir la verità: era il 19 maggio 2019 quando, alla penultima giornata, i crociati, guidati da D'Aversa, piegarono di misura i viola al Tardini e conquistarono la matematica certezza della permanenza in serie A con 90' d'anticipo.
La sfida, tiratissima e ricca di occasioni (due legni a testa), fu decisa nel finale da un'autorete di Gerson, propiziata da un calcio di punizione di Matteo Scozzarella, subentrato nella ripresa. L'ex centrocampista, che in carriera ha indossato anche le maglie di Atalanta, Spezia, Trapani e Monza e nel periodo della rinascita contribuì al doppio salto dalla Lega Pro all'Olimpo del calcio italiano, ricorda quel pomeriggio quasi da dentro o fuori che ripagò gli sforzi e i sacrifici di un'intera stagione, la prima nel massimo campionato dopo il fallimento e le tre promozioni consecutive. «Eravamo tesi, venivamo da alcune settimane in cui facevamo fatica a fare punti e non volevamo giocarci la salvezza nell'ultima partita a Roma -confessa Scozzarella, classe '88, a Parma dal 2017 al 2021 e ora in possesso del patentino Uefa B- quello resta il momento più emozionante, per noi che siamo arrivati in Lega Pro significava chiudere un percorso perfetto».
Come giudica il cammino del Parma?
«Sono state fatte scelte, a inizio stagione, che comprendevano dei rischi: dall'allenatore giovane, alla prima esperienza su una panchina importante, alle tante scommesse. È ovvio che tutti si aspettassero qualche punto in più, avevo immaginato non potesse essere facile ma se hai la forza di portare avanti queste scelte alla fine, a mio parere, pagano. In questo momento magari fai un po' fatica a segnare e non sei abbastanza tranquillo da non subire gol però sono cose che, se affrontate senza mettere troppa pressione ai ragazzi e all'allenatore, in futuro ti daranno l'opportunità di crescere».
Cosa sta succedendo alla Fiorentina?
«Il largo successo con l'Udinese è un buon toccasana ma non riesco a trovare una spiegazione oggettiva all'ultimo posto perché in questi anni ha sempre fatto ottimi campionati e finali europee. Mi viene da pensare che stiano soffrendo tanto la situazione e abbiano talmente poca abitudine a stare là sotto che potrebbe, alla lunga, diventare molto pesante. Certo, nel caso scoccasse la scintilla sarebbero anche capaci di vincere dieci gare di fila».
Che partita si aspetta al Tardini?
«Il Parma giocherà in casa e dovrà mettere ulteriore pressione alla Fiorentina che non si è ancora tirata fuori dai guai. Non mi aspetto un arrembaggio o un assalto all'arma bianca ma bisognerà essere più propositivi perché anche il fattore mentale può fare la differenza».
Come vede il centrocampo crociato?
«A me è sempre piaciuto, qualcuno è già stato protagonista lo scorso anno e altri, come Bernabé, per via degli infortuni non hanno avuto la continuità che avrebbero meritato. Il Parma a centrocampo ha dei ragazzi giovani e interessanti, molti dei quali alla prima esperienza in Italia: non è facile avere tutto velocemente però dal punto di vista tecnico e fisico credo sia il reparto più completo».
In quale zona di campo schiererebbe Bernabé?
«A me piacerebbe vederlo un po' più vicino alla porta avversaria, è un ragazzo che ha intensità, calcia bene in porta e sa giocare uno contro uno. Ha anche le caratteristiche per giostrare davanti alla difesa mentre, onestamente, da mezzala prediligo elementi più fisici e strutturati».
È fiducioso sulla salvezza del Parma?
«La quota si è abbassata negli ultimi anni, mi attendo una leggera accelerata con l'anno nuovo ma attorno ci sono squadre come Pisa e Verona che, ad oggi, mi sembrano meno attrezzate».
Ricordando la vostra esperienza, quale consiglio si sente di dare?
«Il mio e nostro pensiero era credere ciecamente in quello che ci veniva proposto. Per quanto magari a qualcuno non piacesse, sapevamo che quella cosa ci avrebbe portato prima o dopo dei risultati, con più o meno difficoltà. I ragazzi devono avere fiducia e mettere tutto quello che possono, è l'unico modo per raggiungere gli obiettivi. Poi contano altre dinamiche come la qualità dei giocatori, il lavoro di società, staff tecnico e medico però avere un'identità e credere fermamente nelle idee e nelle proposte dell'allenatore è fondamentale».
Marco Bernardini
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