VIOLENZA
Solo tre giorni prima aveva ricevuto l'avviso orale del questore. Tradotto: gli era stato comunicato che avrebbe dovuto rigare dritto, considerati i suoi precedenti. Spaccio, in particolare. Eppure, nonostante l'«avvertimento», il 26 giugno scorso era tornato in azione. Niente droga, ma aveva alzato il tiro. Per un cappellino e una cassa bluetooth, aveva trasformato un ragazzo in una maschera di sangue spaccandogli un labbro. L'aveva aggredito al Parco Ducale, ma poi aveva fatto ben poca strada. Originario del Gambia, 27 anni, era stato arrestato dai carabinieri, e nei giorni scorsi ha patteggiato 2 anni e 8 mesi e 800 euro di multa per rapina e lesioni aggravate, oltre che per la violazione dell'avviso del questore. La gup Sara Micucci gli ha riconosciuto l'attenuante della particolare tenuità del danno patrimoniale con prevalenza sulle aggravanti.
Pochi euro per il berretto e quel dispositivo per ascoltare la musica, ma altrettanta violenza. In quella sera d'estate, verso le 11, il 27enne si era avvicinato al giovane, 20 anni non ancora compiuti, che se ne stava tranquillamente seduto su una panchina. Avrebbe voluto piazzare la sua bicicletta: «Comprala, prendila», gli aveva detto. Più che un invito all'acquisto, però, fin dall'inizio era risuonato come un ordine. Tono perentorio, sempre più alto, soprattutto quando il ragazzo gli aveva ripetuto che non aveva bisogno di una bici, avendone già una, per altro appoggiata lì accanto.
Ma il venditore improvvisato non aveva alcuna intenzione di desistere: l'aveva afferrato per un lembo della maglietta e strattonato. Era rimasto fermo, paralizzato da una paura che stava crescendo, mentre l'altro si era allontanato di un paio di metri, accanto alla bici che avrebbe voluto vendere. Ma non aveva alcuna intenzione di andarsene. Tutt'altro. Aveva staccato una parte della lamiera del portapacchi posteriore e poi era tornato sui suoi passi: con quel pezzo appuntito si era fatto sotto e aveva cominciato a minacciare il ragazzo puntandoglielo in faccia.
Il ragazzo era diventato una statua di pietra. Mentre l'altro gli sfilava il cappellino e poi metteva le mani sulla cassa bluetooth agganciata al manubrio della bici. Sembrava soddisfatto, tanto da inforcare la bici. Ma si era allontanato solo per pochi metri, aveva gettato a terra il pezzo di metallo e si era di nuovo avvicinato al giovane. Voleva qualcosa di più e puntava allo smartphone infilato nei pantaloni. Il 19enne aveva resistito: si era irrigidito, aveva messo le mani sulle tasche. E la reazione era stata violentissima: pugni al tronco e al viso. Ma in quel momento era arrivata una pattuglia dei carabinieri. Ed era bastato dare un'occhiata dentro lo zaino del 27enne per trovare il misero bottino. Quisquilie. Ma portate via con pugni e minacce.
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