Il Centro Antiviolenza sulla vicenda del Teatro Due
Le attrici vittime di violenza durante il corso al Teatro Due in una prima fase si sono rivolte al Centro Antiviolenza di Parma per avere aiuto. Ma a loro dire non hanno ottenuto il supporto sperato. Ecco, in una nota, la replica del Centro.
«Siamo profondamente amareggiate per quanto sta accadendo e per il modo in cui il nostro lavoro è stato raccontato e strumentalizzato nello spazio pubblico. Leggere che una donna non si è sentita accolta da noi è per tutte un motivo di dolore e di interrogazione. Il nostro lavoro nasce e si fonda sulla relazione tra donne, sull’ascolto e sul rispetto dei tempi, delle emozioni e delle scelte di ciascuna. Quando una donna vive un’esperienza che lascia ferite, smarrimento o ulteriore sofferenza, quel vissuto merita di essere riconosciuto e preso sul serio, senza giudizi né semplificazioni. La consulenza legale, all’interno di un centro antiviolenza, è solo una parte – spesso breve e complessa – di un percorso più ampio. Le avvocate volontarie forniscono informazioni necessarie e realistiche su ciò che comporta un eventuale percorso giudiziario, perché scegliere se procedere o meno è una decisione difficile che spetta solo alla donna, nella piena consapevolezza degli ostacoli che potrebbe incontrare. Informare non significa scoraggiare, ma restituire potere decisionale. Sapere è potere, e l’autodeterminazione è per noi un principio irrinunciabile.
Siamo sempre al fianco delle donne prima, durante e dopo queste scelte: quando ricevono informazioni che possono scuotere ulteriormente, quando emergono dubbi, paura o rabbia, quando il peso di ciò che hanno vissuto si fa più forte.
Ci dispiace profondamente che in questo caso una donna non si sia sentita libera o nelle condizioni di tornare a confrontarsi con le operatrici che l’avevano accolta, per rielaborare insieme quanto aveva ascoltato e il modo in cui l’aveva vissuto. Il suo dolore e la sua rabbia meritano rispetto. Non meritano, però, di essere usati per costruire una narrazione distorta che getta fango sui centri antiviolenza, ne mette in discussione la credibilità, il lavoro quotidiano e persino i finanziamenti che rendono possibile sostenere migliaia di donne sopravvissute alla violenza.
Quello che stiamo vivendo non è un confronto onesto, ma una macchina del fango che colpisce i presìdi concreti di supporto alle donne. Ed è particolarmente grave che ciò avvenga utilizzando il vissuto di una donna, invece di interrogarci collettivamente sulla solitudine, sulla violenza sistemica e sulle difficoltà reali che ancora oggi incontrano le donne che parlano».
Rimaniamo convinte che solo fuori dal clamore, dai sensazionalismi e dall’uso strumentale delle storie, sia possibile stare davvero accanto alle donne.
È lì che continuiamo a lavorare, ogni giorno, anche quando i riflettori si spengono e il silenzio torna a calare. Siamo arrabbiate, sì. Ma soprattutto siamo determinate a continuare a difendere spazi di accoglienza, ascolto e autodeterminazione, perché senza di essi a restare sole sono sempre e solo le donne.
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