Intervista alle due attrici molestate
Federica Ombrato
«Quel legale ci disse che ci avrebbero massacrate»
«Dopo quello che è successo ho lasciato Parma, la mia città. E per tutto questo tempo non sono più riuscita a tornare».
Federica Ombrato ha iniziato a recitare nelle aule della elementare Ulisse Corazza. Era solo una bambina; ma già allora il gioco della parola, la magia della recitazione erano il sogno. Ora è una donna di 37 anni, vive a Roma e calca i palcoscenici: ma dopo quello che è accaduto nelle sale prove del Teatro Due il progetto di una vita ha rischiato di spegnersi. «E pensare che quando frequentavo il Romagnosi guardavo oltre la Parma e vedevo il teatro. E mi immaginavo la dentro».
Lei è tra le attrici che hanno denunciato le violenze e le molestie da parte di un regista: molti dicono che queste sopraffazioni fossero cosa nota, che proseguissero da tempo? Lei non sapeva nulla?
«Al contrario, io ero molto prevenuta perché quei comportamenti erano noti a tutti. Per difendermi ho sempre evitato di restare sola con lui, mi sono difesa facendomi sempre accompagnare. Ma non è bastato: ho subito molestie e mi ha minacciato ugualmente. Io me ne sono andata e ho denunciato quando ho compreso che era successo anche ad altre ragazze. E questo non è argomento di discussione: ma è oggetto di una sentenza».
Ma come valuta il fatto che il teatro sostenga di non avere avuto sentore di quello che accadeva?
«Il teatro non è colpevole di non aver vigilato: ma ha volontariamente scelto di non vedere. Ora, la narrazione di chi si difende sostiene che la colpa è solo del regista: lui è il mostro. Ma è il sistema il vero colpevole. E il teatro deve assumersi le proprie responsabilità».
Quali strategie ha usato il regista per vincere le sue ritrosie, i suoi sospetti?
«Io ho cercato di stare a distanza ma lui ha lentamente guadagnato la mia fiducia, come è normale tra attrice e regista, e poi mi ha sfidata. Mi provocava come per dimostrare che io non fossi in grado di affrontare quel personaggio e ha approfittato del mio desiderio, invece, di essere all'altezza. E ha sfruttato il suo potere per minacciarmi, per molestarmi».
Ma alla fine avete chiesto aiuto?
«Sì, ma il primo avvocato a cui ci siamo rivolte ha ribattuto che mancava la prova con cui sostenere l'accusa. E l'avvocata del Centro Antiviolenza ci ha avvisato che ci avrebbero massacrato, che era troppo rischioso».
Ma siete comunque andate avanti?
«Certo: e ci hanno detto che siamo state coraggiose come se fossimo state delle eroine. Ma non è così anche se abbiamo provato ad opporci ad un sistema che accetta e normalizza i comportamenti di chi detiene il potere».
Se incontrasse oggi quel regista cosa gli direbbe?
«In questi anni non sono voluta tornare a Parma anche per timore di incontrarlo. Oggi però penso che lo guarderei negli occhi senza dire nulla. A testa alta».
Veronica Stecchetti
«Ho denunciato il sistema di cui io stessa facevo parte»
«Per denunciare questo tipo di situazioni non serve coraggio: ma piuttosto una grande consapevolezza».
A dirlo con forza, anzi quasi con rabbia, è Veronica Stecchetti, l'attrice vittima di violenza sessuale da parte del regista del Teatro Due durante un corso di alta formazione. Da allora, durante il periodo del processo, si è laureata in filosofia, ha rielaborato la sua storia in un testo da mettere in scena, si è sforzata per cicatrizzare le ferite. «E adesso voglio continuare a recitare».
Eppure quello che ha vissuto in quel contesto è assai doloroso.
«Per questo io credo che più che un Me Too servirebbe una nuova “Mani pulite” nei teatri italiani che andasse a scoperchiare come è distribuito il potere in questo mondo. Sarebbe un terremoto».
Ma come ha potuto subire senza reagire subito, senza denunciare immediatamente?
«Perché mentre queste cose accadevano io non percepivo compiutamente di essere vittima di violenza. Io sentivo solo che stavo male. Per me violenza voleva dire sangue, botte, lividi. Insomma, un'aggressione: qui invece c'era un enorme abuso di potere contro di me, una prevaricazione feroce che mi feriva. Ma non sapevo interpretarla: per capire c'è voluto tempo, l'aiuto di persone preparate e un'analisi potente».
E nel frattempo?
«Nel frattempo stavo male perché non comprendevo neppure di essere vittima, ma quasi complice. E intanto la stessa cosa accadeva ad altre ragazze, moltissime altre volte da chissà quanto».
Alla fine due di voi hanno chiesto aiuto. Ma non avete sporto denuncia penale? Perché?
«Non abbiamo potuto farlo perché tra il tempo per capire e confrontarci e i ritardi dovuti alla ritrosia degli avvocati i termini sono scaduti. Serviva una maggiore consapevolezza da parte nostra e un avvocato specializzato. Ma non l'abbiamo trovato subito. Ma non voglio gettare la croce sui legali a cui ci siamo rivolti: spesso mancano mezzi e strumenti. La legge sul consenso, ad esempio, di cui si parla ora, sarebbe stata fondamentale. Ma non c'era allora. E ancora non c'è oggi».
Com'è stato per lei denunciare?
«Uno sforzo enorme: più che una vittima di violenza mi sono sentita una pentita. Io puntavo il dito su un sistema di cui facevo parte, di cui ero in qualche modo complice. Il mondo del teatro è un ambiente in cui si vive e si lavora per conoscenze, per relazioni e questo ti rende estremamente ricattabile. Tutte lo sono: ma non lo dicono e non lo ammettono».
Ma lei ad un certo punto lo ha sentito, lo ha capito?
«Sì, ho finalmente compreso quei segnali: e questo avrebbe dovuto farlo anche il teatro, agendo fino in fondo, intervenendo. Ma non lo ha fatto. Nonostante questo non mi piace rappresentarmi come una vittima: preferisco lottare e portare avanti i messaggi in cui credo».
Luca Pelagatti
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