Il dramma
Sentirsi in colpa per essere liberi. Sembra un paradosso e invece è ciò che accade quando si vive sotto una dittatura e, all’improvviso, si riesce a respirare un frammento di libertà. Accade mentre il proprio Paese continua a lottare per la democrazia e dei familiari rimasti indietro non si sa nemmeno se siano ancora vivi. Quel senso di colpa diventa quotidiano, persistente.
È ciò che prova ogni giorno Leila. Il suo è un nome di fantasia. L’anonimato non è una scelta, ma una necessità legata alla paura della dittatura e alle possibili ripercussioni sui familiari rimasti in Iran. Leila ha 26 anni, è nata e cresciuta a Teheran e da pochi mesi vive a Parma, dove studia informatica. «Più che per motivi accademici, la mia scelta è stata dettata dalla necessità di trovare libertà – afferma –. In Iran la situazione economica è al collasso e i diritti fondamentali, soprattutto quelli delle donne, vengono sistematicamente calpestati. Venire qui è stato un modo per scappare. Ho scelto Parma perché è una città piccola e calma. La sento adatta a me, qui mi sento tranquilla».
Una decisione maturata nel bisogno, ma pagata sul piano emotivo. L’idea di costruirsi un presente altrove si scontra con ciò che si lascia indietro. «Emotivamente è stato difficile – prosegue –. Ogni volta che entro in università a Parma provo amarezza pensando ai miei coetanei in Iran. Lì l’ambiente accademico è soffocato da regole teologiche che controllano ogni aspetto della vita. Vedere la libertà qui mi fa desiderare che anche le università iraniane possano essere libere dall’oppressione del regime».
La distanza dai familiari, almeno all’inizio, si colmava con un rito comune a tanti studenti fuori sede: le videochiamate. «All’inizio riuscivo a sentirli con le videochiamate, che per me erano fondamentali – spiega –. Ora non è più possibile. Da due giorni riescono a chiamarmi solo loro, con telefonate molto costose che non possono sostenere a lungo».
Mentre Teheran è in preda alle manifestazioni, l’assenza di contatti alimenta l’angoscia, soprattutto in chi vive lontano e ha la famiglia ancora in Iran. «Ho visto video e foto dei corpi dei manifestanti negli obitori e, non riuscendo a contattare la mia famiglia, cercavo disperatamente un volto familiare – racconta –. Ora so che stanno bene, ma questo non cambia nulla. Quando vengono uccise così tante persone, nessuno è davvero al sicuro».
La stessa fortuna non è toccata ad Amir, anche il suo è un nome di fantasia per proteggere i suoi familiari. «Hanno ucciso mio suocero, 59 anni, sparandogli al volto – afferma – e anche mio cugino, 20 anni, con sette proiettili militari. Quando sparano a qualcuno, spesso lasciano il corpo in strada per ore, per creare paura. Poi impediscono alla gente di avvicinarsi, continuando a sparare. Alla fine, portano via il corpo. Quando la famiglia va a cercarlo, chiedono soldi. Si parla di duemila euro per ogni proiettile, a seconda dei colpi sparati. È una follia. Ti uccidono un familiare e poi ti chiedono i soldi, che sarebbero il “compenso” dell’assassino».
A causa del blackout di internet non è ancora possibile stabilire con certezza il numero delle vittime. Le stime parlano però di cifre altissime: fino a dodicimila persone uccise in appena due giorni durante le proteste contro la Repubblica islamica, guidata da Ali Khamenei, e a sostegno di Reza Ciro Pahlavi. Molti, tra cui Amir, hanno saputo della morte dei propri familiari solo grazie a Starlink. «I giovani sono il motore della protesta – sottolinea Leila –. Molti sono disposti a pagare con la vita. Io mi sento orgogliosa del mio popolo, ma anche in colpa per essere qui al sicuro mentre i miei coetanei combattono».
Laura Ruggiero
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