×
×
☰ MENU

TESTIMONIANZA

Mamma e quattro figli da Gaza a Parma: «I miei 18 mesi sotto le bombe»

Mamma e quattro figli da Gaza a Parma: «I miei 18 mesi sotto le bombe»

22 Gennaio 2026, 03:01

La mattina dell'8 ottobre 2023 Layla (non è il suo vero nome), palestinese quarantenne, stava facendo colazione, nella sua bella casa del quartiere Rimal, il più elegante di Gaza City, con il figlio di 10 anni, la figlia di 13 e la piccolina di due. L'altra figlia, di sette anni, era già sul bus che la doveva portare a scuola.

«Quando sono iniziate a cadere le bombe, i ragazzi si sono affacciati alla finestra, eccitati. Pensavano a mortaretti. Io sono sbiancata. Ho chiamato l'autista del bus di mia figlia che ha risposto laconico “sto riportando tutti a casa”».

E a casa, blindati, impauriti e spesso affamati, mamma e i quattro figli sono rimasti per un anno e mezzo, finché il marito della donna (dottorando in informatica all'università di Parma con una ricerca sulla IA) è riuscito a farli uscire dall'inferno e portarli a Parma.

La storia di Layla (che incontriamo all'Emporio solidale, che ha preso in carico la famiglia, gli ha trovato, e arredato, una casa nel quartiere Montanara, ha aiutato a sbrigare le pratiche per iscrivere i figli a scuola e si occupa di integrare la spesa settimanale) è quella di un'agiata famiglia palestinese. Lei era impiegata al ministero dell'agricoltura, il marito è un accademico, con una borsa di studio - appunto - per l'Italia. Hanno ancora una casa di cinque piani di proprietà a Gaza, dove vivono anche altri membri della famiglia. «Non mi capacito di come sia ancora in piedi, visto che intorno tutto è stato distrutto», dice Layla.

A Gaza la guerra la conoscono da sempre. «Come al solito, dopo le prime bombe, abbiamo preparato le borse con le cose essenziali, pronti a muoverci. Mio marito ha chiamato: “state bene, avete cibo?”. Per due settimane, ho risposto. Speravo che tanto sarebbe durata l'emergenza», dice Layla.

Quelle borse sono state usate cinque volte, in un anno e mezzo. Layla e i ragazzi sono stati ospiti di amici e parenti in altri quartieri della città, mano a mano che l'esercito israeliano avvertiva quali zone sarebbero state colpite.

«A novembre 2023 è toccato anche alla nostra casa: è stato bombardato il tetto dove c'erano i depositi dell'acqua e pannelli solari. Le macerie, cadute a terra, avevano bloccato la porta e non riuscivamo ad uscire. Alla fine ci siamo liberati, ma non avevamo più acqua nè luce». Tutti gli abitanti del condominio, 17 persone, si sono trasferiti a piano terra.

È iniziata la routine della guerra: i cadaveri per strada, le ambulanze, i lutti («la cognata, una cugina, tutti i vicini della casa di fronte, tanti amici»), la caccia al cibo («i cugini riuscivano a procurare la farina, mio figlio di dieci anni faceva la fila per l'acqua»), la spesa («si trovava solo pasta, riso e cibo in scatola, a cifre esorbitanti»).

Siccome piove spesso sul bagnato, le due figlie maggiori hanno cominciato ad accusare forti mal di pancia. «Avevo comprato in farmacia medicine costosissime che non avevano risolto nulla. Alla fine sono riuscita a farle visitare in un piccolo ospedale privato e ho scoperto che soffrivano di celiachia».

Impossibile procurarsi cibi adatti. «Comprai da un parente un sacco di farina di mais, ma scoprii che era pieno di larve e vermi. Setacciai comunque il tutto, impastai delle pagnotte e le cossi sul fuoco a legna, nel braciere che avevamo allestito nell'ingresso di casa. Le ragazze, che avevano visto i vermi, le rifiutarono. In quel periodo le mie figlie stavano sempre male, perdevano capelli. Una di loro dimagrì di 12 chili».

A febbraio 2024 una speranza: arrivano i permessi dall'Italia, c'è la possibilità di lasciare il paese. Ma la strada per Rafah, da dove la famiglia dovrebbe partire per Roma, è interrotta. Passano i giorni, il valico viene chiuso, il permesso scade.

«Ero disperata, senza più forze. Ma dall'ambasciata italiana è arrivata la notizia che si potevano evacuare i malati, e le mie figlie erano allo stremo. Nel marzo 2025 ci hanno avvertito: un bagaglio per ciascuno, passiamo a prendervi».

Inizia un lungo viaggio, ore su un bus, poi il posto di blocco al confine a Kerem Shalom: «I militari israeliano hanno visto le borse, hanno detto “non potete portare niente con voi, solo documenti, cellulare e soldi”. Abbiamo lasciato i borsoni con pochi abiti, sapone, spazzolini da denti, persino i giochi della piccolina», dice Layla.

All'arrivo in Giordania Layla, le figlie e il figlio erano così stremati che sono stati ricoverati un giorno in ospedale, prima di poter ripartire in aereo per Roma, dove sono atterrate il 6 aprile 2025. Accolti dal capofamiglia in lacrime.

Subito il trasferimento a Parma, dove nei primi giorni Layla e i ragazzi sono stati ospitati da una famiglia palestinese.

«Arrivata a Parma mi è sembrato di essermi tolta la sabbia dagli occhi. Gaza era in bianco e nero, senza colori. Qui era primavera, ho detto a mio marito: “portami dove ci sono verde, alberi e fiori”».

Oggi i figli vanno a scuola, Layla prende lezioni di italiano, il marito continua a studiare all'università. «Siamo stati così ben accolti, tutti si danno da fare per aiutarci. Di Gaza mi mancano mia sorella, mio fratello e la mia casa. Di Parma mi piace la calma, l'ordine, la pulizia. Insomma: la pace».

© Riproduzione riservata

CRONACA DI PARMA

GUSTO

GOSSIP

ANIMALI