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Addio a Maurizio Chierici, da Parma inviato nella Storia

Addio a Maurizio Chierici, da Parma inviato nella Storia

23 Gennaio 2026, 03:01

Questa volta, la sua firma non chiude un pezzo, ma una vita da protagonista e un lungo e glorioso capitolo del giornalismo italiano: è morto Maurizio Chierici. Era nato a Collecchio nel 1936 e da lì era partito alla conquista di Parma, di Milano e infine del mondo. Un grande inviato, quando esserlo significava stringere la mano alla Storia, in Medio Oriente, in Asia e, soprattutto in America Latina. Ha fatto scuola: lui che da studente con la scuola non aveva un grande feeling. Anziché a un liceo e a una prospettiva universitaria, la famiglia per cercargli una scorciatoia lo aveva così iscritto a ragioneria. Dove a salvarlo dai fallimenti in pagella era puntualmente la professoressa di italiano.

Era nato per scrivere, Chierici. E cominciò a farlo con Aldo Curti. Per la colonna della Gazzetta di Parma di allora prese a collaborare con «Parma As», giornale gratuito sportivo, distribuito al Tardini, e il giovanissimo Maurizio scriveva di cinema. Così, una volta preso il timone del quotidiano Baldassarre Molossi, a sua volta critico cinematografico, chiamò Chierici con sé. Così nacque un terzetto che avrebbe fatto notizia, in tutti i sensi: il futuro inviato con Bruno Rossi e Giuseppe Barigazzi, a loro volta destinati a scrivere pagine memorabili del giornalismo.

Più che colleghi, amici fraterni. «Lo diventammo alla Gazzetta - raccontava Chierici -. Poi, per tutti e tre, il gran salto a Milano. Eravamo in tre giornali diversi, ma vivevamo insieme in un appartamento preso in affitto. Io dormivo nel soggiorno, in un comodo divano letto. Nella camera da letto dormivano Giuseppe e Bruno: Bariga nel lettone matrimoniale, Bruno in un altro letto singolo. Poi arrivò il tempo dei matrimoni. Prima si sposò Bruno, in aprile, poi io il 29 giugno e poco più tardi Giuseppe, con la Lalla. E io e Bruno gli facemmo da testimoni di nozze». Sacrifici e passione, nel segno di un giornalismo dedicato alla ricerca della verità. Schiena dritta, senza timore di quanto possa essere scomodo.

Suo mentore fu Enzo Biagi, che lo volle con sé a Oggi e poi al Resto del Carlino, dopo le esperienze di Chierici al Giorno e al Corriere Lombardo. E Biagi rassegnò le dimissioni per difendere il suo cronista del quale l'editore voleva la testa per un servizio poco gradito per il taglio politico. Quindi, dopo un periodo al Corriere d'informazione, sarebbe cominciato il capitolo centrale della carriera giornalistica: al Corriere della Sera. Inviato speciale in tutto il mondo, dal 1967 al 1995: una penna di punta per lo stile e per lo sguardo attento soprattutto agli sconfitti della storia. Fu nel 2002 che lasciò viale Solferino, per seguire Antonio Padellaro all'Unità. Da lì, poi, sarebbe passato al Fatto quotidiano.

Nutrita anche la sua produzione editoriale. Tra i suoi libri si ricordano «La pelle degli altri», «Per fortuna sono bianco» e «Lungo viaggio d'addio». Del 1977 «Malgrado le amorevoli cure», ritenuto da molti il suo libro più riuscito. Vincitore di vari premi, dal Campione all'Unicef, ha scritto anche «Quel delitto in casa Verdi» e «L’imperatore» uscito prima in Francia durante la campagna elettorale Mitterrand-Giscard d’Estaing. All'Università di Parma, fino a pochi anni fa, ha tenuto corsi di Teoria e tecniche del giornalismo. Materie che insegnò anche in Colombia, rispondendo alla chiamata dell'amico Gabriel Garcia Marquez.

Il rosario sarà recitato questa sera a partire dalle 19,30 nella chiesa di San Giovanni Battista, dove saranno celebrati i funerali domani alle 11. Chierici lascia la moglie Angela e il fratello Corrado, che con la propria famiglia gli è stato vicino fino agli ultimi istanti. Quando Maurizio avrebbe ancora voluto scrivere, dispiaciuto di portare con sé l'ultimo articolo di una vita vissuta a testa alta e con la penna in mano.

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