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Intervista

L'islamologo Kepel: «Il regime in Iran? Non durerà a lungo»

L'islamologo Kepel: «Il regime in Iran? Non durerà a lungo»

23 Gennaio 2026, 03:01

I proiettili, le piazze, le esecuzioni, le urla, i morti. Sono queste le immagini che ci arrivano ultimamente dall’Iran. Poche - così come le informazioni - ma potentissime. Ci raccontano della repressione, della violenza che si moltiplica in quel Paese in cui le manifestazioni di protesta dilagano in ogni angolo, con il popolo in strada a gridare con rabbia per la propria sopravvivenza, messo in ginocchio da una profonda crisi economica e stanco del regime teocratico.

Gilles Kepel, politologo e arabista francese di fama mondiale, di recente passato in visita anche a Parma, non ha dubbi: «Il regime in Iran? Non ha più risorse interne se non la repressione: non può continuare a lungo così».

Professor Kepel, le notizie che arrivano sono poche. Cosa sta accadendo in Iran?

«Lo stato interno dell’Iran è terribile. Non ci sono più soldi, la principale banca iraniana è in bancarotta e i prezzi del petrolio sono bassissimi. L’Iran è un enorme produttore di petrolio, ma non ne ha più perché è tutto stato venduto alla frontiera del Pakistan sul mercato nero. Ora ha un problema enorme, non ha più la capacità di “comprare”, si può dire così, le classi sociali povere che erano la base di sostegno del regime della repubblica islamica. Allora ecco, hanno usato la repressione in modo enorme, provocando tantissimi morti, il cui numero non è ancora chiaro ma si parla di più di 10mila caduti. Un sistema politico non può sopravvivere a lungo così».

Ma la Siria è andata avanti tanti anni in questo modo. Quello dell’Iran è un caso diverso?

«La Siria è sopravvissuta tanti anni così, è vero, ma in Iran la situazione è diversa. La ragione per la quale sia l’America che Israele non hanno attaccato è che, malgrado l’Iran abbia perduto la rete di appoggio che si era costruito con i Proxy, cioè Hezbollah, la Siria di Hassad, Hamas, ha ancora la capacità di colpire con missili balistici i suoi vicini, cioè i Paesi arabi della penisola arabica, sia il Qatar che gli Emirati arabi. In questo modo, loro hanno una paura terribile. L’Iran ferito potrebbe dare un colpo di coda ai suoi vicini prima di essere distrutto: e questo avrebbe ripercussioni anche sul mercato del petrolio».

È impossibile fare previsioni. Ma quindi, secondo lei, il regime non avrà vita lunga in Iran.

«Il regime non ha più le risorse per sopravvivere a lungo termine nel suo Paese. Non ha più risorse interne se non la repressione. Non si può governare un Paese di 90 milioni di abitanti con una classe media impoverita e il fallimento del sistema bancario. Ecco, un punto di domanda rimane: il modo in cui il regime decadrà».

Allarghiamo lo sguardo. Qual è, in generale, il contesto in Medio Oriente?

«Nella Penisola arabica stiamo assistendo a una frattura senza precedenti tra due alleati storici: l'Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti. Il punto di scontro principale è il futuro dello Yemen: mentre gli Emirati sostengono i movimenti per l'indipendenza dello Yemen del Sud, i sauditi si oppongono fermamente a questa divisione, anche attraverso l'intervento militare. Questo equilibrio regionale vive oggi divisioni mai sperimentate prima. Parallelamente, la situazione è precipitata in Siria. Il nuovo governo siriano di matrice jihadista, supportato da Trump, è riuscito a espellere le milizie curde dai territori del Nord-Est.

I curdi, che hanno pagato un altissimo tributo di sangue per sconfiggere l'Isis, si sentono oggi traditi e abbandonati. Questa instabilità ha generato una grave falla nella sicurezza internazionale: molti prigionieri dell'Isis sono fuggiti o sono stati liberati dalle carceri. Tra questi figurano tanti con cittadinanza europea (provenienti da Francia, Belgio, Germania e Regno Unito). Dopo dieci anni di reclusione, durante i quali hanno radicalizzato la propria ideologia, questi soggetti rappresentano oggi un pericolo enorme per l'Europa, alimentati da un forte desiderio di vendetta».

L’Europa è quindi concretamente in pericolo?

«Dopo quello che è successo in Siria, il fuoco del terrorismo è reale».

Allora cosa dovrebbe fare l’Europa, adesso?

«L'Europa deve rimanere unita e organizzare una propria difesa autonoma. Trump sta cercando di dividerla. Questa strategia è evidente con l'appoggio a leader con posizioni sovraniste, come Viktor Orbán e il nuovo ministro della Repubblica Ceca, che hanno dimostrato vicinanza politica a Giorgia Meloni. E un'ulteriore frammentazione è vicina se pensiamo alle elezioni del prossimo anno in Francia e Polonia, dove l'estrema destra è in testa ai sondaggi».

Con il suo «Board of peace» (cioè Consiglio di pace) Trump si prefigge di istituire «un'organizzazione internazionale che mira a promuovere la stabilità, ripristinare un governo affidabile e legittimo e garantire una pace duratura nelle aree colpite o minacciate da conflitti». Il tycoon vuole davvero tutto questo, o c'è dell'altro?

«Il Board of peace è un tipo di racket: per fare parte di questa organizzazione ogni membro deve pagare un miliardo di dollari. Trump vuole solo distruggere l’Onu. E in un certo senso ha già distrutto il sistema di alleanza creato verso la fine della Seconda Guerra Mondiale. Siamo un po’ come durante gli anni prima del secondo conflitto mondiale: da un lato il patto germanico-sovietico e dall’altro l’accordo di Monaco. Trump pensa di fare accordi con Putin e Xi Jinping per organizzare una sottomissione totale degli alleati, tramite le tariffe doganali ecc… Per lui l’obiettivo è organizzare una sottomissione totale dell’Europa. È il momento, questo, per capire davvero chi siamo. È il momento della verità».

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