Regio
Non ci sono porte che restino chiuse, in «Orfeo ed Euridice», né confini invalicabili tra memoria e presente, immaginazione e realtà, conscio e inconscio, vita e oltretomba.
Anche la distanza tra il Settecento di Christoph Willibald Gluck e l’oggi sembra svanire nella lettura musicale di Fabio Biondi e in quella registica di Shirin Neshat, che hanno decretato il successo dell’opera di apertura della Stagione Lirica del Teatro Regio di Parma, andata in scena ieri sera.
Una capacità di mettere a dialogo passato e presente che è stata salutata con grande calore dal pubblico al termine dello spettacolo.
Non ci sono porte che restino chiuse, dicevamo: le intercapedini dei muri si aprono, le armonie trascolorano, le porte si socchiudono, la luce penetra nelle tenebre e viceversa. La visione di Shirin Neshat, con il suo bianco e nero ricco di mezzetinte, crea un mondo poetico fatto di forza e delicatezza. Un messaggio potente di comprensione per gli esseri umani, il suo, in cui il porto rassicurante di un lieto alla fine non può esistere, così come nella vita non esistono certezze. Teatro e video coesistono in armonia, in questa regia che si avvale delle suggestive scene di Heike Vollmer, dei costumi di Katharina Schlipf, delle incisive luci di Valerio Tiberi, delle coreografie di Claudia Greco, della drammaturgia di Yvonne Gebauer e della direzione della fotografia di Rodin Hamidi.
Ben si accorda con questa visione la lettura non scontata di Fabio Biondi che dà vita a un attento scandaglio della musica. Dilatando i tempi per entrare nelle maglie della partitura, Biondi dà spazio ai piccoli moti dell’animo con respiri, sospiri, legatissimi o staccati, contrasti o trapassi graduali. Anima la più piccola cellula musicale, insinuando inquietudini anche nei passi più danzanti, ben seguito da una Filarmonica Arturo Toscanini efficace, mettendo a valore la scrittura raffinata di Gluck, fatta di passaggi dal maggiore al minore che creano una sottile ambiguità tra dolore e gioia. In questo modo resta aperta l’interpretazione di un finale in cui le parole parlano del trionfo di Amore sulla morte, mentre le immagini e la musica lasciano un punto di domanda.
L’Euridice di questa messinscena è una donna con una sua personalità, non solo l’oggetto della perdita di Orfeo: il dolore per la morte di un figlio la porta al suicidio. Orfeo sembra non poterla mai raggiungere, neanche alla fine, ma il mitico cantore compie un’evoluzione. Il suo ingresso negli inferi passa attraverso un’aula di tribunale che è anche una sala autoptica. Una trasformazione che il controtenore Carlo Vistoli riesce ad esprimere con efficacia, con una vocalità più esibita all’inizio, che si trasforma strada facendo sino alla seconda morte di Euridice. L’aria «Che farò senza Euridice», di cui Biondi offre una lettura meno lirica rispetto alla tradizione e più spezzata, è l’apice di questo percorso. Intima, intensa e introspettiva la lettura di Euridice del soprano Francesca Pia Vitale, attenta a sviscerare il significato del testo. Un po’ aspra l’interpretazione di Theodora Raftis, ma tutto sommato coerente con una personificazione di Amore non proprio rassicurante.
Centrale il ruolo del Coro del Teatro Regio di Parma preparato dal suo maestro Martino Faggiani, anche quando per una scelta registica canta fuori scena: la compagine si conferma duttile e capace di uscire dal territorio a lei più usuale, interpretando con gusto e incisività anche il repertorio barocco.
Lucia Brighenti
La parola al Loggione
«Perché Gluck e non Pizzetti?» E durante il filmato si alzò un grido: «Ma siamo all'Odeon?»
Sembrava strano che i più di cinque minuti di filmato, con i quali si apre l'allestimento firmato da Shirin Neshat, non suscitassero una qualche forma di ribellione nei loggionisti più tradizionalisti del Regio. Il pubblico aveva seguito quasi con il fiato sospeso la proiezione delle suggestive immagini e non mancava molto al gesto con il quale Fabio Biondi avrebbe dato l'attacco alla Filarmonica Toscanini, facendo iniziare a tutti gli effetti l'opera di Gluck, quando si è alzato un grido. «Ma siamo all'Odeon?!»: una saetta scagliata con tempismo impressionante. Qualcuno, più sommessamente, ha corretto «all'Astra» forse in modo più preciso vista la natura «d'essai» di questo cinema e anche per il fatto che l'altro a Parma non esiste più da anni. L'Odeon era perfetto, però, per il sapore di greco antico che ha il suo nome e che quindi si adatta meravigliosamente al soggetto di «Orfeo ed Euridice».
Questo, a dispetto del legame storico con la città, non è un titolo molto radicato nel cuore del loggione e lo hanno dimostrato anche i discorsi che si potevano ascoltare prima dell'inizio dell'opera. «Perché - si chiede qualcuno, lasciando intuire quanto fosse grande il suo interesse per Gluck - non fanno mai Pizzetti: è di Parma e l'ultima volta che ho visto una sua opera al Regio è stata quarant'anni fa»? «Forse - prova a rispondere un altro - influisce il fatto di dover pagare ancora i diritti d'autore»? «All'estero, però, lo fanno», conclude il primo.
«Certo con questo allestimento - hanno commentato altri spettatori - potevano iniziare un po' più tardi visto che l'opera è breve e non si fa l'intervallo. Così saremo fuori dal teatro poco dopo le 21:30». Lo spettacolo, infatti, è stato senza interruzioni tra i suoi tre atti: questo ha notevolmente ridotto la possibilità di raccogliere molti commenti tra il pubblico sia nel foyer, sia in loggione. L'impressione, comunque, è che lo spettacolo moderno, ma di grande impatto estetico, sia riuscito, anche grazie al lato musicale di primissima qualità, a vincere una certa diffidenza iniziale convincendo anche i più tradizionalisti.
Giulio A. Bocchi
Il foyer
Incanta la scelta estetica del bianco e nero. Il cast? «Vistoli stratosferico»
Nessun intervallo nel corso della recita. L’«Orfeo ed Euridice» è stato proposto in un’unica galoppata di un’ora e mezza, vibrante da togliere il fiato per qualcuno, di una noia mortale per qualcun altro perché Gluck non è Verdi e in fondo all’opera si va anche per fare un po’ di struscio nel foyer durante la pausa. Ecco allora che i commenti a caldo il pubblico può scambiarseli solo al termine della recita, al freddo sotto al colonnato del Regio. Tutti tranne un primo tagliente giudizio “scappato” ad un signore dal loggione spazientito dal dilungarsi dell’antefatto raccontato per immagini cinematografiche: «Siamo all’Odeon?» chiede ad alta voce. No, all’Orfeo verrebbe da dire, a proposito di vecchi cinema in città.
Tanti gli applausi. Lo spettacolo per la regia di Shirin Neshat, ha conquistato anche chi inizialmente era scettico sulla proposta di un Gluck a casa di Verdi. Questo Orfeo è uno spettacolo di quelli destinati a rimanere nei ricordi del pubblico. «Vistoli è stratosferico- dice Carla Allodi - Molto bella la voce di Euridice, troppo metallica quella di Theodora Raftis che è anche un po’ discontinua nella linea vocale. Ottima la direzione di Biondi che è andato in profondità e il Coro del Regio semplicemente magico in queste pagine metafisiche». Alla sua prima al Regio il nuovo questore Carmine Rocco Grassi «Il mio battesimo in questo tempio dell’opera non poteva essere migliore. I due protagonisti eccellenti, coro e orchestra bravissimi, spettacolo meraviglioso». Il soprano Lucetta Bizzi interpretava Amore nell’edizione del 1987 e ora dalla platea ha applaudito lungamente Orfeo. «Su tutti ho apprezzato Vistoli che è straordinario, ha una voce piena, maschia, un fraseggio eccellente. Avevo sentito delle registrazioni ma dal vivo è incredibile. Ho faticato un po’ a tenere insieme la musica alle immagini ma questa regia è molto interessante, piena di contrasti, così com’è nell’opera e c’è tanto lavoro dietro». Entusiasta Corrado Pattonieri, medico per una vita e consigliere di Parma Lirica che ha iniziato ad andare al Regio quando aveva undici anni. Ha sentito Corelli e persino la Traviata con Magda Olivero nel 1957. «Sono un maniaco di cinema e fotografia e quindi ho apprezzato tantissimo l’impronta di questa regia della Neshat. E’ una delle regie più belle che ho visto in vita mia. Dal punto di vista estetico lo spettacolo è bellissimo ed elegante con l’uso del bianco e nero che persiste fino al ritorno alla vita della protagonista. Non è un’estetica barocca ma rispetta il libretto e la musica, rendendo la storia attuale. Vistoli ha una voce espressiva e strepitosa».
Ilaria Notari
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