GIORNO DELLA MEMORIA
di Pino Agnetti
L’ebreo Elie Wiesel, Premio Nobel per la Pace 1986, ha scritto che «Dimenticare l’Olocausto sarebbe uccidere una seconda volta». Raccontare, dunque, l’Olocausto (dal greco holókauston che significa «consumato interamente col fuoco») non solo si può, ma si deve! Paradossalmente, però, sempre più spesso ci si dimentica di raccontare gli ebrei. Cioè chi, con 6 milioni di individui «consumati col fuoco», fu la vittima tragicamente «eletta», ancorché non unica, della «soluzione finale» concepita, pianificata e metodicamente attuata dal regime nazista e dai suoi alleati. Al di là che si debba parlare di una dimenticanza o di una rimozione più o meno volute, il «Giorno della Memoria» può e deve rappresentare quindi l’occasione anche per colmare un vuoto che stride fortemente con il richiamo al «dovere della memoria» da cui trae il titolo la legge italiana (la n. 211 del 20 luglio 2000) istitutiva della odierna ricorrenza.
LE PRIME PRESENZE
Gli ebrei cominciano ad arrivare nel parmense fra la fine del XIII e l’inizio del XIV secolo. Provengono in gran parte dalla Romagna, dove in epoca antecedente avevano già dato vita ad alcune comunità attive negli scambi commerciali fra l’Adriatico e le terre del Levante (l’attuale Medio Oriente). Nel 1473, Gian Galeazzo Maria Sforza abolisce l’obbligo per gli ebrei di portare sui vestiti l’infamante marchio giallo imposto loro dal notabilato di Parma. In realtà, dietro il gesto magnanimo del duca si cela la tendenza (inaugurata in precedenza dai Visconti e poi ripresa dagli Sforza) a considerare i banchieri ebrei un prezioso «instrumentum regni» sia politico che economico. Consultando i documenti storici, emerge come in questa fase di relativa tranquillità gli ebrei del parmense comincino a esercitare anche la professione medica (si ha notizia in particolare di tre di loro: Giacobbe, Elia, e Abramo di Moisè). Viene loro concesso anche di dotarsi di un cimitero.
Intorno alla metà del XVI secolo, la situazione cambia però radicalmente. Soprattutto, dopo che nel 1555 papa Paolo IV emette una Bolla che vieta agli ebrei di abitare in mezzo alla popolazione cattolica. Sia a Parma che nell’altra capitale del ducato, Piacenza, agli israeliti viene proibito pure l’esercizio dei banchi di prestito. Finché nel 1562, fermo restando il divieto di dimorare nelle due capitali, il duca Ottavio Farnese non ottiene per loro dal nuovo Papa Pio IV l’autorizzazione a riaprire 16 banchi di prestito in altrettante località minori. Autorizzazione che verrà prorogata fino al 1669 (l’anno di cui se ne ha ancora traccia documentale) e, con ogni probabilità, fino all’arrivo delle truppe napoleoniche a fine Settecento. A quel punto, i banchi di prestito sul nostro territorio (scesi intanto a 8) si erano già rivelati fondamentali nel sostegno all’economia prevalentemente agricola del ducato. Terminata la breve parentesi della dominazione francese, che qui come altrove aveva piantato il rivoluzionario seme della parità fra tutti i cittadini, le antiche norme riguardanti il domicilio forzato degli israeliti furono ripristinate. Per restare sostanzialmente invariate anche sotto il regno altrimenti illuminato di Maria Luigia d’Austria e non venire più rimosse fino ai moti del 1848 e alla definitiva annessione nel 1860 di Parma allo Stato Sabaudo.
LA SINAGOGA DI PARMA
Nel 1865, la comunità ebraica cittadina sceglie di costituirsi in «Libera Società israelitica» il cui statuto prevede una adesione su base volontaria. Ma già nel 1845 Parma aveva tenuto a battesimo la «Rivista Israelitica. Giornale di Morale, Culto, Letteratura e Varietà»: il primo giornale ebraico pubblicato nel nostro Paese. Nel 1866, viene infine inaugurata la sinagoga di vicolo Cervi.
Sulla scia dell’Italia unita, anche la secolare presenza ebraica nel parmense stava dunque consolidandosi, sia pure mantenendosi su livelli numericamente modesti. Un fatto, quest’ultimo, riconducibile senz’altro agli episodi di antisemitismo manifestatisi a correnti alterne anche qui. Come, per citare l’esempio forse più noto, durante la terribile epidemia di peste del 1348 quando nelle campagne del parmense si sparse la voce che gli ebrei avvelenavano i pozzi e le fontane allo scopo di diffondere così il micidiale contagio. Un secolo e mezzo dopo, la nascente competizione fra i banchi di prestito e i Monti di Pietà (questi ultimi creati dai frati francescani) contribuì non poco ad alimentare una nuova ventata d’odio anti ebraico. Rinfocolato un altro secolo più tardi, in pieno tempo di Controriforma, dalle gerarchie ecclesiastiche che chiesero e ottennero il ripristino del già citato «marchio di infamia» seguito dalla espulsione di diversi ebrei sia da Parma che da Piacenza. Dello stesso periodo è però anche lo scambio epistolare fra il traduttore in spagnolo del «Canzoniere» del Petrarca, l’ebreo Salomone Usque, e il duca Ottavio Farnese. Come pure quello fra il rabbino di Parma Zaccaria (o Bonaiuto) de’ Rossi e un certo abate Cattaneo. Piccoli indizi ma che, sommati all’assenza di notizie relative a delle persecuzioni vere e proprie, sembrerebbero confermare il sussistere dalle nostre parti di un clima anti-ebraico tutto sommato contenuto. Questo, suppergiù, fino al 1930 quando un Regio Decreto conferma la piena validità delle aperture verso le comunità israelitiche introdotte a partire dalla nascita dello Stato unitario. D’altra parte, il minimo che fosse loro dovuto vista la partecipazione di molti cittadini ebrei a tutte le diverse fasi del Risorgimento italiano.
Il RISORGIMENTO
Uno di loro si chiamava Eugenio Ravà (ma il suo nome completo è Eugenio Ghion Aron Ravà). Un personaggio da film. Eugenio nasce a Reggio Emilia, il primo maggio 1840, in una famiglia di commercianti di religione ebraica. Diciannove anni dopo, eccolo partecipare alla Seconda Guerra d’Indipendenza contro l’Austria insieme ai fratelli Enrico e Federico. Tutti e tre vestono la divisa della 37ª compagnia Bersaglieri, con la quale si distinguono a Vinzaglio e il mese dopo a Solferino e San Martino (la battaglia più sanguinosa dai tempi delle guerre napoleoniche). Ma tutto ciò a Eugenio non basta. Nella notte fra il 5 e il 6 maggio 1860 si imbarca di nascosto sul «Lombardo», diretto insieme all’altro piroscafo «Piemonte» verso l’impresa che cambierà per sempre la storia d’Italia. Nino Bixio, che comanda il «Lombardo», non ci mette tanto a promuovere sui due piedi il giovane clandestino a effettivo dei Mille (nell’elenco ufficiale il nostro figura al numero 827). Dopo Palermo, Eugenio conquista i gradi di sottotenente e più tardi di capitano. Da quel momento, l’appena ventenne comandante di una compagnia del 1° Battaglione Bersaglieri non se ne perderà più una, fino a battersi eroicamente sul Volturno. Terminata l’impresa dei Mille, Ravà si vede rifiutare il rientro nell’Esercito regolare in quanto considerato disertore. Cosa che, tornato nel 1861 a Parma, gli costerà l’arresto e un anno di reclusione (pena poi condonata). Di nuovo libero, decide di ricominciare tutto da capo e di iscriversi al servizio di leva nel corpo dei Bersaglieri venendo ben presto promosso al grado di sergente. Nel 1862 segue Garibaldi in Aspromonte dove il Generale viene ferito e arrestato, mentre lui riesce a fuggire divenendo ancora una volta un disertore. Dopo essere rimasto alla macchia travestito da contadino, si imbarca per Liverpool e da qui per l’America dove per vivere fa il manovale. Eugenio ha però portato con sé una lettera di presentazione di Garibaldi in cui è scritto: «Raccomando ai miei amici di America il sig. Eugenio Ravà: Egli è uno dei Mille che mi seguirono a Marsala. Possa la benevola accoglienza di un popolo libero essere di conforto al capitano Ravà nell’esilio che gli cagiona il suo grande amore per le giuste cause». Firmato Garibaldi. Con quella missiva si presenta a un Comando militare nordista e viene incorporato con l’antico grado di capitano nell’esercito unionista comandato del Generale Ulisse Grant, nelle cui fila si batterà valorosamente fino alla fine della guerra di Secessione americana. Al suo rientro in Italia nel 1865, trova ad aspettarlo un nuovo ordine di arresto sempre come disertore che gli procura, insieme alla perdita del grado, la condanna a un altro di carcere militare. Allo scoppio della Terza guerra d’Indipendenza, ottiene di essere congedato. Cosa che gli permette di indossare nuovamente la camicia rossa e di prendere parte ai combattimenti di Monte Suello e di Lodrone e alla ritirata di Sant’Antonio. Quindi, di seguire ancora una volta il Generale Garibaldi nella sfortunata battaglia di Mentana e più tardi in quella dei Vosgi, in cui i volontari italiani, francesi e di altre nazionalità accorsi al richiamo dell’ormai anziano Eroe dei Due Mondi riportarono una clamorosa vittoria sulle truppe prussiane. Eugenio Ghion Aron Ravà muore l’11 luglio 1901 a Parma, dove dopo il suo definitivo rientro in Patria si era stabilito venendo in seguito eletto anche nel Consiglio comunale. Il suo corpo è sepolto nel cimitero ebraico della città, sotto una lapide su cui sono state incise le stesse parole vergate di persona dal «suo» Generale: «Egli è uno dei Mille… Possa la benevola accoglienza di un popolo libero essere di conforto al capitano Ravà».
I TESORI DELLA PALATINA
Qualsiasi ricostruzione del complesso rapporto fra Parma e il mondo ebraico non può tuttavia prescindere dall’inestimabile tesoro custodito nella Biblioteca Palatina: oltre 1.600 manoscritti, di cui circa 500 biblici e 200 miniati, oggi a disposizione degli studiosi di tutto il mondo grazie a una alleanza davvero «santa» fra la gloriosa istituzione ducale e la Biblioteca Nazionale di Israele. Alleanza che ha portato alla completa digitalizzazione della collezione (una delle più importanti al mondo) appartenuta al prete e biblista Giovanni Bernardo De Rossi e poi acquisita nel 1816 dalla duchessa Maria Luigia. A proposito delle sensazioni riportate nel corso di una sua recente visita, la grande studiosa australiana Elizabeth Finkel ha scritto che «Parma, in Italia, è famosa soprattutto per il parmigiano e il prosciutto, ma è anche un luogo di pellegrinaggio ebraico». Che raggiunge l’acme proprio entrando in «quel tempio del sapere che è la Palatina», dove a «noi pellegrini ebrei» è consentito di osservare con i propri occhi dei capolavori assoluti, fra i quali una Mishnah (un commento al Talmud) datata 1073 che tratta specificamente di tecniche agricole e di cui esiste solo un’altra copia gemella conservata in Vaticano. Difficile trovare un omaggio altrettanto intenso e significativo alla Parma incarnata dalla Biblioteca Palatina, che con i suoi scaffali di legno alti fino al soffitto e stracolmi di libri sormontati da un «Prometeo che ruba il fuoco» rappresenta un perfetto luogo di incontro e di scambio fra popolazioni, religioni e culture diverse ma bisognose le une delle altre per potere salvare se stesse e continuare a esistere. Che è poi la missione a cui aveva consacrato la propria esistenza anche il professor Ermanno Loevinson, ebreo tedesco di nascita e per alcuni anni direttore dell’Archivio di Stato di Parma e Bologna destinato a essere assassinato insieme alla moglie Wally e al loro figlio Sigismondo ad Auschwitz.
LE LEGGI RAZZIALI
Nell’autunno del 1938, gli ebrei di Parma (per lo più appartenenti alla borghesia cittadina) erano scesi dai circa 700 di metà Ottocento ad appena 134 (72 dei quali uomini e 62 donne). Ad essi (i dati sono tratti dal censimento comunale effettuato in quell’anno) vanno aggiunti gli ultimi discendenti degli ebrei parmensi che, per via del divieto di risiedere in città, si erano stabiliti a Busseto, Soragna e Fidenza e in altri piccoli centri della provincia. Il censimento del ’38 fu uno degli strumenti adottati per dare pratica attuazione anche a Parma all’infame crimine delle leggi razziali emanate lo stesso anno. Iniziava così anche qui la lunga e tragica notte della ragione e della pietà che, fra soprusi di ogni genere (compresa la confisca di tutti i beni) e l’internamento nei locali campi di concentramento ricavati nei castelli di Scipione vicino a Salsomaggiore Terme e di Montechiarugolo e in un paio di alberghi di Monticelli Terme, avrebbe visto fra i 64 e i 70 ebrei parmensi finire deportati nei lager nazisti da dove 23 di loro (compresi 6 bambini) non sarebbero più tornati.
EBREI E RESISTENZA
Oggi sappiamo che alcuni ebrei di Parma entrarono nella Resistenza per lottare, armi in pugno, contro i boia nazifascisti. Sappiamo anche che, fra i protagonisti tutt’altro che secondari di quella pagina fondativa della nostra Repubblica, ci fu un Maestro nato sempre a Parma di nome Arturo Toscanini. Il quale, dopo avere detto ripetutamente di «no» sia a Hitler che a Mussolini (che per questo arrivò addirittura a meditare di farlo uccidere), andò a dirigere nel 1936 a Tel Aviv il leggendario concerto inaugurale della «Orchestra sinfonica di Palestina» formata interamente da musicisti ebrei sfuggiti all’Olocausto. Dieci anni più tardi, l’11 maggio 1946, il più grande direttore d’orchestra di tutti i tempi avrebbe fatto il bis dirigendo il concerto di riapertura della «ricostruita» (così recitava la locandina) Scala di Milano distrutta durante la guerra dai bombardamenti. A un certo punto del programma, la bacchetta del Maestro vibrò nell’aria per dare il la alla ouverture del Nabucco e nel silenzio totale della sala si alzò il «Va, pensiero»: il canto del popolo di Israele che, schiavo a Babilonia, affida a quelle note il sogno mai estinto di ritrovare la patria perduta. Verdi e Toscanini e con loro tutti quei meravigliosi artisti (fra i quali anche una giovanissima Renata Tebaldi) uniti come in un sol corpo per celebrare, insieme al pubblico del teatro più famoso del mondo miracolosamente risorto dalle ceneri di un conflitto spaventoso, il bisogno più importante dello spirito umano: avere una casa e, in quella casa, sentirsi liberi!
Questo è il vero senso del «Giorno della Memoria». Un giorno che, pur nella sua incancellabile unicità, parla e deve continuare a parlare a nome e per conto di tutti i popoli oppressi di ieri come di oggi. Lo sapeva molto bene anche il mio amico e medico Giuseppe Finzi che, prima di arrendersi al Covid, un giorno mi invitò a fare visita al museo ebraico di Soragna fondato da Fausto Levi. Perché, mi spiegò Beppe con la luce che gli brillava negli occhi, «Lì vive la memoria. E senza la memoria, non siamo niente».
© Riproduzione riservata
Gazzetta di Parma Srl - P.I. 02361510346 - Codice SDI: M5UXCR1
© Gazzetta di Parma - Riproduzione riservata