L'ex direttrice intervista la nuova
Elisa Montali dal 1° gennaio ha assunto la direzione scientifica della Biblioteca Palatina di Parma, un ruolo di grande responsabilità e, al tempo stesso, di particolare rilievo.
La sua nomina non rappresenta solo un passaggio formale, ma la naturale prosecuzione e continuità di un progetto culturale che da anni anima la biblioteca: cura delle collezioni, attenzione al pubblico e impegno costante nella valorizzazione del patrimonio librario e grafico, attraverso attività di tutela, digitalizzazione, mostre e apertura a nuovi pubblici.
Ho avuto il privilegio di lavorare accanto a Elisa per cinque anni, condividendo progetti, scelte e dinamiche di lavoro, e apprezzandone l’attenzione agli equilibri umani, indispensabili al funzionamento di una grande istituzione complessa. La sua esperienza spazia dalla tutela del patrimonio storico alla catalogazione, dai prestiti per mostre in Italia e all’estero ai progetti di valorizzazione digitale, ed è accompagnata da un approccio determinato e pragmatico. A questo si uniscono energia, curiosità e uno sguardo costantemente rivolto al futuro della biblioteca e della sua comunità. Proprio partendo da questa esperienza condivisa, vogliamo entrare più nel dettaglio del suo cammino professionale e delle sue scelte.
Elisa, il tuo percorso nasce dalle Scienze Naturali e ti ha portato alla direzione di una grande biblioteca storica: un passaggio che può apparire insolito. In che modo questa formazione influisce oggi sul tuo approccio al ruolo?
«La formazione scientifica mi ha lasciato un approccio molto razionale al lavoro e allo studio, che è anche parte del mio carattere. Tuttavia, il mio percorso non è mai stato solo scientifico: sia all’università sia durante il master lavoravo già all’interno del Complesso. Questo ha fatto sì che, accanto al metodo scientifico, crescessero anche interessi legati ai libri, alla biblioteca e ai beni culturali. Le esperienze di catalogazione, tutela, amministrazione e curatela di mostre hanno costruito un percorso ibrido, che oggi trova una sintesi naturale nella direzione della Palatina. Se dovessi indicare l’ambito che sento più mio direi l’ufficio mostre e prestiti, un settore centrale perché mette in relazione la biblioteca con il mondo esterno, la ricerca e le istituzioni culturali, unendo valutazione scientifica, attenzione ai luoghi e allo stato di conservazione delle opere».
La Palatina è stata una costante della tua carriera. Che significato ha oggi raccoglierne l’eredità e proseguire il lavoro costruito assieme alle colleghe, mantenendo una continuità di metodo e visione?
«È una continuità più che una rottura. In passato, con risorse già limitate, avevamo imparato a dividerci le competenze seguendo le inclinazioni di ciascuna. Oggi continuo molte delle attività di allora, ma con una maggiore responsabilità nei rapporti con l’esterno, dalle istituzioni al mondo culturale in genere. Raccogliere questa eredità significa valorizzare il lavoro costruito insieme e lo spirito di collaborazione che ci ha sempre contraddistinte».
C’è un progetto che senti più rappresentativo del tuo modo di intendere la biblioteca?
«I progetti di digitalizzazione: tutelano il patrimonio e, allo stesso tempo, lo rendono accessibile, vivo e condivisibile. Consentono di ampliare le possibilità di ricerca e aprono la biblioteca a un pubblico che va oltre i confini fisici dell’istituto, rafforzandone il ruolo come luogo di conoscenza, confronto e diffusione culturale».
Quanto conta il lavoro di squadra in un’istituzione complessa come la Pilotta?
«Conta totalmente. Il dialogo costante tra bibliotecari, storici dell’arte, archivisti e restauratori è fondamentale. Le riunioni periodiche servono proprio per costruire una linea comune di obiettivi e metodi, trasformando le competenze individuali in un progetto condiviso».
Come definiresti oggi la Biblioteca Palatina?
«È insieme biblioteca storica, un centro di ricerca e un luogo di mediazione culturale. Vorrei che fosse sempre più uno spazio di confronto, anche tra istituzioni, capace di mettere in dialogo competenze e visioni diverse».
Che ruolo avranno le collezioni digitali nel futuro della Palatina?
«Saranno centrali, anche grazie ai progetti Pnrr, soprattutto per il patrimonio grafico. La digitalizzazione tutela le opere, favorisce la ricerca e amplia l’accesso oltre i confini fisici della biblioteca, rendendo possibile una fruizione più ampia e inclusiva».
Qual è la principale difficoltà nel dialogo con le nuove generazioni?
«La priorità è far studiare il patrimonio, partendo dall’università e da progetti condivisi. Open Day e collaborazione aiutano, ma il limite maggiore resta la carenza di personale: oggi ci sono due funzionarie bibliotecarie, di cui una anche direttrice, un’assistente tecnica e altre figure non esclusive che ruotano nel Complesso. Nonostante ciò, grazie alla formazione e al supporto di cooperative, riusciamo a garantire i servizi essenziali».
Quale ruolo può avere la biblioteca nella vita culturale di Parma?
«Può essere un luogo di studio, incontro e confronto. Attualmente sono attivi appuntamenti con l’Università e iniziative realizzate anche grazie all’associazione Amici della Pilotta che contribuiscono a rafforzare il legame con la città».
Guardando al futuro, quali sono le sfide principali?
«Fare il massimo con il personale a disposizione, mantenendo il servizio all’utenza come priorità assoluta, senza rinunciare a qualità, progettualità e apertura all’innovazione».
C’è un progetto che sogni di realizzare?
«Per ora preferisco mantenerlo riservato, perché è ancora in fase di definizione. Posso però dire che stiamo lavorando alla prossima mostra e a un’esposizione dedicata ai nostri fondi, con l’obiettivo di valorizzare nuclei importanti delle collezioni della Palatina e di raccontarli in modo nuovo».
Tre parole per descrivere la tua idea di biblioteca?
«Inclusiva, dinamica, accogliente».
Cosa ti emoziona di questo nuovo ruolo?
«Il ruolo in sé, perché riguarda ciò di cui mi sono sempre occupata e in cui riconosco meglio il senso del mio lavoro. Mi sento profondamente a mio agio all’interno del Complesso, uno spazio che conosco bene e che considero quasi una seconda casa. Allo stesso tempo, il rapporto con l’esterno rappresenta una nuova sfida, complessa e ancora tutta da costruire, ma proprio per questo capace di aprire prospettive e possibilità inedite per la Biblioteca».
Un consiglio a un giovane bibliotecario?
«Formare solide competenze tecniche (catalogazione, classificazione, software specifici), sviluppare ottime capacità comunicative e relazionali per assistere i ricercatori, avere passione per la storia e i libri, una conoscenza approfondita delle normative di settore e una mentalità aperta all’innovazione digitale, concependo la biblioteca come organismo vivo».
E ora una domanda più personale: che fine farà l’immagine di Puccini che avevo appiccicato sul ritratto di Verdi del Boldini?
«L’immagine di Vasco Rossi l’ha già sostituita… ma, insomma, quel cantante è la colonna sonora della mia vita!».
Paola Cirani
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