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INCONTRO ALL'ASTRA

Salvatore Attanasio: «Troppa omertà sull'uccisione di mio figlio Luca»

Salvatore Attanasio: «Troppa omertà sull'uccisione di mio figlio Luca»

30 Gennaio 2026, 03:01

Il prossimo 22 febbraio saranno cinque anni dall’uccisione di Luca Attanasio, ambasciatore d’Italia presso la Repubblica Democratica del Congo. Il padre Salvatore Attanasio ricostruisce i fatti e gli sviluppi processuali.

Quale fu la dinamica dell’omicidio?

«Luca stava andando a visitare un sito del Programma Alimentare Mondiale delle Nazioni Unite. Giunte all’altezza del villaggio di Kibumba, le due jeep che costituivano il convoglio sono state fermate da un gruppo armato di kalashnikov. Hanno ucciso a sangue freddo l’autista della prima vettura, Mustapha Milambo, obbligando a scendere dalle auto i sei componenti restanti, tra cui Luca, portandoli in un viottolo laterale. La prima versione parla di un conflitto a fuoco con i rangers del vicino parco del Virunga. Però è molto strano che in una sparatoria siano rimasti colpiti soltanto in due, Luca e il carabiniere di scorta Vittorio Iacovacci. Tutti gli altri neanche un graffio. Da indagini condotte dai nostri avvocati, il fondato sospetto è che si sia trattato di un omicidio studiato a tavolino».

Che esito ebbe il processo in Congo?

«Le cinque persone arrestate si sono dichiarate non colpevoli. Il tribunale non gli ha creduto, condannandoli a morte. Poi la condanna a morte è stata tramutata in ergastolo, su richiesta della moglie di Luca e di noi familiari. Quindi a Kinshasa il discorso è chiuso».

Il processo in Italia che iter sta seguendo?

«La procura di Roma ha accusato di omicidio colposo due funzionari del Pam per diverse omissioni, tra cui la manomissione del documento di viaggio inviato ai Caschi Blu della zona, cui spetta stabilire il livello di sicurezza dei convoglio. Ebbene, era stato omesso sia il nome dell’ambasciatore che quello del carabiniere di scorta, ragion per cui l’accusa era quella di omicidio colposo. Si sono svolte otto udienze preliminari a Roma dal 2023, ma nel febbraio 2024 il giudice per le udienze preliminari ha dichiarato il non luogo a procedere per difetto di giurisdizione. Sostanzialmente è stata riconosciuta l’immunità ai due funzionari del Pam. Nonostante si tratti di un triplice omicidio, queste persone non possono essere processate. Non dovranno, dunque, neanche dare ragione delle omissioni. Se la presenza dell’ambasciatore a bordo del veicolo fosse stata dichiarata, per protocollo gli sarebbero state assegnate l’auto blindata e la scorta armata in testa e in coda al convoglio. Come sempre quando Luca organizzava le visite in quei territori. La sera prima, in una cena a Goma con tutti gli italiani, gli era stato detto che la strada era sicura, era verde, che ci avevano pensato loro del Pam».

L’immunità, a suo parere, è stata attribuita impropriamente?

«Il giudice nella sua sentenza, riconoscendola, scrive che l’unico che poteva fare qualcosa per evitarla era lo Stato italiano, che invece non lo ha fatto. Nel corso del processo, in una delle udienze preliminari, il Ministero degli Esteri avrebbe detto al giudice che l’immunità andava riconosciuta per prassi».

Ora cosa succederà?

«Presso la Procura di Roma c’è un secondo fascicolo, aperto questa volta per terrorismo, ancora in fase d’indagine».

L’obiettivo è arrivare alla verità?

«E ci mancherebbe. I ragazzi non si sono suicidati. Sono stati assassinati. Il bersaglio era Luca. Chi si vuole proteggere con questa omertà?».

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