Intervista
Da Castrocaro a Saint Vincent, dal Cantagiro al Cantaeuropa, fino a Sanremo. La «cantante con la treccia», come fu soprannominata in quegli anni, la parmigiana Edda Ollari - 79 anni il prossimo 9 settembre, moglie di Celestino Papotti, scomparso nel 2021, mamma di Simone, sposato con Ilaria, e nonna di Achille - ricorda quella stagione musicale con entusiasmo e senza nostalgia. A cominciare proprio dagli esordi. «Frequentavo il Conservatorio studiando pianoforte e all’ottavo anno, per problemi ai tendini della mano destra - racconta -, fui costretta a rinunciare e così mi dedicai al canto. Ho partecipato giovanissima ai primi concorsi, come quello per voci nuove a Castrocaro nel 1965. Anche se ricordo, con simpatia, quando i colleghi di cantiere di mio padre, che avevano visto dei tagliandi allegati a Tv Sorrisi e Canzoni, mi iscrissero a mia insaputa a un concorso. Andai a Milano con mia sorella Giuliana e mi ritrovai in una sala in attesa per l’audizione. E qui accadde un singolare episodio: passavano i minuti e anche le ore, ma non venivo chiamata: a un certo punto entrò nella sala d’aspetto una signora, la quale mi domandò cosa facessi lì. Spiegai il motivo, si informò e mi disse che c’era stato un equivoco: mi fece accomodare davanti a questa commissione: uno dei componenti puntualizzò che il pianista se ne era già andato. Io, prontamente, risposi che mi potevo accompagnare da sola. Passai il provino e ottenni così il mio primo contratto con una casa discografica».
La carriera era cominciata: nel 1966 partecipò al Cantagiro e successivamente al Cantaeuropa, cosa ricorda di queste due esperienze?
«Il Cantagiro fu un’esperienza bellissima, ero sempre insieme a Gianni Morandi, tutti in carovana in giro per l’Italia: in quell’edizione portai in gara, nella categoria “giovani”, una canzone scritta da Maurizio Seymandi e Mauro Lusini dal titolo “… che tu mi baciassi”. Conclusa l’esperienza in Italia, per un mese, con altri colleghi, in treno in viaggio per l’Europa, con questa nuova manifestazione musicale: da Marsiglia a Monaco di Baviera, da Berlino a Varsavia, da Barcellona a Zurigo, solo per citare alcune città. L’idea di Ezio Radaelli era di ricalcare il Cantagiro: sul palco cantanti affermati, come Domenico Modugno, e giovani emergenti, come la sottoscritta. Vinsi la tappa di Parigi, fu un grande successo. Fui anche la compagna di viaggio di Rita Pavone finché non arrivò la madre, dopo feci coppia con Rita Monico».
Dal Cantagiro al Disco per l’estate il passaggio fu breve.
«Con “Un pezzo d’azzurro”, nel 1969, fui tra i dodici finalisti di quell’edizione vinta da Al Bano con “Pensando a te”, anche se il maggiore successo fu di Mario Tessuto con “Lisa dagli occhi blu”. L'anno dopo, nel 1970, tornai in gara con “Acqua passata”, un brano che portava la firma di Roberto Vecchioni».
Il 1970 è l’anno della sua partecipazione all’evento della Bbc, a Londra: cosa avvenne?
«Fui chiamata da Leonard Bernstein, a Londra, per l’inaugurazione del settimo canale della Bbc: fu una grande gioia per me; ho diviso il palcoscenico con artisti di grande spessore come Gilbert Bécaud, Tom Jones. C’erano anche i Beatles».
E nel 1971 giunse la “chiamata” per il Festival di Sanremo: era «L’ora giusta», come il brano che portò in gara, per lei?
«Penso proprio di sì. Ero in coppia con Lorenza Visconti. La nostra canzone fu eliminata dalla finale per un punto. A far male, ancora oggi, è il verdetto che arrivò da Parma, dalla mia città, dalla giuria che si trovava nella redazione del “Resto del Carlino”. Ricordo ancora che, a Sanremo, subentrai a Orietta Berti, alla quale era destinata “L’ora giusta”: per problemi tra discografici lei fu costretta a rinunciare e, da esordiente, presi il suo posto. La mia partecipazione fu penalizzata dalla stessa Berti, che la domenica prima del Festival, cantò il brano in televisione. Ritornando a quell’esperienza, ricordo la grande emozione che ti prende prima di salire sul palcoscenico - eravamo nel Salone delle feste del Casinò - senza dimenticare i rapporti con gli altri artisti in gara. Mi ritorna in mente un episodio: durante le prove José Feliciano fece fermare l’orchestra perché un violino aveva sbagliato un accordo».
Nel 1973 con la nascita di suo figlio Simone interruppe la carriera?
«Proprio così, ho deciso di lasciare la musica e di dedicarmi completamente a lui: aveva dei problemi asmatici e non potevo lasciarlo da solo».
Negli anni ‘80 è ritornata in pista con alcune orchestre di liscio e con una lunga esperienza di pianobar. Facendo un bilancio ha dei rimpianti?
«Non ho rimpianti, non mi trovavo a mio agio con le imposizioni, che avvenivano in quel mondo: pagai anche una penale. Davanti a te erano tutti carini, ma dietro cullavano l’invidia».
Ritornando all’oggi, quale musica ascolta?
«Amo la musica jazz, a cominciare da Ella Fitzgerald. Mi piacciono Giorgia, Fiorella Mannoia. Non amo il rap, non mi appartiene».
E quest’anno, a 55 anni dalla sua partecipazione in gara, seguirà il Festival di Sanremo?
«Certamente, prima di tutto mi leggerò i testi e difficilmente sbaglio a giudicare. Nei cantanti apprezzo l’interpretazione, non amo i virtuosismi».
Vanni Buttasi
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