Tutta Parma
Lorenzo Sartorio
La fantasia e la semplicità erano molto più accentuate nella gente di ieri, basti solo pensare alla quantità di soprannomi che venivano affibbiati alle persone. Non per fare del campanilismo a buon mercato ma i soprannomi parmigiani sono davvero uno spettacolo in quanto coniugano alla grande la simpatia e il sarcasmo dei nostri vecchi, qualità che oggi sembrano sparite per fare spazio alla cattiveria, al nervosismo e alla rabbia.
Soprannomi, in dialetto «stranòmm», davvero piacevoli nel pronunciarli, ma anche nel sentirli pronunciare in dialetto verace come, ad esempio, in talune poesie in vernacolo declamate da Enrico Maletti. Risulta, quindi, davvero straordinario se questi soprannomi o modi dire parmigiani si possono rendere evidenti, possono materializzarsi come avvenuto attraverso i simpaticissimi adesivi realizzati dai ragazzi di «Io parlo parmigiano» oppure con i disegni contenuti nel libro «I stranòmm» (Graphital editore) realizzati da Maurizio Landi.
Ma, immaginatevi un impiegato dell’anagrafe, una guardia comunale, un carabiniere, un impiegato postale o un graduato dell’esercito di tanti anni fa, quando capitava loro di chiedere le generalità a una persona la quale, il proprio nome di battesimo, lo aveva sentito pronunciare, dopo la nascita, sì e no, un paio di volte. Dopo di che gli era stato affibbiato quel soprannome che lo avrebbe accompagnato fino alla tomba. Adesso i soprannomi sono raffinati, dolcissimi, molto chic e «fighi». È diventato uno status simbol, sia per un uomo che per una donna, avere un soprannome, diciamocelo, un po’ «fru-fru», che riecheggia elegantemente nei sontuosi circoli privati, nei club esclusivi, nelle spiagge miliardarie, nelle innevate piste da sci, nei display dei vari cellulari. Tempo addietro la gente, sia di città che di campagna, in quelle vecchie osterie dalle pareti annerite dal tempo e dal fumo, riceveva un secondo battesimo che, al contrario di quello cristiano, incollava addosso allo sventurato un soprannome ridicolo che avrebbe portato appresso tutta la vita.
L’etnologo Piero Camporesi precisa «che uomini e donne non avevano un vero nome e cognome perché l’anagrafe paesana li etichettava in modo diverso con patronimici tribali ma, soprattutto, con l’arma insidiosa e avvolgente del soprannome, lo strumento con cui la comunità esprimeva il proprio diritto a ribattezzare i paesani. Le imperfezioni fisiche, le tare di famiglia, i vizi dei genitori, le mille forme della debolezza e dell’imperfezione umana servivano a questo crudele gioco che bollava per tutta la vita, spesso con l’arma crudele del grottesco». Figuriamoci a Parma dove, grazie a Dio, spirito e sarcasmo non mancano e non sono mai mancati. Basti pensare alle «torlide», espressione prettamente parmigiana dall’univoco significato: canzonare il prossimo. Ma con eleganza e con quel mezzo sorriso beffardo abbozzato sulle labbra che, poco dopo, i nostri vecchi purificavano in osteria lambendo «scudlén» di bianco o rosso mentre la «torlida», dopo avere cesellato a dovere sul tornio del sarcasmo parmigiano i vizi e le debolezze della gente, si mescolava alla brezza birichina della Parma lasciando dietro di sé quel profumo di vita che caratterizzava, una volta, i borghi di qua e di là del nostro torrente.
Già, «stranòmm» e «torlidi», parenti prossimi, partoriti, specie in passato, dalla fertile e fantasiosa verve dei quei «pramzàn dal sas» dai quali non sentivi mai uscire dalla bocca una parola in italiano: dal vagito appena nati, all’ultimo respiro e, cioè, quando «voltavano i piedi all’uscio»: tutto in dialetto. Per gli «stranòmm», nella nostra città, esiste un vero e proprio culto ed è merito di Maurizio Landi essere riuscito a dare un volto a tantissimi soprannomi parmigiani. Un’impresa davvero non facile, quella di Maurizio, che ha potuto concretizzare grazie alla sua vis artistica, al suo humor e alla sua schietta parmigianità. Però, dove «sbocciavano» i soprannomi? Senza alcun dubbio nelle osterie delle quali le più popolari, le più autenticamente parmigiane, le più «ribelli» erano quelle «de dla da l’acua». Infatti, dove avrebbero potuto essere fondate, se non in un’osteria oltretorrentina, la «Confraternita di magnagàt» o la compagnia dell’«Oca Morta»? Tanto per fare un paio di esempi, ma ce ne sarebbero tanti altri. I «santuari parmigiani del bicchiere» erano - come ricorda Gigètt Mistrali - covo non solo di bevitori incalliti, filosofi del nulla, coristi, loggionisti, «bagolón», anarchici, anticlericali, suonatori ambulanti, «scansafadìghi», «bón da njénta», giocatori di briscola, tresette e terziglio, reduci di guerra, facchini, imbonitori, ortolani, nottambuli, artisti di strada, calzolai («cibach»), barbieri, ribelli appartenenti al mondo sindacale e politico, tuttologi, dongiovanni da strapazzo, «piantagràni» e furbetti che le corna le mettevano ad ignari cornuti che, serenamente, le portavano. Un’umanità varia, dunque, che si ritrovava in locali solitamente bui, anneriti dal fumo di «mangiari» popolari e da quello dei sigari per scambiare quattro chiacchiere, fare la rituale briscola o disputare una «mano» a morra. C’era invece chi, nell’osteria, faceva anche affari: vendeva la mucca, un carro o combinava il matrimonio della figlia. Una bottiglia di lambrusco siglava l’accordo. Ma le osterie, in passato, furono pure torbido teatro di congiure, specie in città, dove si davano appuntamento anarchici e capipopolo dall’anima irrequieta, dal coltello facile e dalle mani che prudevano loro in continuazione. E allora, onde evitare visite sgradite di sbirri e carabinieri, l’oste compiacente allestiva nelle buie cantine a voltoni una sorta di covo dove i congiurati (ovviamente tutti muniti del loro «stranòmm») potevano riunirsi senza il timore di essere scoperti e finire in galera. L’oste era una persona conciliante, diplomatica, paziente. Non doveva essere geloso in quanto, se per caso aveva sposato una bella donna, allora le chiacchiere, fondate o infondate che fossero, gli si appiccicavano addosso come il sudore e il soprannome adeguato che, nel caso avesse avuto la sventura di avere una mogliettina bella e allegra, sarebbe stato sicuramente quello che, anche oggi, echeggia in tanti ambienti ed è rimasto di moda: «magnabrùggna». Ebbene, questo era il teatrino in cui sbocciavano «cme al bàzi» (sbornie) gli «stranòmm» ai quali Maurizio Landi ha voluto dare un volto ed un’anima. Un vero e proprio…. «Jacovitti a la pramzana».
Florilegio
A spasso nella memoria: gli appellativi più diffusi
Ecco un florilegio di alcuni «stranòmm pramzan»: Budlón (grassone), Brägacùrta (di chi indossava ridicoli calzoni che non coprivano i calzini), Carcagnón (dai grossi calcagni), Carotlón (alto e magro), Codgàsa (unto e bisunto), Gata Zläda, Gata Mòrta (individui infidi e melliflui), Lénngua Sutìla e Lénngua Sacrìlega (riferito ai delatori), Ozlón (chi, di corporatura massiccia, non era molto furbo), Béga d’òra (riferito ad un grande amatore), Pita vécia, Gùgga (donna anziana con il vezzo di volere sembrare giovane), Pit véc’ (vecchio vanesio), Golètt dur e Importànsa (di chi si dava delle arie), Lècca scudéli (di persona ingorda), Zcanapjón ( di chi non si puliva mai il naso), Schìssa limón (rompiscatole), Gnanch un bicér (riferito a ubriacone), Gamba äd sènnor (di persona magrissima dalle gambe sottili come un… sedano), Magnacàcli (di chi aveva il vizio di mettersi la dita nel naso), Corriéra (riferito ad una donna che, proprio come una corriera, faceva salire tanti uomini in casa o sul suo letto), Scorzón e Trombètta (petomane), Bargnoclón (zuccone), Bozja (di persona falsa che non avrebbe detto la verità neanche al medico), Pànsa äd dolégh (di persona con una voluminosa pancia), Babau (riferito a donna di malaffare), Schén’na äd védor ( fannullone), Magnapolàstor (buongustaio, un tempo riferito ai curati di campagna), Cul äd lèggn (di chi andava molto in chiesa e stava seduto nelle lignee panche ), Cridamàj (di chi si lamentava di ogni cosa), Gratón (di chi amava impossessarsi di cose non sue), Baracón (di umili origini), Cul gròs (persona dal sedere voluminoso), Cul alégor (riferito a omosessuale), Oc’ Stòrt (di chi era strabico), Gamba sténca, Sgnè da Dio (quando si alludeva ad uno zoppo), Bonbón (di chi era goloso di dolci), Pugnàta (gran sbafatore), Ciapètta (effeminato), Scäldafer (fabbro), Mitràja (colui che parlava velocemente), Grìlo, (colui che «grillava»), Copartón (superdotato), Sìggn ädla Cróza (chiesolante), Ciomén (colui che copriva la pelata con abili riporti), Pìssa in présja (colui che faceva tutto molto velocemente), Bali lónghi (di chi era affetto da varicocele), Mànga lãrga (avaro,spilorcio), Beziolèn (sempre tra i piedi, persona fastidiosa), Mignolèn (di statura piccola), Galinèr (imbgroglione), Galinèn (ometto pettegolo), Bècch ad fer (faccia di bronzo), Tésta cuädra (reggiano), Pongón (fannullone, persona inutile e ingombrante), Galùstor (sciupafemmine solitamente anziano).
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