Personaggi
Quando parla di Parma e della «sua» Gazzetta gli si illuminano gli occhi. Marco Belluzzi parla di via Rondani, dove è nato e cresciuto, di via Farini, dove ha ancora casa, di via Goito dove abita la zia adottiva Marina Cingi, scrittrice alla quale la Gazzetta ha dedicato un bellissimo articolo per il centesimo compleanno. La sua Parma, quella provincia «dove tutto potrebbe diventare un set». Lui è sì un grande scenografo, lo stesso che ha firmato l'ultimo film di Antonio Albanese, «Lavoreremo da grandi», in uscita in 300 sale oggi. Per scrivere la sua storia ci vorrebbe ben più di una pagina di giornale: la chiacchierata all'O'Bistrot con sua moglie Anna Ranci Ortigosa, anche lei scenografa e l'amico d'infanzia Giovanni Mainardi, bravissimo grafico e talentuoso pittore, potrebbe non finire mai. Dalla gavetta agli illustri maestri, dalla pubblicità per i marchi più importanti ai film con i registi e gli attori più amati oltre ad Albanese, Salvatores e le serie tv in Rai, tra cui spicca «Il commissario Ricciardi». Certo, la cultura ha la sua forza e dal sapere nasce la creatività, ma c'è di più in questa chiacchierata a tavolino, con l'umiltà di Belluzzi, nonostante la sua fama, affiancata dall'eleganza di una moglie che nonostante i loro tre figli ha sempre lavorato sodo.
«A 11 anni da Parma sono stato "deportato" a Milano - confessa Marco Belluzzi -, perché mio padre Carlo, già consigliere comunale a Parma, era stato trasferito. Dopo il liceo artistico ho frequentato la nascente Naba (Nuova Accademia di Belle Arti) e lì ho conosciuto Anna: l'obiettivo era di vivere a Parma e ci siamo sposati in piazza Garibaldi, ma ora per lavoro viviamo tra Milano e Roma. Io però sono lo strajé per antonomasia: mi manca tutto della città, Parma è nel mio cuore, è la provincia più colta d'Italia. Poi, quando penso alla mia città, penso agli amici e alla loro ironia, all'attenzione per l’estetica, alla storia, all’arte, al cibo e a una dimensione perfetta. Questa intervista alla Gazzetta rappresenta davvero un sogno. Come ripeto a tutti, e una volta persino sul set di un film nella redazione della Nazione di Firenze, è la Gazzetta il quotidiano più antico d'Italia. A chi sosteneva fosse La Nazione, risposi: "ma secònd tì! Co’ dit? Vogliamo parlare di Bodoni?"».
Quali i primi passi di una grande carriera?
«Mentre frequentavo la Naba venni assunto come elettricista al teatro Pier Lombardo, oggi Franco Parenti, dove conobbi Gian Maurizio Fercioni, un grande scenografo e costumista cofondatore del teatro. Poco dopo, presi parte come autista del furgone dell’attrezzeria, al film di Salvatores "Kamikazen", di cui Fercioni era lo Scenografo. Al termine delle riprese mi chiese di fare tre modellini per «Il cavaliere della rosa» all’Opera di Brema, quasi fosse un test: gli sono piaciuti e sono diventato suo assistente unico per i successivi cinque anni. Gian Maurizio è stato il mio grande Maestro, gli devo tantissimo e purtroppo è mancato lo scorso novembre. Con lui ho lavorato nei Teatri d’ Opera di tutta Europa, nei Teatri di Prosa e abbiamo girato anche tante pubblicità. Lo spartiacque? È stato "Puerto Escondido" di Gabriele Salvatores. Da lì ho iniziato a lavorare da solo, anche per le pubblicità, con i marchi più famosi, a partire dalla Coca Cola, con costruzioni in teatro incredibili. All’epoca andava di moda girare in Toscana, ma io ho portato tutti nel nostro Appennino visto che era più vicino a Milano e così potevo venire a Parma».
Dalla grande pubblicità con grandi registi al cinema: quali i film?
«Tra i tanti, di Giuseppe Piccioni molto bello è stato "Fuori dal mondo" con Margherita Buy e Silvio Orlando, poi "Asini" con Claudio Bisio e poi con Luca Lucini, con cui avevo fatto la fortunatissima pubblicità della Müller, il primo "Fate l'amore con il sapore", per "Tre metri sopra il cielo" con il debutto di Scamarcio. Con Lucini ho fatto tanti film: praticamente ho visto nascere Scamarcio e Argentero. Quindi, "L'uomo perfetto", "Solo un padre", "Oggi sposi" e "Amore bugie e calcetto". Fino a "Si può fare" di Giulio Manfredonia, un film stupendo. È con la trilogia "Qualunquemente", "Tutto tutto niente niente" e "Cetto C'è" con le regie di Giulio Manfredonia che inizio a collaborare con Antonio Albanese, a mio avviso uno dei più grandi artisti italiani».
Ma Marco Belluzzi ha fatto anche l'attore?
«Attore mi sembra un termine un po' eccessivo, diciamo che ho fatto risparmiare qualche piccolo ruolo alle produzioni divertendomi tanto e avendo così modo di conoscere maggiormente il cinema. Ad esempio, ho fatto il Cappellano di Montecitorio in "Tutto tutto niente niente " recitando orgogliosamente con accento parmigiano: "Questa è la casa del Signore, ve’". E Albanese ha commentato: "Il ve' è meraviglioso!". Tra le serie Tv ricordo con piacere per la Rai "La dama velata" con i debutti di Miriam Leone e Ursula Corberò, poi "La porta rossa" con il magnifico Lino Guanciale, "Rita Levi-Montalcini" con la regia di Alberto Negrin, fino al "Commissario Ricciardi" e per Netflix “Odio il Natale” che lancia Pilar Fogliati. Per Sky i primi film autoprodotti dalla piattaforma "Natale per Due" con Alessandro Gassmann e Enrico Brignano e "Un Natale con i fiocchi" con Silvio Orlando e di nuovo Gassmann».
Anche «Il Commissario Ricciardi» è stato un lavoro impegnativo?
«Il lavoro sul "Commissario Ricciardi" con Lino Guanciale per me e mia moglie Anna è stato molto bello perché è una serie ambientata a Napoli negli anni Trenta. Anni modernissimi in realtà e molto stimolanti. Abbiamo girato a Napoli, a Taranto e a Roma. Una scenografia impegnativa ma con tanta possibilità di inventare, trasformando i luoghi. Ci vuole coraggio, sempre».
Ed eccoci a «Lavoreremo da grandi» di Albanese: che lavoro avete fatto?
«Il film si svolge nell'arco di una notte sul lago d'Orta. Dopo un film drammatico come "Cento domeniche" Albanese ha firmato la regia di un film comico. Tre personaggi molto ingenui: lui musicista fallito, Giuseppe Battiston un idraulico che vive ancora con la mamma a 50 anni, Nicola Rignanese diseredato dalla zia che ha lasciato tutto alla Chiesa. A completare il quartetto si aggiunge Niccolò Ferrero, il figlio di Albanese che entra ed esce di galera per piccole truffe amministrative. Il nostro lavoro è stato quello di inventare una bolla in cui si svolge questa storia in bilico tra realismo e follia con un taglio scenografico leggermente sopra le righe. La chiave, elaborata con regia, fotografia (Italo Petriccione) e costumi (Carola Fenocchio) è decisamente teatrale. Un film di entrate e uscite in una casa che diventa un teatro: ambienti piccoli in una villa decaduta. La ricerca della casa non è stata facile anche se io e Anna siamo scenografi che intervengono molto nelle location con adattamenti e costruzioni. Per trovare la villa giusta ne abbiamo viste più di 50 sul Lago Maggiore e sul lago d'Orta. L’ultima che abbiamo visto era quella giusta. Non so se noi siamo dei campioni di pubblico attendibili, ma il film ci ha fatto davvero ridere. E come sempre nella comicità di Antonio, in maniera originale e sorprendente».
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