Intervista al vescovo di Fidenza
Vescovo Vezzoli, è appena terminato il Giubileo intitolato da Papa Francesco alla Speranza. Come ha vissuto questo Anno Santo la Diocesi fidentina?
L’orizzonte nel quale si colloca una possibile rilettura del cammino giubilare è suggerito dal tema dell’annuncio dell’evangelo, quale compito peculiare della Chiesa di ogni tempo. Il passaggio attraverso la porta santa, la prassi delle indulgenze, la confessione di fede sul luogo del martirio degli apostoli Pietro e Paolo, l’esperienza condivisa del cammino compiuto con altri fratelli e sorelle nella fede, i molteplici volti della speranza espressi da scelte di carità, e tutte le altre tradizioni che hanno caratterizzato il pellegrinaggio è nella luce della sapienza della Parola che vanno comprese; questo impedisce una lettura distorta dell’esperienza giubilare nell’ordine del turismo culturale, forse religioso, prigioniero di devozionismi di circostanza messi in atto per ammorbidire le coscienze e mettere a tacere i sensi di colpa.
Ciò che deve permanere senza equivoci da questa esperienza è il rimando costante alla missione che attiene ad ogni battezzato: l’annuncio dell’evangelo di Gesù Cristo salvatore del mondo, il Dio-con-noi, unica speranza che non delude e nella quale è dato a tutti di trovare salvezza e misericordia. L’eredità che l’Anno Giubilare ci consegna è espressa dalla necessità di un ritorno alla famigliarità con la Parola di Dio: solo essa costruisce la comunità su roccia salda, mediante l’azione dello Spirito, arricchendola di molteplici doni e ministeri per l’edificazione del corpo di Cristo che è la sua Chiesa. Lo stesso Signore Gesù parla ancora oggi all’umanità mediante la testimonianza dei profeti che il suo Spirito suscita. Ciò avviene nella testimonianza di instancabili operatori di pace, di quanti non ritengono una debolezza, ma espressione di libertà l’agire nella misericordia e nel perdono, nella bontà, nell’umiltà, nella mansuetudine e in quella pazienza che allarga lo sguardo del cuore permettendo di incontrare volti di fratelli e sorelle in umanità.
Questo genera benedizione, rendimento di grazie, letizia evangelica e, nondimeno, una speranza audace che ci permette di vivere in questo mondo senza empietà, senza arroganza, senza pregiudizi, ma con l’atteggiamento di coloro che ben sanno nelle mani di chi sta custodita la loro povera vita. L’evento giubilare ha visto il suo termine e per questo è necessario elevare il rendimento di grazie davanti a Dio per la sua misericordia. Non vi è conclusione, invece, per il cammino dei discepoli del Signore chiamati ogni giorno a rendere ragione della speranza che è in loro, senza disertare la missione di profeti che osano sperare e di sentinelle che intravvedono «progetti di pace e non di sventura», quelli che il Signore nutre per il suo popolo.
Due nuovi presbiteri sono stati ordinati a Fidenza: è un segno che può far sperare in un ritorno delle vocazioni?
Ritengo che non si debba essere ingenui. Come recita un antico proverbio: “Una rondine non fa primavera”. Se da un lato, la chiesa di Fidenza rende grazie a Dio per il dono di due sacerdoti, che hanno risposto alla chiamata del Signore a dedicare la loro vita per la causa dell’evangelo e per il bene della Chiesa, dall’altro è necessario permanere con i piedi per terra e considerare che non siamo noi i padroni del campo da mietere. Gesù è l’unico Signore del campo del mondo e lui solo sceglie gli operai da inviare. Da parte sua, la Chiesa non cesserà, come richiesto da Gesù stesso, di domandare nella preghiera nuove vocazioni maschili e femminili alla vita sacerdotale, religiosa e monastica. Accanto a ciò è necessario ribadire che la vocazione alla vita sacerdotale e religiosa non è subordinata alle necessità del mondo, ai bisogni presenti nelle comunità, ma è finalizzata esclusivamente all’annuncio dell’evangelo e alla edificazione del corpo di Cristo che è la sua Chiesa. La Chiesa non ha bisogno di leaders, di protagonisti animatori dello spettacolo delle devozioni religiose, di esibizionisti organizzatori di eventi, di volti autoreferenziali preoccupati solo di far parlare di sé, di animatori del tempo libero né di condottieri di nuove idee culturali e religiose, né di trascinatori improvvisati di gente frustrata. La Chiesa, al contrario, ha bisogno di discepoli e di testimoni, autentici profeti servitori della Parola che annunciano con la vita la venuta del Regno di Dio, anche in mezzo ad una umanità e ad una cultura molto spesso refrattarie e impermeabili alla speranza cristiana.
A questo proposito: qual è la situazione in Diocesi? Quanti sono i sacerdoti, il confronto con il numero delle parrocchie e qual è la loro età media?
La situazione vocazionale, in particolare, in Europa sta attraversando ormai da tre decenni uno stato di crisi che impone qualche riflessione. Perché pochi seminaristi? Perché pochi preti, monaci e religiosi/e? Analogamente ci si potrebbe interrogare sulla crisi delle vocazioni al matrimonio cristiano sostituite da generalizzate e, spesso improvvisate, convivenze quale condizione ritenuta necessaria al fine di istituire uno stato di “prova” e di “apprendistato” alla vita del matrimonio in Cristo. Del resto, però, sono venute meno in questi anni le condizioni famigliari e comunitarie delle parrocchie che potevano favorire la crescita di vocazioni alla vita sacerdotale, religiosa maschile e femminile. È venuta meno una possibilità di trovare veri padri e madri spirituali, che siano in grado di orientare (non di imporre) alla vita sacerdotale o religiosa per la causa dell’evangelo e per l’edificazione della Chiesa. D’altro lato, è anche necessario domandarci: quale testimonianza offrono, oggi, alle giovani generazioni, i sacerdoti, i religiosi, i monaci, le comunità religiose? Sono entusiasti della loro scelta vocazionale? Offrono ragioni autentiche di vita di fede, di condivisione e di carità? Si mette in conto che il ministero non è solo garanzia di successo, di notorietà, di attività attraenti, di visibilità pubblica, ma spesso è fonte di sconforto, di delusione, di abitudinarietà e di stanchezza, soprattutto laddove i risultati preventivati non giungono sebbene non sia mancata una elaborata strategia pastorale? Queste sono buone ragioni che portano a riflettere sul fatto che oggi, nella Chiesa, sono necessari uomini e donne che servono con umiltà e mitezza, non con arroganza, senza spirito di rivendicazione continuo, ma con parrēsìa non rinunciando all’annuncio evangelico e indicando, senza equivoci, il Signore Gesù l’unico per il quale è possibile donare la propria vita nella libertà e nell’amore. In Diocesi di Fidenza, attualmente non ci sono seminaristi. I preti della Diocesi attualmente sono 49, di cui 8 appartenenti a una famiglia religiosa. I sacerdoti Fidei donum provenienti dal Togo e dal Rwanda sono 8; la loro presenza costituisce una vera ricchezza grazie al prezioso ministero sacerdotale che svolgono nella diocesi con dedizione e autentico spirito missionario. I diaconi permanenti impegnati nel ministero sono 9. Le comunità religiose femminili presenti sul territorio sono 4. Le parrocchie sono 70. Tutto ciò costituisce, comunque, buone ragioni per rendere grazie a Dio, che non lascia mancare buoni operai e collaboratori per il lavoro nella sua vigna.
Rimaniamo nel campo diocesano: tempo addietro si vociferava di una possibile revisione del numero delle Diocesi, a scapito di quelle meno estese e popolose (fra queste Fidenza): è un timore superato?
Non amo per nulla le chiacchere, autentica dissipazione del tempo che potrebbe essere impiegato in ben altro. Va sottolineato, al riguardo, che la necessità di una revisione delle diocesi, della riduzione del loro numero e dei loro confini in Italia fu avviata già da Papa Paolo VI; poi ha vissuto un tempo di pausa fino a quando la questione è stata ripresa con insistenza da Papa Francesco. Il progetto dichiarato “irreversibile” relativo alla riduzione del numero delle diocesi in Italia è stato ribadito da Papa Leone XIV nell’incontro con i Vescovi della Cei riuniti in assemblea plenaria ad Assisi il giorno 20 novembre 2025. A me, in quanto vescovo di Fidenza, personalmente non è stata inoltrata a tutt’oggi alcuna richiesta di incontro o di riflessione sulla questione specifica.
Viviamo momenti drammatici sullo scenario mondiale e situazioni di crisi anche in Italia, con la povertà che cresce e la percezione di insicurezza da parte dei cittadini. Quale messaggio si sentirebbe di dare alle nostre comunità, per affrontare e superare, con la speranza giubilare, questi tempi?
È innegabile che stiamo vivendo tempi difficili e faticosi su ogni versante. Siamo di fronte ad una vera e propria barbarie del pensiero che avanza imperante. Alla barbarie si può contrapporre solo l’antidoto della nobile intelligenza degli umani, ovvero di quanti non rinunciano alla speranza, alla bellezza, alla bontà, alla condivisione, alla fraternità universale, alla verità ben oltre ogni inquinamento e falsificazione della parola. Ciò presuppone come condizione inderogabile, non solo una fede genuina, ma anche l’anelito senza equivoci alla speranza, che nessuna barbarie cristallizzata negli orrori della violenza indiscriminata può soffocare, ossia la libertà e la responsabilità nei confronti delle generazioni che si succederanno nella storia. Ritengo che si debba ricominciare da qui. La necessità che si impone è la fatica di ricostruire un umano destrutturato, demotivato, desolato, rassegnato e senza più una meta. L’ardua missione educativa che ci compete come comunità cristiana oggi è quella di riconsegnare, in un atto di responsabilità grande, la viva memoria della nostra fragilità, ma anche della nostra ricchezza interiore quanto a fede ben fondata, speranza non illusoria e carità operosa. Le persone anziane cariche di storia e di esperienza possono diventare, per le giovani generazioni, un fondato motivo di speranza, ma possono anche trasformarsi nella tomba delle loro attese e dei loro progetti. I tempi difficili in sé stessi non sono un bene; essi sono intrinsecamente un male che minaccia l’umanità nel suo cammino nella storia. Se, però, il limite della nostra vita fragile è interpretato profondamente con intelligenza e umiltà, andando oltre ogni delirio di onnipotenza confidando in risultati a basso costo e immediati, anche il tempo più faticoso diventa una scuola alla quale si apprendono l’arte del vivere, rinunciando ad ogni pretesa malvagia e aprendosi ad una possibile fraternità universale, in un mondo nel quale tutti siamo pellegrini, stranieri e ospiti su questa terra amata da Dio.
(Intervista a cura di Egidio Bandini)
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