LA STORIA
Una vita da film. Una storia di coraggio, dolore e riscatto. Ma soprattutto una vicenda a lieto fine, grazie alla solidarietà dei parmigiani, ad un appello lanciato sulla «Gazzetta» e a tanta caparbietà.
La vita di Ernesto Horvath, scomparso lo scorso dicembre a 88 anni, inizia a Budapest ma prosegue per gran parte della sua esistenza a Parma.
L'invasione russa
Figlio di un sarto dell'esercito e di una inserviente delle terme Gellért, nel 1956, a 19 anni, partecipa alla resistenza studentesca durante l'invasione russa in Ungheria. «Dopo il diploma da geometra - racconta la nuora, Beatrice Mariotti Horvath - si era iscritto a ingegneria. Ma proprio in quel periodo avviene l'invasione russa e così decide di partecipare alla resistenza studentesca».
Quei giovani, dopo giorni di eroica resistenza, desistono soltanto dopo l'ingresso in città dei carri armati. Vengono quindi presi e fatti sfilare lungo le vie della città, con i genitori inermi che vedono portar via i propri figli.
Catturato e torturato
Ernesto Horvath viene catturato, torturato e caricato su un treno per la Siberia. «Ernesto è rimasto nel cosiddetto palazzo del terrore per quindici giorni, uscendo senza avere più i propri denti - prosegue Beatrice Mariotti Horvath -. Non ha mai voluto parlare di quel frangente, anche se tutti sono consapevoli che al suo interno avvenivano cose terribili».
La fuga miracolosa
Mentre è in viaggio verso la Siberia riesce a fuggire lanciandosi dal convoglio in corsa assieme a un amico. «Quando si lanciano c'è un treno dalla parte opposta e si salvano miracolosamente - racconta ancora la nuora -. Il convoglio prosegue il viaggio fino al confine con l'Austria, controllato dai russi».
Quel gesto sul confine
Prima di scappare in Austria, Ernesto Horvath fa avanti e indietro tre volte dal confine, sotto i fari delle guardie, per portare in salvo a braccia anziani e bambini che erano in fuga. «Rimangono due giorni e due notti nascosti per capire come scappare oltre il confine - ricorda - alla fine, una volta in Austria, raggiungono un paese vicino e vengono accolti come rifugiati politici». Si attiva la macchina dell'accoglienza e i profughi vengono smistati in vari campi. Horvath viene portato in Italia. Arriva a Calambrone (Pisa) e nei due anni successivi viene trasferito in vari campi profughi, per poi essere accolto dai gesuiti, in strada Università.
Il ruolo della «Gazzetta»
Nel 1958 la Gazzetta di Parma scrive un articolo su di lui e su altri profughi ungheresi accolti dai gesuiti, lanciando un appello alla città. «Geometra, senza lavoro - si legge - si trova a dover scegliere tra l'internamento in un campo profughi e l'oscuro ritorno in Patria. La solidarietà dei parmigiani può ancora permettergli di vivere libero».
Accolto da Zanlari
Grazie a quel pezzo, Alberto Zanlari (allora presidente dell’Unione Industriali) chiede di conoscerlo. I due si intendono da subito e Horvath viene assunto alla società Emiliana (Enel). Alberto Zanlari, che aveva perso un figlio, lo accoglie nella propria casa, trattandolo come uno di famiglia assieme alla moglie Maria.
L'amore per Parma
Ernesto Horvath diventa così «più parmigiano dei parmigiani - commenta scherzosamente la nuora -: frequentava il teatro Regio, i circoli della città e costruisce tutta la sua vita a Parma assieme alla moglie Anita».
Pasini testimone
In realtà anche il matrimonio arriva dopo grandi fatiche. «Nessun prete accettava la sua autodichiarazione sul fatto che non fosse sposato - ricorda Beatrice Mariotti -. Non potendo tornare a Budapest, Alberto Zanlari mobilita l'onorevole Pasini e i due si presentano dal vescovo come testimoni».
Dal matrimonio con Anita nascono due figli: Giulia e Albert.
Il ritorno a Budapest
Quanto alla sua famiglia d'origine, Horvath deve aspettare la caduta del muro di Berlino per poter riabbracciare fratelli e nipoti. «Il primo viaggio in Ungheria è datato 1992 - spiega Beatrice Mariotti -; è un momento molto emozionante perchè Ernesto si sentiva in debito verso i propri famigliari, dato che a causa della sua fuga avevano dovuto subire delle grandi umiliazioni da parte dei russi. Da allora i contatti sono stati continui, praticamente fino alla sua morte».
Grande il legame con i suoi nipoti, con cui sapeva esprimere una dolcezza fino a quel momento nascosta da un carattere ruvido, forgiato dalle tante prove riservategli dalla vita.
Circolarmente
«Sono profondamente emozionata e grata alla figura di Alberto Zanlari - afferma Beatrice Mariotti Horvath -: un uomo dalla visione e dalla generosità fuori dal comune. Il suo gesto non ha cambiato solo il destino di Ernesto, ma a cascata anche il mio e quello di tante altre persone. È proprio grazie a quella catena di accoglienza che ho potuto conoscere e sposare suo figlio Albert. Insieme a lui ho fondato Circolarmente, una realtà educativa che da quasi vent'anni opera sul territorio offrendo percorsi educativi formazione e intrattenimento a centinaia di persone e famiglie, aiutandole a esprimere il proprio potenziale. La generosità di un uomo come Zanlari, raccontata allora dalla Gazzetta, è diventata un bene comune per la Parma di oggi attraverso il nostro lavoro».
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