Teatro Due
Fantozzi rivive. O, meglio: Gianni Fantoni fa rivivere «Fantozzi. Una tragedia». Lo spettacolo di cui è l'interprete principale - oltre che autore insieme a Davide Livermore, Andrea Porcheddu e Carlo Sciaccaluga - arriva sul palcoscenico di Teatro Due sabato alle 20.30 e domenica alle 16. La voce lo aiuta molto, ricorda da vicino quella dell'eterno innamorato della Signorina Silvani. Ma non c'è solo quello.
Paolo Villaggio l'ha scelta personalmente, si dice...
«Ci siamo scelti perché, in realtà, sono andato io a rompergli le scatole per cercare di portare Fantozzi a teatro. Ci eravamo, involontariamente, frequentati molto sporadicamente per un trentennio, finché una mattina mi è venuta in mente questa idea e gliel'ho sottoposta. Dopo un po' di fatica, durata un anno e mezzo, abbiamo siglato un contratto regolare con cui mi ha ceduto i diritti per farlo in teatro».
Che anno era?
«Eh, il 2016. Diciamo che c'è voluto un po' di tempo per portarlo in scena... All'inizio avevo pensato di farne un musical. Ricordo quando gli dissi: "Paolo, guarda, ti chiamo perché ho avuto l'idea di fare Fantozzi in musical". C'è stato un attimo di silenzio dall'altra parte del telefono, poi: "Oh mio Dio!"».
Invece cosa ne è uscito?
«Una prosa meravigliosa, uno spettacolo imperdibile, metafisico: un misto tra il sogno e la realtà. È un po' come leggere i suoi libri e viverli in un sogno. Non è un'imitazione, non è un riferimento ai film che conosciamo tutti a memoria, è un nuovo Fantozzi in una realtà parallela, anche se è la nostra effettiva, con un cast di attori fantastici insieme a me, con la regia visionaria di Davide Livermore».
Da dove siete partiti?
«Siamo ripartiti dai libri, perché la mia idea era ripartire da quel Fantozzi originario dei primi due, tre libri e lo abbiamo restituito nella sua interezza: un analizzatore della società spietato e tragico».
Quindi avete tirato fuori il lato più filosofico del personaggio?
«Sì, più amaro e più di denuncia della società. Anche se sono passati 50 anni, in realtà i vizi sono tutti lì, perché l'essere umano è quella roba lì».
Villaggio che consigli le ha dato, se glieli ha dati, e com'era nella vita?
«Villaggio nella vita era molto caustico. Si divertiva a usare questa cattiveria, ma siccome era molto spudorata, esibita, penso non fosse vera cattiveria. I cattivi sono quelli che ti sorridono e poi ti pugnalano alle spalle. Consigli non me li ha dati perché, da un punto di vista strettamente tecnico, si fidava».
Fantozzi ha inventato anche un modo di parlare: i congiuntivi sbagliati, gli aggettivi iperbolici. C'è questo aspetto in scena?
«Certo, perché noi usiamo esattamente i testi di Paolo Villaggio. Anche perché questo aspetto è imprescindibile, è proprio la cifra stilistica».
Questa sarà la parte più divertente. Poi, c'è la parte più riflessiva: allora il Mega direttore galattico aveva un volto, un ufficio. Oggi, forse, è dappertutto...
«Ci sono dei Mega direttori abbastanza noti, Elon Musk, Jeff Bezos, poi insomma tutte le grandi compagnie per lo più informatiche che hanno ormai reso il mondo un unico, enorme sistema impiegatizio dove loro sono i capi e tutti noi siamo gli schiavi, dove non possiamo fare più niente senza che chiediamo il permesso. Non possiamo aprire la posta, non possiamo prenotare un treno, senza che ci sia qualcuno di loro che gestisca tutte le nostre informazioni. E noi siamo sempre più piccoli, schiacciati».
Villaggio, negli anni '70, è stato un po' premonitore?
«Più che premonitore, è stato un ottimo osservatore perché la realtà era già quella, lui ha cominciato solamente a farcela notare. Ha visto meglio di altri e, naturalmente, usando la chiave comica ha svelato molto di più. La comicità apre più facilmente gli occhi alle persone, è un grimaldello formidabile».
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