×
×
☰ MENU

Personaggio

Dom Ferrari, un felinese alla guida dei Camaldolesi (e ha scritto una lettera su monaci e social)

Tra viaggio, preghiera e formazione: lectio divina, sinodalità e un richiamo a usare i social con criterio

Dom Ferrari, un felinese alla guida dei Camaldolesi (e ha scritto una lettera su monaci e social)

25 Febbraio 2026, 09:15

Felino Quando lo chiamiamo, è appena tornato da Mafinga, in Africa, dove ha partecipato a una professione perpetua e all’ingresso dei novizi nella comunità monastica locale. Sì, perché la congregazione camaldolese, di cui dom (non è un errore, è un titolo dato ai monaci benedettini, di cui fanno parte i camaldolesi, ndr) Matteo Ferrari è priore generale, ha monasteri anche all’estero: Tanzania, India, Brasile, Germania e Stati Uniti. In Italia, oltre a Camaldoli, i monaci risiedono a Bardolino, Fonte Avellana e Roma.

Sorride: «La nostra è una congregazione piccolina, siamo un po’ meno di cento, e di diverse nazionalità». Le radici del monaco, 52 anni, sguardo da ragazzino e spirito risoluto, sono legate a due paesi: Felino e Carignano. «Ho frequentato le elementari e le medie a Felino, terminate le quali mi sono iscritto a Parma al Sant’Orsola. Durante gli ultimi due anni di liceo classico sono entrato al Seminario minore e poi al Maggiore. In seguito ho continuato gli studi di liturgia a Padova e dopo un anno sono entrato nella comunità di Bardolino».

La persona che ha giocato un ruolo chiave in questa scelta è stata l’amica suor Stefania Monti, del Monastero di Lagrimone, scomparsa nel 2022.

«Un giorno Stefania mi suggerì di andare a trovare il monaco camaldolese Franco Mosconi. Così feci». Il cammino di fede di dom Matteo è iniziato in parrocchia, «in modo molto semplice. La mia spiritualità è maturata nel rapporto con la liturgia e la Scrittura, e in questi ambiti sono stati importanti Guido Pasini, animatore della Tenda della Parola, e il mio insegnante di teologia, don Enrico Mazza, dello Studio interdiocesano di Reggio Emilia. Ho poi frequentato gli studi biblici a Roma al Pontificio istituto biblico, a Firenze alla Facoltà teologica dell’Italia centrale e scienze bibliche e archeologia allo Studium Biblicum Franciscanum di Gerusalemme».

La particolarità della congregazione camaldolese, fondata attorno al Mille dal monaco ravennate Romualdo nell’incantevole foresta del Casentino, in provincia di Arezzo, è la presenza del monastero e dell’eremo, che sottolineano l’importanza sia della comunione fraterna e dell’ospitalità sia della vita solitaria e dell’ascolto orante.

«Il monastero sottolinea maggiormente la comunione fraterna e l’ospitalità, l’eremo sottolinea di più la dimensione della solitudine. Ma ognuno di questi elementi è importante per entrambi». Ferrari è rimasto affascinato dalla millenaria storia benedettina legata al presente, alla riscoperta della lectio divina e alla centralità della Parola di Dio fiorite dopo il Vaticano II, che hanno fatto di Camaldoli un centro di spiritualità e di approfondimento biblico-teologico molto frequentato nel post Concilio.

Anche un gruppo di intellettuali cattolici si riunì qui nel luglio 1943 per incontrarsi, riflettere e porre le basi del futuro contributo cattolico alla Costituzione italiana.

Continua il priore: «La nostra giornata è scandita dalla preghiera – ufficio delle letture, lodi, ora media, vespri, messa, compieta –, dal lavoro e dallo studio. Ogni monaco trascorre le ore restanti nello studio, nella lettura e in varie attività: la farmacia, che produce miele, cioccolata e cosmetici, l’azienda agricola, la casa editrice, la foresteria, la gestione della casa, la formazione dei più giovani».

Ogni anno a Camaldoli arriva una folla intergenerazionale che trova proposte culturali e spirituali in un’accoglienza fraterna. Spiega dom Matteo: «La nostra ospitalità è aperta a tutti. Incontriamo cercatori e cercatrici di silenzio e di fede. Hanno domande molto varie e mostrano un desiderio vivo di spiritualità e di cura della propria interiorità. Il dialogo fa parte della nostra vita. Il Colloquio ebraico-cristiano, nato 45 anni fa, è uno degli eventi più importanti della foresteria. La nostra presenza in India ci aiuta a dialogare con i buddhisti e gli induisti e attorno a Pentecoste organizziamo un convegno interreligioso. In ambito cristiano cerchiamo di coinvolgere persone di altre chiese con cui abbiamo rapporti di amicizia e condivisione».

Il priore ha posto al centro della vita comunitaria la sinodalità e la Parola di Dio. Elementi importanti per ogni persona battezzata, tanto più in un tempo di crisi della chiesa: «Credo che forse dobbiamo parlare di meno e fare ciò che è al centro della comunità cristiana. Tenere conto che c’è un’evoluzione in cui siamo coinvolti che va vissuta nella fede. Penso che ci possa essere un risveglio nella chiesa rimettendo al centro l’ascolto della Parola, la liturgia e una reale vita comunitaria».

Dal novembre 2023, per dom Matteo sono aumentati i viaggi ed è cambiato un po’ tutto: «Non posso più dedicarmi come prima all’insegnamento, allo studio e alla pubblicazione di libri perché il tempo che mi richiedono la comunità e la congregazione è maggiore. Essere priore è una responsabilità grande, che assumo volentieri. A Felino, dove ho ancora mio papà, ritorno raramente, e devo coltivare le amicizie care a distanza. Ma è ancora molto forte il mio legame con Parma e la mia diocesi. Penso che il mio modo di essere abbia le sue radici là».

La lettera sui social e la vita monastica

«I social non vanno demonizzati, ma non vanno neanche presi sottogamba perché hanno una forza totalizzante molto grande». È il pensiero di dom Matteo Ferrari, che abbiamo ricontattato dopo la diffusione, il 2 febbraio, della sua lettera ai formatori sui rischi legati all’uso dei social in monastero. «L’avevo scritta prima e ho pensato che fosse significativo pubblicarla nella Giornata per la vita consacrata. Sono stato contattato da tanti, mi hanno chiesto diverse interviste. Le reazioni sono state tutte positive, tranne qualcosa di poco conto».

La lettera, pubblicata su Facebook che il priore usa per diffondere qualche immagine dei viaggi che fa per la congregazione, qualche meditazione e omelia, «non vuole essere un atto di condanna di Netflix, Twitter o TikTok, ma suscitare una riflessione sul rapporto con internet e i social e sulla formazione. È evidente che tutti ne sentono il bisogno. Ne avevamo parlato all’ultimo incontro dei superiori generali a Roma. Quello dei social è un tema che ultimamente interroga la vita religiosa, in particolare quella monastica».

Le preoccupazioni del priore sono rivolte soprattutto ai giovani in formazione. «Visto che chi entra ha in mano i social fin dalla nascita, per calarsi nel ritmo monastico ha bisogno di essere educato al senso critico e a custodire il tempo come tempo anche di silenzio, di ascolto della Parola di Dio e di preghiera, senza escludere l’uso di strumenti di questo genere, che però non devono diventare totalizzanti, come spesso accade nella vita delle persone. Altrimenti, c’è il rischio che la cella non sia più un luogo di silenzio, ma un luogo in cui si continua a vivere quello che si viveva prima». Secondo Ferrari, la questione non riguarda solo i religiosi, ma tutti. «Diversi esperti in materia mi hanno scritto dicendo che hanno apprezzato che sia stato sollevato il problema».

Laura Caffagnini

© Riproduzione riservata