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Bertolucci A-Z

Attilio, Bernardo e Giuseppe: un alfabeto sentimentale

Il volume a cura di Michele Guerra: il poeta e i suoi figli in 85 voci

Attilio, Bernardo e Giuseppe: un alfabeto sentimentale

17 Marzo 2026, 11:00

Tre tenori e un'orchestra: musica, maestro. Il poeta che dettava a braccio, al telefono, le recensioni alla «Gazzetta», il regista che, ancora ragazzino, folgorò Martin Scorsese («pensai: voglio essere lui»), l'uomo che inventò Benigni. Padre e figli: raccontati da un volume polifonico che parte da un'idea e ne fa sinfonia. «Bertolucci A-Z» è così: un triplo salto mortale all'indietro dove le personalità diversissime eppure simili, attigue, di Attilio, Bernardo e Giuseppe convivono, coabitano. Di più: si parlano. Interagiscono. Camminano affiancati in un percorso mai lineare, ma, in modo assolutamente stimolante (il rettilineo è noioso, prevedibile, la curva è fantasia, sterzata im maginifica), tortuoso, sconnesso, movimentato. Dove ognuno dei tre Bertolucci esiste in virtù dell'esistenza degli altri due.

Un azzardo lo definisce il curatore Michele Guerra che però sa (e non da oggi) quanto i Bertolucci - cosa più unica che rara nell'universo culturale nazionale - formino un ecosistema. E rappresentino «una grande casa, una casa poetica, che ha delle porte particolari». E delle magnifiche stanze: magari tre come quelle in cui - rivela Guerra - avrebbe dovuto non a caso svolgersi «The Echo Chamber», il film che il regista de «L'ultimo imperatore» non ha fatto in tempo a girare.

E allora rispettare le differenze, anzi magari esaltarle per accentuare in questo modo le analogie: senza sforzo, senza tesi, ma in modo naturale, vivace, vivo. Una partitura di 85 note mai stonate, 85 fotogrammi di quello che alla fine è un unico film, in occasione dell'85° compleanno (era ieri) di Bernardo Bertolucci: come una cabala, un rosario laico, dove i mondi si aprono come vasi comunicanti in un «alfabeto sentimentale» di rose e di spine, in un montaggio sensibile che dà forma al tutto. 85 voci, dalla A di «ABCinema» alla Z di Za (sì, lui: Cesare Zavattini), in cui i Bertolucci vengono svelati, messi in scena, (ri)visti da una squadra mai così eterogenea (in tutto sono 32) di accademici, critici, registi, attori, scrittori: chi li ha conosciuti benissimo e chi per niente, chi gli è stato amico e chi li ha scoperti attraverso i libri, i film, i documenti.

Un format caro ad Electa che qui però, al quindicesimo titolo della collana, si fa addirittura in tre, trasformando l'ovvia frammentarietà di un volume di questo genere, in opportunità, in legame, in comunione. Perché anche quando crederete di leggere di Attilio troverete anche Bernardo e Giuseppe, e viceversa. E qui sta la grande opera di Guerra, regista alle prese con uno storyboard dove, in campo o fuori, i tre protagonisti convivono sempre e solo insieme. Proprio come nella voce - scritta dal curatore - con cui inizia il libro: dove, con felicissima intuizione, coglie l'idea che appartiene a tutti i tre Bertolucci: «Che il cinema sia, prima di ogni altra cosa, giovinezza e vita. Forse ancora più che giovinezza: il cinema è infanzia. Infanzia e invenzione».

Moltissimi gli spunti, i conti in tasca, le suggestioni che fanno di «Bertolucci A-Z» (Electa, 384 pagine, 45 euro), in libreria da oggi, non l'omaggio un po' vuoto per i venerati maestri a cui essere grati, ma un pezzo jazz pieno di connessioni e «improvvisazioni», rilanci e variazioni sul tema. Tutto ciò che più di lontano c'è da una polverosa biografia: ma un insieme di frame, di fotogrammi cuciti nella stessa pellicola. In cui Enrico Berlinguer stringe la mano a David Bowie, Maria Schneider («segno tangibile e inquieto - come scrive Sara Martin - di una frattura insanabile tra rappresentazione e vissuto») abita ancora lo stesso tempo e luogo di Kim (Arcalli), il montatore partigiano che, ricorda Marco Giusti, alla moviola andava in giacca e cravatta.

E ancora casa e Casarola, Tara e il West: ma anche Verdi «che - parola di Alessio Vlad - «per Bernardo Bertolucci è stato uno strumento di verità». E poi l'amore, il calcio, la cinefilia, ognuno la sua. Un libro, corredato da splendide fotografie, che si può aprire anche a caso, ribaltandone l'ordine, lasciandosi sorprendere dall'amore dell'autore di «Ultimo tango» per i fumetti, o accarezzare dalla febbre - nota ma ancora bruciante - che avvolse Attilio durante la proiezione di «Aurora» di Murnau. Oppure scoprire - grazie a Fabrizio Gifuni - l'essenza stessa del monologo che Giuseppe, «artista inquieto», si domandava se fosse «qualcosa di pre-teatrale oppure l'espressione più alta e intensa della teatralità».

Il movimento che diventa viaggio, il sesso che è «linguaggio artistico e simbolico» (scrive Sofia Panza), l'infanzia che ci chiede sempre «di spostarci, di metterci e rimetterci in cammino» (Paolo Lagazzi). Ma anche il neorealismo affrontato con «sguardi penetranti» (Paolo Villa), il jazzuna sorta di fiume carsico che scorre nella famiglia Bertolucci», assicura Filippo Bianchi), l'inconscio, la rabbia, il tempo. E i tori Miura. Leggendari: e impenetrabili. Un itinerario, «Bertolucci A-Z» sempre sul punto di essere modificato: come il finale di «Io e te», l'ultimo film di Bernardo, che devia dal romanzo da cui è tratto per continuare a correre, per non smettere di esistere.

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