×
×
☰ MENU

L'oggetto del cuore

Quella collezione di cappelli introvabili

Cavalieri e i suoi «Borsalino» da antiquariato. Nello storico negozio davanti al Teatro Regio ha raccolto ben venticinque pezzi rari

Quella collezione di cappelli introvabili

17 Giugno 2022, 16:41

Si chiama Jupiter ed è un modello di qualità che non fanno più. È finito a mano, realizzato in pelo di castorino e al suo interno c’è anche scritta la data in cui è stato prodotto: questo non lo vendo (sorride, ndr). Era nel campionario di Borsalino del 1979 ed è arrivato qui nel 1980». Da allora, Gian Maria Cavalieri, proprietario della cappelleria di fronte al Teatro Regio, aperta dal padre Giovanni nel 1947, il suo oggetto del cuore lo conserva in una scatola, che tiene su una mensola della sua cappelleria, insieme ad altri pezzi da collezione. Per andare a recuperarlo utilizza una scala e quando lo riporta alla luce, per mostrarne le caratteristiche (che lui conosce a memoria), lo tasta con grande cura.

«Ho conservato questo cappello perché, sia come forma, sia come colore, non esiste più e neanche viene realizzato: essendo tutto bordato a mano, non c’è più una mano d’opera che riesca a fare un lavoro così – racconta -. È stato tolto dalla produzione perché già allora aveva un costo fuori mercato, era per poche persone e, di fatto, è rimasto un pezzo da collezione. Se oggi dovessimo far fare un cappello di questo genere e di questa qualità servirebbero circa 1.000 euro. Quando voglio indossarlo, lo prendo e me lo metto».

È il venticinquesimo cappello che ha tenuto per sé e che conserva in questi scrigni bianchi: di ognuno conosce ogni caratteristica. «Tutti i modelli che Borsalino non fa più sono qui, in queste scatole. Vede questo nastro? È tutto montato a mano – aggiunge, mentre mostra dettagli e rifiniture -. Questo, invece, è addirittura rifinito in raso e in alcuni c’è persino la data incisa». Li espone poco alla volta e di quei cappelli, che hanno attraversato gran parte del Novecento, descrive tutto. Ne estrae uno del 1930 e poi recupera uno dei suoi libri dedicati ai cappelli. Lo tiene su uno dei due banconi del negozio e lo consulta regolarmente. Non gli servono veramente, ma quei volumi dimostrano tutta la cura e la dedizione a questo mondo. Che gli appartiene da sempre, fin da ragazzino, quando accompagnava il padre nelle ditte.

«Stavo a casa da scuola e andavo con lui a vedere i campionari: mi sono appassionato anche per questo. Sono più di 60 anni che tocco cappelli: riesco a sentire se si tratta di pelo di merino e se è di qualità. Ne percepisco la compattezza, perché molti, per esempio, possono presentare dei noduli: questo, invece, è compatto - spiega mentre mostra uno dei suoi pezzi più pregiati -. I cappellai della mia età sono pochi. Un tempo, per esempio, arrivavano dei cappelli a testa intera, mentre ora li realizzano già stampati, perché i commessi non sono più in grado di fare la piega».

Cavalieri ne conosce almeno cinque modi diversi c’è la piega classica, quella all’americana, la caciottella, con la piega in stile Frank Sinatra e quella svasata, come portava Humphrey Bogart in Casablanca, abbassata dietro. Le riproduce tutte, in pochi minuti e con estrema destrezza. «Un tempo i clienti avevano una consapevolezza diversa anche dell’acquisto, ma un cappellaio deve saper fare le pieghe ai cappelli, anche perché chiunque è in grado di venderne uno stampato. Un tempo, quando arrivavano con la cupola intera, la piega era compito nostro, con il vaporizzatore- rivela -. Ora se le si vuole ricevere così bisogna chiederlo. Io lo preferisco, perché la realizzo in base al tipo di viso dei clienti». Quando i frequentatori del suo negozio entrano in quegli spazi, scanditi dal tempo e dai rumori degli autobus del centro che si fermano davanti alla sua vetrina, sanno che ci sono scatole in cui sono custodite meraviglie che superano mode e tempi.

«Sanno che ci sono pezzi che non venderò – aggiunge cavalieri -. Dei miei 25 cappelli ho modelli particolari di Borsalino, anche abbastanza recenti, che, però, non sono più in produzione. Questo, per esempio, è marcato film perché apparve nell’omonima pellicola del 1971, con Alain Delon e Jean-Paul Belmondo: per è un po’ di routine, bello ma non particolarmente interessante». In quelle stanze, Cavalieri entrò per la prima volta poco più che bambino e dal 1958 prosegue l’attività che fu di suo padre, il primo inquilino del palazzo costruito nel 1946, subito dopo la guerra. «Mio padre è rimasto qui con me, in negozio, fino a 95 anni – conclude -. Si sedeva lì, su quella poltrona gialla e da questo posto non si è mai staccato da questa realtà. Perché come me è cresciuto tra i cappelli».

Giovanna Pavesi

© Riproduzione riservata

CRONACA DI PARMA

GUSTO

GOSSIP

ANIMALI