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Trattativa Stato-mafia: Berlusconi non risponde ai giudici

Trattativa Stato-mafia: Berlusconi non risponde ai giudici

11 Novembre 2019, 12:50

 

 

L’ex premier Silvio Berlusconi, citato come teste assistito davanti alla Corte d’Assise d’Appello che celebra il processo di secondo grado sulla cosiddetta trattativa Stato-mafia, si è avvalso della facoltà di non rispondere. L’ex presidente del Consiglio ha negato anche il permesso di farsi riprendere e fotografare in aula.

 

-"Non abbiamo ricevuto nel 1994, nè successivamente nessuna minaccia dalla mafia o dai suoi rappresentanti. Vorrei ricordare che i miei Governi hanno sempre operato nella direzione di un contrasto fortissimo nei confronti della mafia, abbiamo incrementato la pena del 41 bis rendendola più dura e l’abbiamo anche spostata sino alla fine della detenzione invece che per un certo più stretto periodo. Abbiamo individuato nuovi strumenti giuridici tra cui il codice antimafia che ha consentito da un lato la cattura di 32 dei più pericolosi latitanti capimafia, 32 su 34». E’ uno stralcio delle dichiarazioni rese dall’ex premier Silvio Berlusconi in una intervista video rilasciata il 20 aprile del 2018, dopo la sentenza di primo grado del processo sulla cosiddetta trattativa Stato-mafia. 
I legali di Marcello Dell’Utri, Francesco Centonze e Francesco Bertorotta, che avevano citato a deporre Berlusconi nel processo d’appello in corso a Palermo, avrebbero voluto far sentire in aula, prima della deposizione dell’ex premier, l'intervista, ma la corte d’assise ha rigettato l’istanza. Berlusconi, grazie allo status di teste assistito riconosciutogli dai giudici, si è avvalso della facoltà di non rispondere, ma il contenuto dell’intervista, già agli atti del processo, sarà trascritto per una più facile consultazione da parte di accusa e difese. 
Una testimonianza mancata, quella dell’ex premier, che sarebbe servita ai legali per smontare quanto stabilito nella prima sentenza: cioè che Dell’Utri, già condannato a 12 anni, sarebbe stato «tramite» per far arrivare all’ex premier la minaccia di Cosa nostra negli anni delle stragi e condizionare l'azione dello Stato contro i clan. I legali di Dell’Utri, comunque, ritengono che, a prescindere dal contributo dichiarativo di Berlusconi, siano presenti agli atti tutti gli elementi per dimostrare l’inconsistenza dell’ipotesi d’accusa. 

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