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GRANDE VIGNAIOLO

Lino Maga, 90 anni e 84 vendemmie. Addio al papà del Barbacarlo

Da Broni al mondo: il suo vino aveva conquistato Gianni Brera e Luigi Veronelli

Lino Maga

Lino Maga

di Claudio Rinaldi

03 Gennaio 2022,10:14

Ti sia lieve la terra, Lino. Inevitabile, partire dal Gioânn Brera per dirti addio, salutarti come ti avrebbe salutato lui. Inevitabile, perché alla terra hai dedicato la vita, sui pendii scoscesi della collina Barbacarlo, quella dove nasce il vino unico, straordinario, che ti ha reso celebre ovunque. Te ne sei andato a novant’anni, con 84 vendemmie alle spalle. Ed era uno spettacolo sentirti ricordarle una ad una: di ogni anno ricordavi il giorno della vendemmia, il clima di quell’estate, le caratteristiche del vino che la natura aveva prodotto.
Diecimila bottiglie l’anno, ma sei riuscito a fare il giro del mondo, senza muoverti dal tuo covo a Broni, la terra dei rossi dell’Oltrepo (scritto senza accento in tuo onore, per non farti arrabbiare). Perfino in un fumetto giapponese è finito il Barbacarlo, dopo aver conquistato generazioni di appassionati: qualcuno lo ha bevuto e lo beve per moda, ma la gran parte dei tuoi clienti lo colleziona e onora nelle occasioni giuste perché ne apprezza la sincerità e la genuinità.
«Il vino è il frutto della terra», il primo di tantissimi tuoi insegnamenti. E quando, degustando un vino, sentivi qualcosa di “strano”, al naso o in bocca, e capivi che c’era della chimica, nel percorso dalla vigna al bicchiere, appoggiavi il bicchiere sul tavolo e tagliavi corto: «Puzza di enologo». Perché «gli enologi sono bravi, ma facendo il vino sempre uguale vanno contro natura», altra tua massima immortale.

Tradizioni da tramandare
Se ti sentivi accusare di fare il vino come cent’anni fa, alzavi le spalle: «Come mille anni fa, semmai». Hai imparato a fare il vino da tuo padre e da tuo nonno. Ti hanno insegnato che quando si inaugura una botte nuova per due anni va usata per vino di scarto, perché lascia troppo sentore di legno. Ben prima che arrivasse la moda delle barrique, per non dire dell’aberrazione dei trucioli nel mosto: mode alle quali non ti sei mai piegato, ovvio.
Insegnamenti che hai tramandato a tuo figlio Giuseppe, che ti ha seguito sempre con passione e fedeltà: il Barbacarlo è in buone mani, i tuoi amici e i tuoi clienti possono stare tranquilli. Piccola consolazione, oggi che siamo in tanti a piangerti, increduli, perché sembrava a tutti noi che fossi immortale, e a chiederci come faremo a colmare la tua assenza. «Impossibile», ha tagliato corto Loris Follador, un viticoltore che cammina nel tuo solco. «Quando se ne va un gigante, è impossibile riempire il vuoto che lascia».

Gioânn e Gino
Portavi nel cuore l’amicizia con Gianni Brera e Luigi Veronelli, Gino per gli amici. Adesso starai già brindando con loro. Brera ha dedicato parole meravigliose al Barbacarlo, ha contribuito non poco a espanderne la fama in giro per l’Italia. Veronelli ti ha fatto l’onore di un “Sole” nel 2003, quando i miopi burocrati del Consorzio dell’Oltrepo hanno bocciato il tuo vino, per il residuo zuccherino troppo alto. Da allora, non hai più voluto saperne della Doc, testardo e orgoglioso come solo un contadino dalla schiena dritta sa essere.
Raccontavi sempre di quella sera che Brera ti ha convocato a Milano. «Vieni al “Riccione” con un cartone di vino», e quando sei arrivato siete andati a Bergamo, alla “Pergola”, dove Veronelli stava degustando un Barbaresco di Giacosa. Brera ha piazzato sul tavolo le tue sei bottiglie, tu ti sentivi in imbarazzo, c’erano Ottavio Missoni, Andrea Cascella e altri amici del Gioânn. «Il suo vino è meraviglioso, ma l’etichetta fa schifo – ti ha detto Cascella –. Se ne vuole una come si deve, gliela faccio io, gratis». «Lei non fa un bel niente», hai chiuso il discorso. E il Gioânn, severo: «Ti tsè pròpi un balùrd. Il Gaja gli ha appena dato dodici milioni per il cliché di un’etichetta, e tu ne rifiuti una gratis?». Non hai cambiato idea, se serve precisarlo.
O quella volta che è venuto da te l’enologo dei Marchesi de’ Frescobaldi, con Veronelli. Ti ha chiesto perché non facevi qualcosa per uniformare il vino, perché venisse sempre uguale, un anno dopo l’altro. «E come?», ti sei impettito. Quando lo hai sentito parlare di concentrato rettificato lo hai messo alla porta: «Seguo la natura, io».
E seguendo la natura hai creato un monumento, il tuo Barbacarlo (ma anche il Montebuono e, finché è stato prodotto, il Ronchetto sono grandi vini). Spumeggia, come è giusto, per tradizione, per un rosso dell’Oltrepo (guai a dire frizzante: «Solo l’acqua minerale è frizzante!»). È fatto con Croatina, Barbera, Ughetta (Vespolina) e Uva rara: le stesse uve che si usano per la Bonarda, solo che la Bonarda dura un anno o due, poi finisce nell’aceto. Il Barbacarlo regge benissimo trenta o quarant’anni, anche di più nelle annate migliori: perché la resa per ettaro è infinitamente più bassa di quella consentita dai disciplinari, perché è un vino vero, fatto senza trucchi, «non per moda ma per ragioni solide e radicate nella storia», come recita uno dei foglietti scritti a mano e appesi alle pareti della tua cantina storica.

La battaglia legale
Tutto quello che hai fatto, te lo sei guadagnato. Con una tenacia e una forza di volontà perfino commoventi. Uno dei racconti che facevi più volentieri è la “storia del barnàs”, ne andavi molto fiero. «Mi gò na vulùntà – hai detto una volta a Brera – che, si ciàp un barnàs, sbùs la culìna ‘d Sàn Cuntàrd e sa mòr no prìma , ‘vò fòra ‘n Valle Maga!» (non serve la traduzione, se non per barnàs: in dialetto pavese è la paletta che si usa per raccogliere la cenere dal camino). E il Gioânn, ogni volta che vi incontravate, ti diceva: «Cuntàm ancùra cùla dal barnàs».
Quando è esplosa la popolarità del Barbacarlo, hanno cominciato a produrlo in tanti, in Oltrepo, e non solo. Un’ingiustizia. Alla quale non hai pensato nemmeno per un attimo di piegarti. E hai cominciato una battaglia legale che ti è costata soldi e fatica, hai girato una cantina alla volta, con un notaio al seguito, per acquistare bottiglie di (presunto) Barbacarlo e dimostare infine, analisi alla mano, che il tuo era ed è unico. Li hai avuti tutti contro: viticoltori, aziende, Consorzio, Camera di commercio. Tutti tranne Gioânn Brera («Mola no ‘l mas», tieni duro, ti ripeteva) e Gino Veronelli. Ventidue anni dopo (ventidue!), l’hai avuta vinta.

Gli incontri in cantina
Indimenticabili, le chiacchierate in cantina, un calice dopo l’altro. E una sigaretta dopo l’altra. «Un giorno, mio figlio mi ha portato da un luminare», raccontavi, alla tua maniera, la voce bassa, la flemma di un capo indiano. «Maga, come la mettiamo con il fumo?». «Come la mettiamo?». «Mi dica lei. Dopo le cinque sigarette al giorno, si rischia». Pausa. «Professore, rischiamo».
O quella volta che chiacchieravi con Andrea Maietti, altro breriano, altro amico caro. Bussano alla porta, c’è un cliente che ha fatto un ordine importante. «Sono venuto a ritirare le bottiglie». «Adesso non posso, sono impegnato con un amico. Ripassi, se crede». Eri fatto così, come si faceva a non volerti bene?
«Il mio vino non segue le regole del mercato ma quelle del tempo e dell’esperienza, è succo d’uva della terra, del luogo che lo ha partorito, per la gente che ama ancora il sapore della terra. È la terra che fa il vino. Basterebbe copiare il modello francese e saremmo i primi al mondo». Un’altra tua lezione, che sintetizza la tua vita di vignaiolo: è l’epigrafe del libro di Valerio Bergamini (Lino Maga anzi Maga Lino Il signor Barbacarlo, Pavia, 2015) per il quale hai accettato di raccontare la tua vita e la tua storia.
C’è tanto di te, in quel bel libro, ma nulla che valga un’ora in cantina a sentirti parlare di terra e di vigne, di vino e di vita. E quando capivi che il tuo vino piaceva sorridevi, compiaciuto. Era quello il tuo obiettivo: soddisfare il cliente. E se ti diceva che sapeva di uva, ringraziavi. «Io non li capisco, quelli che si dicono esperti che descrivono i sentori più strani, dalla cipria al metano, dal catrame alla polvere da sparo. Mai nessuno che dica che il vino sa di uva».

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Brera: «Quel mussare di spume sembra una risata cordiale»

Ecco come Gianni Brera descrive il Barbacarlo nel capitolo “Il vino che sorride” del libro La pacciada: mangiarebere in pianura padana, scritto con Luigi Veronelli (Milano, Mondadori, 1973)
«Il barbacarlo che un cugino monsignore prende a Broni, basta mescerlo per vederlo montare in superbia: e quel mussare di spume fini e veloci sembra una risata cordiale; poi è buono, altro che storie!, e sarà l'infanzia, sarà la disposizione atavica, io di vini migliori ne ho pure bevuti e ne bevo, ma non ne trovo mai che mi piacciano sempre in egual misura, che siano altrettanto leali a qualsiasi livello».

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