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Carabinieri

Alessia Pifferi, la madre della bimba morta di stenti ha svelato chi è il padre

La confidenza ai legali durante un colloquio in carcere

Madre della bimba morta di stenti svela chi e' il padre

04 Agosto 2022,10:52

 «Il padre è lui...». Alessia Pifferi, in carcere per aver fatto morire di stenti la figlia di un anno e mezzo lasciandola da sola per sei giorni, ha rivelato ai suoi legali il nome della persona cui cui ha concepito la piccola Diana. Un uomo che non ha mai neppure saputo della gravidanza, e la cui identità nulla cambia di questa tragica vicenda, ma che era uno dei tasselli ancora mancanti. «Si tratta di una informazione che non dirò a nessuno, in quanto non ha alcuna rilevanza ai fini processuali», sottolinea l’avvocato Solange Marchignoli, che difende la donna con il collega Luca D’Auria.
A due settimane dall’arresto, la 36enne accusata di omicidio volontario è apparsa «più tranquilla e serena» ai suoi legali, che sono tornati a farle visita per affrontare le prime questioni legali. Dalla richiesta di incidente probatorio per le analisi del biberon e dell’altro materiale sequestrato, tra cui una boccetta di En, all’autorizzazione all’ingresso in carcere del professor Pietro Pietrini. Ordinario di Biochimica Clinica e Biologia Molecolare Clinica all’Università di Pisa, si tratta di uno dei due docenti incaricati dalla difesa di redigere una consulenza neuroscientifica e psichiatrica su Alessia Pifferi.

Nel discutere di queste procedure, la donna si è lasciata andare alle prime confidenze. A differenza di quanto sostenuto fino ad oggi, ha detto di sapere chi è il padre di Diana. E ha fatto il suo nome. Un italiano che non è stato neppure informato della gravidanza perché, quando l’ha scoperta, Alessia Pifferi stava riallacciando la relazione con il suo ultimo compagno, quel fidanzato di cui in questi giorni avrebbe invece chiesto più volte. Gli inquirenti potrebbero, se necessario, decidere di convocare il padre, anche se al momento non ci sono interessi investigativi in tal senso. «Il nostro ruolo è quello di assistere processualmente la signora e di rappresentare in modo corretto e rispettoso la sua persona - sottolineano gli avvocati Marchignoli e D’Auria - Questo ci obbliga, anche in nome del segreto professionale e delle regole deontologiche, a mantenere il riserbo su una serie di informazioni che emergono dai colloqui in carcere e dallo svolgimento della nostra attività». Un invito, quello dei difensori, a «riportare correttamente quanto da noi raccontato, senza costruzioni giornalistiche non corrispondenti alla realtà o puramente scandalistiche e volte a screditare - dicono - la persona della nostra assistita».

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