MEDIO ORIENTE
Teglie di rigatoni, melanzane in tortiera, pesce freschissimo: la solidarietà di Israele per i soldati al fronte e i 130 mila sfollati sparsi per il Paese passa per il cibo. In questo caso italiano, gourmet, di alta qualità. Scialom Zarrugh è un italiano di Livorno, arrivato a Tel Aviv 12 anni fa dove ha aperto un ristorante in centro città, immediatamente diventato di successo. Dopo il 7 ottobre, giorno della strage di Hamas, ha chiuso i battenti per i clienti abituali (200 coperti al giorno), e ha aperto le porte a decine di volontari che lo aiutano a sfornare mille pasti al giorno per i militari al fronte e gli sfollati.
Con il socio romano, Alberto Moscati, non ci hanno pensato nemmeno un attimo: «La perdita economica passa in secondo piano, in questo momento sento solo una priorità sociale. E’ davvero necessario che i soldati, che combattono per noi, ricevano dei pasti caldi, fatti bene. Non solo il cibo freddo a cui provvede l'esercito in una situazione di guerra», racconta Scialom in mezzo a un via vai di vassoi, zucche sbucciate, pomodori, chi parla in italiano, chi dice in ebraico, chi prepara le porzioni, chi le sistema nei contenitori. «Giovedì scorso è venuto a trovarmi un soldato che era stato 15 giorni in una base al sud di Israele. Prima di ripartire voleva ringraziarci, era commosso. Altre volte vengono i genitori dei militari, i parenti, ci mostrano le foto dei loro ragazzi mentre mangiano i piatti che mandiamo da qui, i messaggi, il conforto che ricevono da questo cibo buono. Per me non c'è soddisfazione più grande», sorride Scialom, 39 anni e la kippà in testa, che oltre ad essere il proprietario del ristorante italiano è anche chef. «Fino a quando preparerò da mangiare per sfollati e soldati? Fino a quando serve», dice.
Seduto in mezzo al caos del locale c'è Natan Colombo, romano, che vive da tempo in Israele, a capo dell’organizzazione no profit Naton Titen (citazione di un versetto biblico sull'aiuto ai bisognosi): sono loro, insieme con altre organizzazioni e persone comuni che offrono la loro disponibilità, che stanno tenendo in piedi questa formidabile macchina di supporto. «Aiutiamo le persone in difficoltà, i soldati al fronte, portiamo vestiti agli sfollati. Ogni mattina compriamo 1.100 chili di pesce fresco, verdure e tutto quello che serve. A volte i prodotti ci vengono offerti. Comunque i negozi ci fanno sempre prezzi più bassi. Poi organizziamo la consegna, ci sono tante persone che arrivano con le loro auto e portano da mangiare alle basi».
Tel Aviv, che nei giorni di pace corre come tutte le metropoli del mondo, fa affari, produce, vive intensamente, dal 7 ottobre è concentrata sul sostegno di chi ha più bisogno. Bar, riservista in pausa per qualche giorno prima di tornare al suo battaglione al confine con il Libano, sintetizza: «Nei giorni normali nessuno bada a un soldato. Ora, se vado al supermercato, la gente vuole pagare per me a tutti i costi».
In campo sono scesi anche i proprietari dei b&b sparsi per il Paese: «Hanno messo a disposizione degli sfollati 200 appartamenti. Per quelle famiglie che hanno dovuto lasciare le loro case dalla sera alla mattina», racconta Natan.
Altra iniziativa dei connazionali è quella del Tempio degli Italiani di Tel Aviv, che ha avviato anche una raccolta di fondi per la popolazione evacuata dal sud e dal nord. Intanto il Comites Tel Aviv (Comitati per gli italiani all’estero) ha aperto uno sportello di supporto psicologico gratuito in lingua italiana per chi ha bisogno di aiuto. Una mano per affrontare il trauma della strage di shabbat. (ANSA).
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